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Felix Klein, commissario per la vita ebraica: bisogna agire contro le ingiustizie!

Radiografia dell’antisemitismo europeo: la nostra intervista a Felix Klein pochi giorni prima della contestata dichiarazione sulla kippah

Ripubblichiamo la nostra recente intervista a Felix Klein, dopo le polemiche suscitate da una sua intervista in cui, come riporta Il Corriere della Sera, ha dichiarato “Non posso raccomandare agli ebrei tedeschi di indossare la kippah in qualsiasi momento. Nel 2018 i reati e gli attacchi di matrice antisemita in Germania sono aumentati del 20%”.

Immediata la replica del Ministro dell’Interno tedesco, Horst Seehofer: “Sarebbe inaccettabile se in Germania gli ebrei fossero costretti a nascondere la propria fede”.

Di seguito, qui sotto, l’intervista realizzata da JoiMag

Nel 2018 in Germania viene creata la funzione del Delegato del Governo Federale per la Vita Ebraica e la Lotta contro l’Antisemitismo in Germania. In base alla decisione del Governo Federale che l’ha creato, il delegato è un organo indipendente, che si affida a un consiglio formato da esperti che vengano dal mondo dell’educazione, dalla società civile e da quello dell’accademia.
Questa la risposta ai crescenti casi di antisemitismo, in Germania come altrove, e alla richiesta di intervento federale nel dibattito circa le misure che combattono questo fenomeno.
Felix Klein, giurista, diplomatico di vecchia data, ha servito dal 2014 al 2018 all’interno dell’Ufficio Federale Esteri per le Relazioni Speciali con le Organizzazioni Ebraiche e sulle Questioni relative ad Antisemitismo, viene nominato, il primo maggio scorso, quale primo Commissario.

“Fino a quel momento mi ero occupato per lo più della scena internazionale, all’interno della quale la Germania ha di sicuro un ruolo e una responsabilità speciale nella missione di mantenere viva la Memoria degli orrori passati da una parte, e nello sforzo di combattere alla radice questa nuova ondata di antisemitismo dall’altra. Non si tratta infatti di una vera e propria responsabilità, che si potrebbe confondere quasi con l’espiazione di una colpa, quanto di una missione, che la Germania sente vicina”.

La creazione della Funzione da lei diretta si inserisce perfettamente in uno spettro di iniziative prese da singoli Paesi, o da Alleanze di più Stati, per andare a contrastare proprio questo trend. Vedere come la crescita dell’antisemitismo sia un problema sentito in luoghi tra loro anche molto distanti, geograficamente e culturalmente, ci porta a chiederci cosa sia ad averla causata.
Per molti anni in Germania abbiamo pensato di essere diventati immuni all’odio nei confronti degli ebrei. Abbiamo pensato che l’essere umano fosse andato talmente oltre la soglia dell’accettabile da aver portato tutti noi che siamo venuti dopo a non poter neanche più pensare certe atrocità. E invece vediamo, non solo da noi, ma anche nel resto del mondo, che non è più così. Lo vediamo chiaramente nella brutalizzazione del discorso pubblico, che rende accettabili affermazioni che fino a poco tempo fa non lo erano.
Brutalizzazione cui potremmo attribuire diverse cause, prima fra tutte ovviamente la nascita di internet. Internet, e i social media in particolare, è uno strumento importantissimo, ma che pone due grandissime problematiche: la prima è la possibilità di fare rete tra chi diffonde odio e notizie false. La seconda è la possibilità di dire e fare ciò che si vuole, senza che nessuno ponga resistenza o banalmente faccia fact checking. Un’altra causa è la costante crescita dei populismi: un passo alla volta, un occhio chiuso alla volta, continuano a essere distrutti taboo e superati i limiti che la nostra coscienza ci dettava. Infine ci sono due fattori che sono emersi negli ultimi decenni: il primo è un ovvio passare del tempo dagli anni della Seconda Guerra Mondiale, della Shoah, distanza nel tempo che permette a negazionisti e riduzionisti di alzare la testa, che fa sì che sempre meno persone ricordino quegli anni o abbiano sentito una testimonianza diretta di quegli anni, e che quindi vi sia anche una distanza emotiva. L’ultimo fattore è la connessione che spesso si crea nella mente delle persone tra Israele e la diaspora: gli ebrei vengono visti come ambasciatori dello Stato di Israele, portavoce delle azioni del suo Governo, e vengono attribuite loro responsabilità che non hanno: chi non ha simpatia nei confronti delle scelte del governo israeliano spesso riversa quella poca simpatia nei confronti della popolazione ebraica europea.

