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I fantasmi del complotto: dove nasce e prospera il nuovo antisemitismo

Il World Jewish Congress ha pubblicato Il World Jewish Congress ha pubblicato una corposa ricognizione analitica sulla struttura ideologica del nuovo antisemitismo

Tra gli estremisti di estrema destra che hanno fatto irruzione nel Campidoglio degli Stati Uniti mercoledì pomeriggio, un uomo indossava una felpa con una scritta e un disegno abbastanza shoccanti: un teschio con le classiche ossa incrociate a sostenerlo, incorniciato dalle parole Camp Auschwitz in alto e Work brings freedom sotto, quell’Arbeit Macht Frei  in una traduzione un po’ goffa. Come scrive The Forward che riporta la notizia e ne analizza l’impatto sociale, la felpa con il cappuccio è un indumento rappresentativo di tutte le società sportive e chi le indossa è fiero di appartenere all’una piuttosto che all’altra, ancora di più, di aver fatto esperienza nei campi estivi di quella particolare associazione. La felpa infatti evoca l’estate americana, fatta di sport e divertimento. Un contrasto atroce, che rappresenta un antisemitismo facile, accessibile, disinvolto. Che si conclude sulla schiena del nostro protagonista. Sul retro della “maglia di Auschwitz”, infatti, compare la scritta “Staff”. Così abbiamo scelto di ripubblicare questo articolo, apparso su Joimag.it il 20 dicembre scorso. 

 

Quando la politica indietreggia, i fantasmi prendono corpo. Quando le società si trasformano velocemente, lasciandosi alle spalle troppe persone, private delle loro sicurezze economiche  e civili, allora le fantasie più deliranti posso trovare ascolto anche tra insospettabili interlocutori. Non ci si può dichiarare sorpresi di un tale riscontro. Da tempo lo abbiamo scritto anche su queste pagine. Ma il verificare che si è stati facili profeti, proprio malgrado, non gratifica di certo

Il World Jewish Congress (WJC) è l’organizzazione internazionale che coordina l’attività delle comunità ebraiche in circa un centinaio di nazioni, suddivise nei sei continenti. La sua missione è di garantire, nel rispetto dell’autonomia di ogni organismo ebraico locale e nazionale, una più efficace lotta contro quanti e ciò che possano contrapporsi ai diritti e alle libertà degli ebrei nel mondo. Così facendo, si adopera anche per una più generale lotta a favore dei diritti civili, politici e di cittadinanza delle popolazioni, senza distinzioni di appartenenze, nella convinzione che gli ostacoli e le minacce frapposte ai membri delle comunità ebraiche costituiscano un problema, e quindi un serio rischio, per la coesione sociale dei paesi in quanto tali. Rientrano quindi nelle finalità del WJC il combattere l’antisemitismo in tutte le sue manifestazioni come anche il fanatismo, la xenofobia l’estremismo politico ed ideologico; il sostenere Israele promuovendo inoltre la pace in Medio Oriente; il salvaguardare la sicurezza ebraica; il difendere i diritti umani in ogni nazione e a livello internazionale; il preservare e il perpetuare la memoria della Shoah; il promuovere e il rafforzare l’unità ebraica e le relazioni interreligiose; il contribuire alla formazione dei giovani ebrei nei compiti di leadership a venire.

Il World Jewish Congress, adempiendo al suo mandato istituzionale, ha appena licenziato e pubblicato due importanti rapporti: «Antisemitic Conspiracy Myths» e «QAnon: A Conspiracy Myth». Si tratta di documenti aggiornati al mese di novembre, con una parte quantitativa (i numeri del pregiudizio) e soprattutto una corposa ricognizione analitica sulla struttura ideologica del nuovo antisemitismo. Al netto delle abituali e periodiche rilevazioni che gli organismi del WJC compiono per quantificare e qualificare l’evoluzione dell’antiebraismo, l’urgenza di questi due rapporti nasce dallo scenario che, con la diffusione della pandemia di SARS-CoV-2, si è venuto affermando in quest’ultimo anno

Il primo nesso che entrambi i rapporti identificano è quello, da un lato, tra reiterazione e diffusione del pregiudizio con la disinformazione dall’altro. Si tratta del campo della falsificazione di notizie, immagini, comunicazioni ma anche di idee, impressioni, dichiarazioni. Per intenderci: non è disinformato chi non sappia una determinata cosa ma lo sono coloro che vogliono interpretare i fatti e gli eventi adottando uno schema precostituito, senza sottoporre a nessun vaglio critico le loro affermazioni. L’impatto del Covid 19 sui social media è stato potente e violento, alimentando un clima di esasperazione nella formulazione di opinioni rancorose, ispirate non solo ad un odio sistematico, quindi come tale implacabile, ma anche ad un’avversione che diventa il carburante delle teorizzazioni cospirazioniste.

