Hebraica Nizozot/Scintille
Kol nidrè: il mistero di “voti e giuramenti” annullati a Kippur

Un viaggio nel testo più intrigante della liturgia ebraica

La solenne proclamazione di scioglimento e annullamento di voti e giuramenti, nota come Kol nidrè [“Tutti i voti”], che apre i riti serotini del giorno austero e solenne di Yom Kippur – quando digiuno e preghiere concludono i dieci yamìm noraìm, “i giorni terribili”, iniziati a capodanno – è forse il testo più misterioso di tutta la liturgia ebraica. Cantato con struggente melodia in aramaico da ashkenaziti e sefarditi e in ebraico dagli ebrei italiani [Kol nedarim], questo testo, per ragioni all’apparenza soltanto legal-halakhiche (ma c’è ben altro, come spiegherò), intende dichiarare scolto e annullato per tutta l’assemblea di Israele ogni tipo di giuramento o di voto autoimposti. Esso è introdotto con parole estremamente solenni e impegnative: “Con il consenso del Cielo e con il consenso di quest’assemblea, davanti al tribunale di lassù e davanti al tribunale di quaggiù, ci è dato il permesso di pregare insieme ai trasgressori…”.

Si noti dunque che l’assemblea non è composta solo da santi e giusti, ma anche da peccatori: Isreale è uno e uno solo dinanzi al Cielo. Poi, per tre volte consecutive e affiancato da uno o più rotoli della Torà estratti dall’aron, il chazan canta/proclama via via con voce sempre più forte il Kol nidrè: “Tutti i voti, le proibizioni, i giuramenti, le consacrazioni, le restrizioni, le interdizioni e ogni equivalente espressione di voto – da questo Kippur al prossimo Kippur – siano sciolti, assolti, rimossi, cancellati, annullati, resi vuoti e non effettivi né validi…” e per tre volte la formula si chiude cantano i due versetti del perdono, richiesto e ottenuto, presi dalla Torà: Bemidbar/Nm 14,19-20. Solo dopo può cominciare la preghiera vera e propria del giorno dell’espiazione.

Da dove viene questo testo e tale prassi, diffusisi in tutto il mondo ebraico? Cosa significano e che storia hanno queste solenni parole che inaugurano il giorno più intenso della religiosità ebraica (nell’unico rito in cui è prescritta una keri‘à totale ossia una prostrazione al suolo)? Anzitutto, esso è attestato già in epoca tardo-talmudica, ossia nei responsa dei gheomim babilonesi, e con tutta probabilità l’origine storico-geografica è quella. In età moderna venne riletto come fosse una formula segreta usata dai marrani iberici per confermare la loro lealtà ebraica… ma in quel caso i voti e i giuramenti non erano certamente auto-imposti ma forzati, estorti con una minaccia di morte e/o di esilio. La formula, in realtà, è assai più antica e il suo significato ben più esteso. Vi è anzitutto il senso spirituale custodito dalla formulazione halakhica: il Kol nidrè ripulisce mente, cuore e mano da vincoli auto-imposti – dunque non da contratti o impegni sanciti verso terzi – magari per ripicche o puntigli d’orgoglio personale, permettendo così un processo completo di teshuvà. Aiuta, in altre parole, il cammino di catarsi ed elevazione spirituale che è lo scopo della mortificazione (digiuno e astinenza sessuale) del giorno di Kippur. Del resto, Torà e halakhà rabbinica sono sempre stati contrari alla prassi di fare voti: si pensi alle norme sul nazireato (cfr. Bemidbar/Nm 6). Chi fa voti non solo li deve mantenere ma, impegnando il Cielo, deve pure espiare per averli fatti (quando v’era il Tempio, doveva recarvisi per offrire un sacrificio e donare la sua chioma).

