Hebraica
Indossare la kippah: una storia berlinese

A volte le cose che ci fanno diversi sono un modo per trovarsi.

I dati sull’aumento dell’antisemitismo, nonché la recente dichiarazione del Commissario alla Lotta contro l’Antisemitismo in Germania Felix Klein (“Non consiglierei agli ebrei tedeschi di indossare ovunque la kippah”), hanno (ri)aperto la discussione: indossare la kippah in pubblico, quindi rendersi chiaramente identificabili come ebrei, è un diritto non negoziabile di espressione della libertà religiosa, oppure un rischio per la propria incolumità? È giusto poi mettere l’accento su cosa dovrebbero fare gli ebrei per non farsi notare dagli antisemiti, piuttosto che su come combattere gli antisemiti stessi? 

Mike Samuel Delberg, giornalista e rappresentante della Comunità Ebraica di Berlino, non ha, come noi, una risposta in tasca. Ma ha una storia da raccontare. Inizia sulla banchina d’attesa della metropolitana a Berlino. Dura solo qualche fermata. Saliamo?

 

Sono due settimane e mezzo che porto la kippah. Devo ammetterlo, è un turbinio di sensazioni. D’improvviso non sei più anonimo come sei sempre stato. La kippah attira l’attenzione. Normalmente essa non si traduce in un approccio diretto, ma ti senti addosso gli sguardi. Sguardi interessati, sguardi sprezzanti. Ma perlopiù sguardi sorpresi: “Oh, così questo sarebbe uno di quegli ebrei di cui si parla così tanto”. Ho capito che portare la kippah in pubblico non è ancora del tutto normale in Germania.

Ma oggi mi è capitata una storia davvero bella che vorrei condividere: stavo aspettando il treno per il Bundestag alla stazione di Charlottenburg, quando un ragazzo con la faccia da arabo mi ha rivolto la parola con un largo sorriso, in ebraico!

Lui: “Shalom! Ma Nishmah?” (come va?)

Io: “Shalom! Hakol beseder!” (tutto ok)

Lui: (qualcosa in ebraico)

Io: “Scusa, il mio ebraico è tutto qui!”.

Gli ho chiesto di quale parte di Israele fosse e mi ha risposto: “Non sono israeliano, sono siriano!”. Sono rimasto di stucco. Siamo saliti sullo stesso treno e abbiamo chiacchierato. Il suo nome è Mohammed, a Damasco aveva appena finito gli studi quando è scoppiata la guerra. Suo padre era stato arrestato dal regime e rilasciato solo dietro pagamento di una bella somma. Insieme sono fuggiti in Germania, mentre il resto della famiglia è rimasto là.

Mohammed vorrebbe studiare Tecnologie Mediche, ma ora ha cominciato a lavorare in “qualcosa in cui c’entrano i media”: tipicamente berlinese.

Di cognome Mohammed fa “Canaan”: i suoi antenati erano ebrei! Abbiamo continuato a parlare fino all’uscita dalla stazione Bundenstag, da lì le nostre strade si sono separate. La conversazione era semplicemente troppo piacevole per rinunciarvi, pur nella calca afosa del viaggio.

Questo breve incontro mi ha mostrato questo: sì, la kippah non è una cosa “normale”. Ma a volte, le cose che ci fanno “diversi” sono un modo per trovarsi l’un l’altro. A presto, spero, con altre storie belle come questa!

 

Questa storia è apparsa originariamente su Facebook ed è stata tradotta e pubblicata su JOIMag con il consenso dell’autore. Potete leggere il post originale qui


1 Commento:

  1. Molto piacevole il racconto. Temo, purtroppo, si sia trattato di un caso isolato.
    In Italia nessuno mette la kippah, tranne gli ortodossi in ristretti ambiti territoriali


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