L'agenda di Joi
Hebraica Nizozot/Scintille
Kippur, Mosè e le seconde tavole della Legge

Nel commento midrashico Shemot rabbà leggiamo che Mosè sentì profondi rimorsi per aver spezzato le prime tavole, ma quando ebbe pronte le seconde il Santo benedetto lo confortò dicendogli: “Smetti di addolorarti per quelle prime tavole”

Tra i tanti stimoli teologici e morali contenuti nel giorno di Kippur, o dell’espiazione e dunque del perdono divino, uno non viene sempre adeguatamente ricordato: per la tradizione ebraica questo è il giorno in cui Mosè discese dal monte con le seconde tavole della Torà. Già nel Talmud (cfr. Ta‘anit 28b) il calendario è stato studiato a fondo per connettere Shavu‘ot e Kippur. Così riassume rav Alberto Moshe Somekh: “Narra la Torà che Mosè, salito sul monte Sinai per ricevere i [dieci] comandamenti il giorno di Shavu‘ot (6 Sivan), ne ridiscese quaranta giorni più tardi, il 17 Tammuz. Dopo aver trovato i suoi confratelli che danzavano intorno al vitello d’oro, quel giorno ruppe le [prime] tavole [della Legge] e fu istituito il digiuno. Trascorse poi quaranta giorni in preghiera per impetrare da Dio il perdono per il popolo, fino al primo Elul. Il primo Elul [di nuovo] salì sul monte, da cui ridiscese con le seconde tavole quaranta giorni più tardi, il 10 Tishrì, cioè il giorno di Kippur.

Kippur è dunque una sorta di nuova festa della promulgazione della Torà, un secondo Shavu‘ot” (da Katuv le-chayim). Viene dunque naturale chiedersi: in cosa differiscono le seconde tavole dalle prime? E perché si fa coincidere la consegna a Israele delle seconde tavole proprio con il giorno in cui culmina il processo di teshuvà (fatto di espiazione e di purificazione, come ricorda rav Joseph Soloveitchik) ossia Kippur? La somma totale di questi tre periodi, 40 + 40 + 40, giunge a un simbolico mea ve-‘esrim, 120, che nella cultura ebraica è il massimo (immaginabile) degli anni della vita di un essere umano. Forse già questa facile aritmetica è spia di un messaggio, che è l’augurio di Kippur: essere iscritti nel “libro della vita” e accedere grazie al processo di teshuvà – processo, non atto istantaneo – ai molteplici livelli della vita (in ebraico chayim, vita, è un termine/concetto plurale), dalla salute allo shalom dentro e fuori di noi.

Come a dire: la Torà, cioè insegnamenti e precetti divini, è data a Israele perché chiunque la osservi abbia vita e l’abbia in abbondanza, fino al massimo umanamente possibile. Aritmetica a parte, la tradizione insegna che le prime tavole erano scritte dal metaforico “dito di Dio” – incise nella pietra, effetto di una rimozione, quasi una milà o circoncisione della pietra, che i profeti svilupperanno nell’immagine della milà delle orecchie e dei cuori – mentre le seconde tavole, ma qui le fonti sono ambivalenti, toccò al solo Mosè di scriverle, per punizione, suggerirono molti maestri tra cui Rashi, avendo egli rotto le prime (senza autorizzazione del loro Autore?).

Ma per quale ragione Mosè ruppe la preziosa Testimonianza dei comandamenti? Forse perché l’inclinazione idolatrica del popolo, ovvero l’imperfezione umana, non sarebbe stata capace di distinguere tra lettere e loro supporto materiale, manipolando e riducendo a idolo persino la stessa Parola divina? Oppure perché il popolo non sarebbe stato in grado di reggere la purezza e la santità di quella Testimonianza e ne sarebbe stato annientato, come avvenne con i due figli di Aronne? La mediazione mosaica nella riscrittura della Legge, in questo caso, sarebbe allora serviata ad umanizzare quei precetti che il popolo, altrimenti, non sarebbe stato capace di mettere in pratica? Il midrash non dà risposte certe, ma ci aiuta a entrare nello spirito di quegli eventi fondatori della fede ebraica: esso formula qualche ipotesi che ci può illuminare sul nesso profondo non solo tra Kippur e Shavu‘ot, ma anche tra lo Yom ha-kippurim [nome per esteso di Kippur] e Purim, altra festa imperniata sulla teshuvà, del digiuno e della vita: col gioco dei nomi le due feste si imbricano a vicenda.