Nel Novecento vi è stato un filosofo-teologo ebreo che ha avanzato un daver acher, un’altra spiegazione molto suggestiva. Si tratta di Jacob Taubes (Vienna 1923-Berlino 1987), secondo il quale il Kol nidrè allude a, e intende includere (nel kol), fatti e parole narrati in Shemot/Es 32-34 e Bemidbar/Nm 14-15, dove leggiamo che HaQadosh Barukh Hu fece voto di distruggere il suo popolo e propose a Mosè di cercarsi un nuovo Israele. Come è noto dalla Torà, Mosè rifiutò; anzi, chiedendo perdono, come abbiamo ricordato sopra, fu causa dell’annullamento del voto divino teso ad annientare Israele. L’annullamento di quel voto fu la causa della salvezza del popolo ebraico che pure aveva trasgredito la fiducia divina compiendo un grave atto di idolatria (il vitello d’oro). Proprio ciò che che si celebra a Kippur: la teshuvà e il perdono divino, il ritrarsi della Sua ira e il prevalere della Sua misericordia, l’essere – ancora – iscritti nel libro della vita come popolo di Israele. Dunque il primo voto da sciogliere, secondo Taubes, è quello divino contro Israele, perché Israele continui a vivere. Il pathos, la serietà e la solennità di Kippur (rimarcato dall’uso ashkenazita di indossare nel giorno di Kippur una tunica bianca, il qittel, sotto il tallit, il manto della preghiera) sono del tutto giustificati.

Cosa dicono gli storici a riguardo del Kol nidrè? Verso la metà del XIX secolo fu fatta, nelle aree urbane dell’antico regno babilonese, una curiosa scoperta archeologica: nei pavimenti delle case fu rinvenuto del vasellame capovolto verso il basso e sul quale vi erano delle iscrizioni, anche in più alfaberi (tra cui l’aramaico), di formule di scongiuri ed esorcismi, con valore apotropaico, con la funzione cioè di tener lontani gli spiriti maligni e le forze del male dalla casa. Si riteneva infatti che tali forze e spiriti salissero dal basso e le iscrizioni sulle terracotte rovesciate e interrate dovevano magicamente bloccarli. Ora, gli ebrei di Babilonia condividevano, almeno in parte, queste credenze e il Kol nidrè potrebbe appartenere a questo genere di formulari giuridico-religiosi tesi a preservarsi dalle forze maligne. Così la pensava il famoso orientalista e semitista americano Cyrus Herzl Gordon (Philadelphia 1908-2001): “Il nucleo del Kol Nidrè è radicato nel Talmud babilonese e il suo scopo è dare alla comunità un nuovo inizio, annullando le forze del male attirate da parole [voti e giuramenti] di natura distruttiva (anche se pronunciate senza premeditazione). Non v’è ragione di imbarazzo se questa è l’origine storica, né servono interpretazioni artificiali…”.

Forse anche l’interpretazione di Jacob Taubes suonerà artificiale, ma resta il fatto che da secoli la liturgia ebraica di Kippur invoca il perdono divino e lo ottiene nella consapevolezza che nessuno può vincolare o forzare la volontà divina, ma solo impetrarla (Yehi ratzon milfanekha, lo abbiamo ripetuto più volte a Rosh hashanà) e intercedere, come fece Mosè dopo gli eventi tragici del vitello d’oro. Il Kol nidrè ricorda, alla fin fine, che le trasgressioni individuali contaminano la comunità/la società, sempre un misto di giusti e ingiusti, così come, di contro, i meriti individuali la elevano. Non è solo una verità religiosa; è anche una verità laica, etica e politica, la cui cogenza non abbisogna di dimostrazioni. La proclamazione, all’inizio di Kippur, dell’annullamento di parole fuori controllo, di improvvidi giuramenti (a se stessi) e di impegni (autoimposti) che impediscono la fiducia, significa davvero lasciarsi alle spalle il passato “con le sue maledizioni” e aprirsi al futuro “con le sue benedizioni”.

Chatimà tovà a chi legge.

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


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