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La birra è kasher?

Una lunga e antica storia tra gli ebrei e la produzione della bevanza a base di luppolo, in alcune circostanze utilizzabile al posto del vino…

È almeno dai tempi dei babilonesi che gli ebrei bevono con gusto la birra. Insieme al brindisi vennero le domande: la birra è kasher? Si può usare a scopo cerimoniale come se fosse il vino?
A rispondere il Talmud – la birra è generalmente kasher, e se la birra è la bevanda principale del territorio, “la birra è il vino di questa terra” ed è quindi permesso l’uso cerimoniale.
Nonostante nei territori vicini a Israele, come nell’Antico Egitto, la birra fosse già d’uso comune, è solo con la distruzione del Tempio e la diaspora che sulle tavole degli ebrei la birra diventa una bevanda più abituale. Si crede tuttavia che la birra fosse usata per alcuni dei sacrifici: il termine per indicare la birra nella Torah potrebbe essere shekar, dall’araimico šikra e in lingua accadica šikaru, un termine che secondo diverse fonti indicherebbe la birra nella Mesopotamia del III millennio a.e.v.

In seguito, il commercio della birra fu tuttavia un mercato a lungo precluso agli ebrei. Ad esempio, nel Medioevo gli ebrei tedeschi non potevano per legge essere coinvolti nella fermentazione della bevanda. La Chiesa e i nobili del tempo possedevano un monopolio del mercato della birra, specialmente in relazione al commercio e alla tassazione sul gruilt: un “mix  di erbe e spezie (artemisia, achillea, edera terrestre, marrubio, erica, ecc.) che anticamente si usava per aromatizzare la birra, al pari del luppolo impiegato al giorno d’oggi”.
Nel 1516 fu poi promulgata in Germania la Reinheisgebot, ovvero un “decreto di purezza” per garantire che la birra fosse preparata solo con acqua, orzo e luppolo. Gli ebrei tedeschi espulsi dalle città si trasferirono in campagna e iniziarono a coltivare il luppolo e garantendosi un ingresso nel mercato della birra – fino a controllare il 70% del luppolo prima dell´ascesa del nazismo.  Ne parlava una mostra al Museo Ebraico di Monaco del 2016 dedicata proprio al legame tra la birra e gli ebrei in Bavaria, che mostrava anche il lato creativo del monopolio: i visitatori potevano trovare le pinte prodotte dagli ebrei tedeschi nel XIX secolo. Come nel moderno marketing, le tazze venivano prodotte e vendute per occasioni speciali, come il patrono della città, o raffiguranti le attrazioni principali della città di riferimento.  Per ironia della sorte, il simbolo del decreto di purezza fu una stella a sei punte, nonostante non ci fosse alcuna connessione con la stella ebraica.

La storia del legame tra ebrei e birra non riguarda solo la Germania ma diversi paesi europei. In Polonia, ad esempio, un censimento del 1764 sugli ebrei del paese riporta che circa l’80% della comunità era all’epoca impegnato nel commercio di alcolici, soprattutto vino, vodka, liquori e birra. Il ruolo nell’industria della birra per gli ebrei polacchi era soprattutto nelle taverne, tanto che la figura dell’oste ebreo divenne famosa nell’immaginario popolare fino alle ondate antisemitiche nell’800. A Podlasie, Podolia e Mazovia, il 55% della popolazione ebraica gestiva una taverna.  Le ragioni storiche sono da ricondurre all’impossibilità degli ebrei polacchi di far parte della nobiltà né lavorare la terra, così che ‘gestire’ un terreno o un business fu una pratica comune.

Nel diario di Yedidia Efron (1878-1951), un ebreo emigrato in Argentina dall’odierna Bielorussia, troviamo diversi dettagli del suo shtetl di origine chiamato Indura: tra questi, un capitolo dedicato al birrificio del villaggio, gestito da una famiglia ebraica.
Ancora oggi diversi birrifici in tutta Europa condividono un passato ebraico. Löwenbräu in Germania, il viennese Ottrakinger, o il birrificio Carslberg in Danimarca furono fondati da famiglie di origini ebraiche: un legame forse dimenticato, ma ancora oggi presente.

Micol Sonnino
collaboratrice

Micol-con-la-emme Sonnino, da pronunciare tutto d’un fiato, nasce a Roma nel 1997. Studia tutto ciò che riguarda l’Asia dell’Est all’Università di Bologna e vive tra Italia, Austria e Giappone per una magistrale in sviluppo sostenibile, con focus su sviluppo urbano e rurale. Le piace cucinare con la nonna e mangiare carciofi di stagione.


1 Commento:

  1. Leggo con piacere gli articoli di Micol Sonnino che trovo molto interessanti.
    Complimenti a questa giovane studiosa!


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