Nella raccolta aggadica di commenti biblici nota come Pirqè de-rabbi Eliezer leggiamo che “Mosè prese le [prime] tavole della Legge e discese [dal monte]; ora, le tavole portavano il proprio peso e anche quello di Mosè; ma quando videro il vitello d’oro e le danze di cui era attorniato, le lettere sacre abbandonarono le tavole, che divennero all’istante nelle mani di Mosè pesanti al punto che costui non riuscì più a tenerle, ed esse gli caddero e si ruppero ai piedi del monte, come è detto… [Shemot/Es 32,19]”. In questa rilettura dei fatti, Mosè è come scagionato dall’audace infrangimento: non Mosè sosteneva le tavole ma le tavole sostenevano Mosè, oltre che se stesse; a fronte però della ‘scoperta divina’ della grande fragilità umana e della propensione del popolo all’idolatria, quella Legge si ritirò e tornò in cielo lasciando l’uomo Mosè muto e incapace di reggere non la Legge ma il suo supporto materiale. Geniale intuizione, che pone una distinzione tra la Parola e lo strumento che la veicola, tra il messaggio e il libro che la contiene, tra l’ideale e i mezzi per realizzarlo. Non la Legge andà distrutta ma il suo elemento di supporto, e neppure fu Mosè a distruggere quest’ultimo, ma un atto di pietà divina che preferì manifestarsi in forma meno santa e meno pura, almeno fino a quando il popolo si fosse adeguatamente preparato a riceverla. (Una storia simile è ripresa nella tarda raccolta di scritti rabbinici nota come Seder Eliahu Rabbà).

I maestri immaginano anche che, risalito per la seconda volta sul monte Sinai, Mosè per quaranta giorni esplorò ed espanse i significati della Torà esaminando attentamente tutte le sue lettere. Solo quando ebbe compiuto questo ‘studio’ – ecco perché Mosè ha il titolo di rabbenu, nostro maestro – egli prese le nuove tavole e ridiscese: era il dieci del settimo mese, il 10 di Tishrì, Kippur appunto. E rivolto al Santo benedetto Mosè disse: “Signore del mondo, ora perdona le iniquità di questo popolo”. Quelle parole che, nella loro forma originaria divina e perfetta, avrebbero condannato gli esseri umani, ora nella forma mediata e studiata e formulata da Mosè sono strumento del perdono divino: la Torà data stavolta le-yad Moshe, “per mano di Mosè”, riconcilia il popolo con Dio e mette pace tra cielo e terra. Per questo si può legittimamente dire: la Torà del Santo benedetto è e non è identica alla Torà di Mosè; quest’ultima è e non è identica alla Torà degli esseri umani, i maestri che dall’epoca della knesset gedolà hanno continuato a studiare e ad espandere la Torà come Mosè; e da ultimo la Torà degli esseri umani è e non è identica alla Torà del messia, quella Legge che il messia restaurerà pienamente chiudendo il cerchio apertosi ai piedi del Sinai. Quattro torot, dunque, come quattro sono le qedushot o santità che convergono a Kippur: la santità del Nome divino, pronunciato nella santità concentrata nel tempo (Yomà, il Giorno per antonomasia del calendario liturgico) e nello spazio più santo del Tempio (il qadosh qedoshim) dal kohen gadol, il sommo sacerdote, apice della santità dell’am Israel tutto.

Nel commento midrashico Shemot rabbà leggiamo ancora che Mosè sentì profondi rimorsi per aver spezzato le prime tavole, ma quando ebbe pronte le seconde il Santo benedetto lo confortò dicendogli: “Smetti di addolorarti per quelle prime tavole: esse contenevano solo i dieci comandamenti; queste nuove tavole, che sto per darti adesso, conterrano precetti e halakhà, midrash e aggadà” (46,1). Come a dire, lo ba-shammaim hi, “la Torà non è [più] in cielo”: le nuove tavole sono ormai date, aperte allo sviluppo e all’espansione in virtù di chiunque vorrà metterle in pratica e studiarle (na‘asè ve-nishma‘) e sono date non per la morte ma per la vita, ben sapendo che serviranno a chi sbaglia per tornare sul sentiero della giustizia e della misericordia. Ecco perché le seconde tavole sono date a Kippur, culmine del cammino di teshuvà, perché nessuno pensi di essere giusto a prescindere dalla Torà, dalla sua pratica e dal suo studio. Come ricorda Maimonide nelle Hilkhot ha-teshuvà: “I nostri chakhamin dissero: Dove poggiano i piedi i ba‘alè teshuvà – ossia i peccatori che si ravvedono – non sono degni di stare nemmeno i più perfetti tzaddiqim. In altre parole: il loro merito è superiore a quello di chi non ha mai peccato” (VII,4). E a Kippur siamo tutti ba‘alè teshuvà.

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


1 Commento:

  1. Sono una donna ebrea di nascita, nonostante il cognome. La ringrazio per ciò che ha scritto in modo così chiaro anche per me che ho 75 anni. Hatima Tova’


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *