L'agenda di Joi
Hebraica Robe da Rabbi
Yom Kippur o dell’arte della ricomposizione

Riflessioni intorno alla ricorrenza più religiosa del calendario ebraico

È indubbio che il digiuno del Kippùr è ancora oggi, assieme al Seder di Pesakh, la tradizione  più  sentita presso il popolo ebraico anche se non sempre ne comprendiamo il significato. Si può comprendere come la festa di Pesakh abbia potuto assumere  anche significati laici, tanto che secondo una ricerca statistica nello Stato di  Israele il Seder è il rito più seguito dalla maggior parte degli ebrei. Mi sembra invece meno comprensibile, almeno da un punto di vista razionale, l’attaccamento di molti ebrei, anche di quelli che si definiscono laici, al giorno di Kippur,  che definirei la ricorrenza più “religiosa” del calendario ebraico. Verrebbe istintivo leggere questo fenomeno come una sorta di scorciatoia che gli ebrei intravedono nel digiuno di Kippur che in unica volta vede ognuno di noi assolvere al meglio ai doveri ebraici; quell'”una tantum”, del tutto fuori dall’ordinario, che dovrebbe pareggiare il conto con il nostro disimpegno ebraico nella vita quotidiana. C’è chi privilegia l’aspetto materiale , direi folkloristico del Kippur, digiunano pensando al cibo che li attende la sera, ma pur sempre digiunano. C’è poi chi intravede nell’osservanza del Kippur una dimensione sociale, comunitaria, anche nel profondo: giorno di confessione collettiva, di presa di coscienza, di riconciliazione. Credo tuttavia che nell’ essenza di questo giorno straordinario, ci sia invece una paradossale realtà, e cioè che l’ebreo sia nella sua essenza ontologica molto più intriso di Torah di quanto voglia ammettere.
C’è una frase dello Zohar, il testo base della Kabbalà, che è sconvolgente per chi l’accetta nel suo pieno significato direi esistenziale: “Israel vehoraiità chad hu”, “il popolo di Israele e la Torah sono la stessa e identica cosa”.

Il giorno di Kippur è intimamente legato ai Dieci Comandamenti, alle Tavole della Legge; non con un legame figurativo, retorico, ma con un preciso riferimento agli avvenimenti sotto al Sinai: il popolo di Israele ha infatti ricevuto le Tavole, quelle che poi ha conservato intatte, proprio il 10 di Tishrì, il giorno di Kippur. Insegna infatti il Talmud ( Taanit 26 b e 30 b ) che il giorno di Kippur Mosè scese per la seconda volta dal monte con le nuove Tavole del Patto; egli era infatti sceso la prima volta il 17 di Tammuz, giorno del peccato del vitello, ed aveva infranto le prime tavole; il giorno successivo, dopo aver triturato il vitello, era risalito sul monte dove era rimasto ottanta giorni, quaranta per pregare il perdono dell’Eeterno e altri quaranta per ricevere le nuove Tavole.
Se si aggiungono ottanta giorni al 17 di Tamuz si arriva appunto al 10 di Tishrì, il giorno di Kippur.

Il giorno del nostro digiuno è dunque il giorno in cui riceviamo le Tavole del Patto che poi porteremo sempre con noi nella nostra arca, assieme ai frammenti delle prime Tavole rotte. Una suggestiva metafora per indicarci che non ci si libera facilmente dei cocci rotti, di cui dobbiamo farci carico e portarceli dentro per sempre.
Nel giorno di Kippùr gli ebrei si riuniscono nelle Sinagoghe per ricordare questo Patto, per rinnovarlo , perchè la scommessa di ogni rapporto consiste nella capacità di saper ricomporre dopo che si è rotto qualcosa. Ogni rapporto autentico è caratterizzato da una dialettica, dinamica e complessa, di fratture e ricomposizioni. In questo senso il Kippùr non è il luogo del peso paralizzante  di un presunto “peccato originale”, ma piuttosto quello della responsabilità di una riparazione infinita che, di generazione in generazione, coinvolge il rapporto tra ognuno di noi e il Creatore, tra ogni individuo e se stesso, tra ogni persona e il suo prossimo e la collettività umana.

Roberto Della Rocca
collaboratore

Rabbino e Direttore  Area Formazione e Cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane


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