Dove riconosce queste tendenze in Europa?
Un po’ ovunque in realtà. Online, ma anche sdoganate nella cultura mainstream: basti pensare a Orban in Ungheria che attacca Soros, utilizzando chiari stereotipi di vecchio stampo antisemita. O ai problemi che sta affrontando il Labour Party nel Regno Unito, con una grande parte dei propri iscritti ebrei che stanno restituendo la propria tessera a causa di una leadership in cui non riescono a riconoscersi. Non dobbiamo dunque andare a cercarle in luoghi oscuri e nascosti, sono chiaramente sotto i nostri occhi.

Come giustamente accennava Lei, le tendenze che ha individuato non sono un fenomeno tedesco, ma globale. Quali pensa siano i passi da intraprendere per la comunità internazionale?
Il primo è sicuramente la definizione di Antisemitismo come scritta all’IHRA – International Holocaust Remembrance Alliance: è fondamentale che ad adottarla siano non solo i paesi dell’UE (che per la maggior parte l’hanno adottata), ma anche il resto dei Paesi. Dare una definizione all’antisemitismo, all’odio, è fondamentale per poi poterlo combattere, con le armi della cultura e della prevenzione legale. Va poi rafforzato il ruolo del Coordinatore Europeo per il contrasto all’Antisemitismo, e far sì che ogni Stato membro riferisca ai suoi funzionari. Vanno poi attuate migliori politiche di integrazione, che permettano di far fronte a un nuovo antisemitismo che cresce nelle comunità mussulmane in Europa – per quanto ci tengo a sottolineare che il 90% degli attacchi antisemiti punibili in Germania sono atuati da estremisti di destra, e solo il 5% da mussulmani.

E sul piano dell’educazione?
Altro passaggio è senza dubbio la trasmissione della Memoria, che permette di creare maggior consapevolezza di ciò che è successo nella nostra Storia neanche troppo lontana. Un bel progetto che è stato fatto in alcune scuole è stata l’adozione di un nome: agli studenti è stato dato un nome di un allievo ebreo che andava alla loro scuola, su cui loro fanno ricerca, e ne ricostruiscono la storia, creando una connessione emotiva. Altro progetto che mi ha molto colpito è stato quello messo in piedi da Volkswagen: l’azienda, che ha guadagnato grazie al regime nazista, collaborando ai crimini compiuti da questo, ha messo in piedi un Memoriale in una delle fabbriche attive all’epoca, che tutti i dipendenti devono visitare, per essere consapevoli di quale sia la storia dietro agli uffici, al luogo di lavoro che frequentano ogni giorno.

Cosa può fare l’uomo comune?
Essere reattivo quando vede un’ingiustizia in generale, e in questo caso un caso di antisemitismo. Se vediamo qualcosa, attiviamoci, parliamo, facciamo in modo che diventi normale agire e non lasciare solo chi è vittima dell’attacco.

Talia Bidussa
Collaboratrice

Classe 1991, attiva per anni in ambito comunitario, tra Hashomer Hatzair, UGEI e European Union of Jewish Students. “Political junky”, qualsiasi cosa nerd è bene accetta, libri e concerti ancora meglio. Lavora come responsabile eventi e mostre al Memoriale della Shoah di Milano.


1 Commento:

  1. Volevo chiederLe di salutarmi cordialmente il dottore. Ebbi modo di conoscerlo anni addietro a La Spezia poiché mi ero interessato per il recupero di resti umani di soldati tedeschi e italiani gettati in una foiba a San Benedetto in provincia della Spezia. Mi raccomando Le sarei grato anche per un gentile riscontro. Maurizio Rossi Ispettore Sanitario Asl 5 La Spezia Italia.


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