L’evolversi e il diffondersi di teorie del complotto – delle quali il movimento virtuale QAnon ne è l’espressione al momento più significativa – è il secondo passaggio importante sul quale soffermarsi. Le dissonanze cognitive, le tensioni emotive ma anche il disagio diffuso, quello di ordine materiale, economico e sociale che i cambiamenti in atto nelle nostre società stanno purtroppo enfatizzando, con l’esclusione di una parte della popolazione dai benefici dello sviluppo civile, hanno un forte impatto sui modi, sui linguaggi, sui pensieri di chi si vede negato – a torto oppure a ragione – un orizzonte di certezze. Il complottismo trova in un tale stato di cose un terreno fertile per le sue affermazioni.

Il terzo fattore è la rapida diffusione sia dell’infosfera – ossia dell’habitat di comunicazioni e relazioni sociali legato agli scambi online, che in parte sostituiscono i rapporti fisici, materiali, tanto più in tempo di pandemia – sia dell’«infodemia». Quest’ultima espressione, di per sé un neologismo, indica la «circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili» (così il vocabolario della lingua italiana Treccani).

Dall’inizio di quest’anno, l’antisemitismo  derivato dalla mitologia della cospirazione è aumentato in tutto il mondo. Il movimento QAnon, infatti, si è rapidamente diffuso negli Stati Uniti ed ha iniziato un’azione di penetrazione nei Balcani, in Francia, in Germania e altrove. Insieme a ciò, frasi come «virus ebraico», intese chiaramente a stabilire e ad attribuire una diretta ed immediata responsabilità nella propagazione della pandemia agli ebrei e all’ebraismo, hanno conosciuto un maggiore utilizzo sulle piattaforme di social media. Parallelamente, rispetto al  2019 è cresciuto il ricorso all’uso di epiteti come «kike», rimando colloquiale – di natura offensiva – al concetto di «sporco ebreo», insieme ad altri termini dispregiativi.

Come abbiamo già avuto modo di scrivere, il mito della cospirazione di QAnon afferma che una cabala (ossia un’organizzazione satanica) segreta di élite politiche, del mondo dell’informazione e di Hollywood starebbe conducendo un traffico sessuale di bambini, con l’obiettivo finale di controllare le collettività assoggettandone la volontà. Un tale mito della cospirazione, di natura intrinsecamente antisemita – così rileva il WJC – accusa sistematicamente importanti figure ebraiche come i Rothschild e George Soros (oltre ad altri personaggi pubblici che i sostenitori di QAnon dichiarano, con pervicace erroneità, di essere ebrei, ad esempio nel caso di Bill Gates) di orchestrare il complotto a proprio beneficio. La negazione, la distorsione e la banalizzazione della Shoah sono spesso parte integrante del linguaggio usato nelle comunicazioni online. Più in generale, tutta la stereotipia e l’armamentario argomentativo antisemitico, è costantemente presente.

A tale riguardo, è possibile riscontrare un alto livello di sovrapposizione tra il pubblico di QAnon e i cospirazionisti pandemici, con web-influencer che condividono e mischiano contenuti relativi al complotto sanitario (il virus è stato creato in laboratorio e poi diffuso ad arte, per manipolare e adulterare la volontà popolare),  alla cospirazione delle élite corrotte dalla bramosia pedofila e desiderio di potenza e dominio da parte dell’ebraismo a livello mondiale.

Il cospirazionismo, in quanto visione capovolta (e stravolta) delle relazioni sociali, costituisce una minaccia crescente, iniziando a lambire anche una parte, al momento ancora minoritaria, del mondo politico. Nelle recenti elezioni statunitensi del 2020, tra i candidati al Congresso approdati ai ballottaggi almeno 24 di essi hanno approvato o espresso sostegno a QAnon, inclusa Marjorie Taylor Greene, poi eletta in Georgia con oltre 225.000 voti. Il problema, evidentemente, non riguarda solo il web e le scempiaggini che vi circolano a velocità accelerata. I cospirazionisti, infatti, non sono riconducibili ad una sola posizione politica, in genere di natura conservatrice, attraversando semmai i diversi ambiti dello spettro ideologico e culturale.

Inoltre, la loro crescente popolarità è accentuata dagli sforzi che compiono per dare un senso a situazioni di difficile interpretazione, che non possono essere altrimenti pienamente comprese o spiegate in termini semplificati, come nel caso – per l’appunto – della pandemia in corso. Una volta che le persone siano influenzate dai miti della cospirazione, diventa sempre più difficile intervenire su un tipo di pensiero ricorsivo nonché ossessivo. Chi lo fa proprio si identifica con una visione della realtà tanto distorta quando radicata (e radicalizzata). A tratti non scalfibile. La qual cosa, ingenera una profonda sfiducia nei confronti delle autorità, delle istituzioni, dello Stato, del governo ma anche del resto di quella comunità umana che invece si adopera con raziocinio per comprendere il senso degli eventi, senza cedere alla seduzione menzognera delle sirene dell’autoinganno. Il tema è oramai politico poiché investe la radice del consenso alla democrazia, chiamando in causa non solo idee ma anche certe condotte quotidiane dei tanti. Una generalizzata crisi di fiducia e di lealtà verso le istituzioni non è certo una “possibilità” che le nostre società possano concedersi. È possibile accedere a entrambi i rapporti tramite il sito web www.wjc.org.

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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