L'agenda di Joi
Hebraica
La circoncisione: Abramo e Paolo

Storia di una rivoluzione

La circoncisione, milà in ebraico, è l’unica mitzvà che prevede una modifica del corpo umano. Comporta, come noto, un segno indelebile per ogni maschio che, proprio nel momento in cui otto giorni dopo la nascita viene circonciso e riceve un nome, entra a far parte a pieno titolo del popolo ebraico. Forse anche per questo la circoncisione è da millenni tra i più forti e riconosciuti simboli di appartenenza per gli ebrei.

Il primo ebreo a operare su di sé e sui figli la circoncisione, secondo la Torà, è Abramo. In Genesi/Bereshit, infatti, la milà rientra nell’accordo di questi con Dio da cui trae origine il popolo ebraico. Il primo dei padri d’Israele riconosce il Signore come Dio per sé e per la propria progenie e ottiene l’uso della terra di Canaan, una discendenza numerosa, l’obbligo della circoncisione e un nome nuovo per sé, la moglie Sara e il figlio Isacco, di cui viene annunciata la nascita. In questo luogo della narrazione e della memoria ebraica ieri come oggi si intrecciano i concetti di patto e distinzione, un riferimento geografico forte, l’assunzione di specifici doveri di cui i corpi stessi con la circoncisione sono testimonianza e la trasmissione da una generazione all’altra di principi, cioè un’idea di educazione.

In età antica nell’area mediterranea non esiste la nozione di religione universale. Questo significa che ogni popolo ha proprie divinità; i greci praticano il culto greco (suddiviso a propria volta in tanti culti locali), i romani quello romano, gli ebrei quello ebraico. La religione può precedere (come per gli ebrei) o seguire (come per greci e romani) la politica, ma queste due dimensioni sono sempre schiacciate l’una sull’altra, mai distinte in potenziale dialogo o opposizione. A seguire le regole della religione ebraica sono gli ebrei, coloro cioè nati all’interno del popolo d’Israele. Esiste anche allora la conversione, ma sancisce (come ancora oggi) la scelta di persone nate fuori dall’ebraismo di entrare a far parte di un popolo. La circoncisione è obbligatoria per chi decide, ieri come oggi, di fare questo passo.

Molte delle Lettere entrate a far parte del canone biblico cristiano, scritte da Paolo di Tarso negli anni cinquanta o sessanta del secolo I d.C., costituiscono la parte più antica del Nuovo Testamento. Tanto per sgombrare il campo da dubbi, Paolo è un ebreo della diaspora che non utilizza mai termini come “cristiani” o “cristianesimo”, che allora nessuno concepiva nel significato assunto in seguito, e non si “converte” sulla celebre strada di Damasco: semplicemente perché non c’era nulla a cui convertirsi poiché Gesù non aveva fondato una nuova religione. Nelle Lettere Paolo parla continuamente della circoncisione e in numerosi passi fa riferimento esplicito ad Abramo, in aperta polemica con le istituzioni ebraiche contemporanee. Come mai?

Paolo si presenta come “apostolo dei pagani” e si attribuisce il compito di annunciare Gesù fuori dagli ambienti ebraici. La sua insistenza a proposito lascia intuire che fino allora il messaggio di Gesù era stato fatto proprio solo da gruppi di ebrei e che era proprio questo, e non altro, il logico proseguimento della predicazione del maestro. Sappiamo con ragionevole certezza, d’altra parte, che l’eventualità di rivolgersi ad ambienti non ebraici prima di Paolo non era neanche stata presa in considerazione né da Gesù né dagli eredi del suo lascito, guidati a Gerusalemme da Pietro e Giacomo. A questo punto il dibattito tra i seguaci di Gesù si accende in particolare su una questione fondamentale: è indispensabile la circoncisione per essere ammessi? E’ Paolo stesso a rendere conto della tensione tra il gruppo di Antiochia, di cui è parte, e quello di Pietro a Gerusalemme, della successiva rottura e della scelta di Paolo di iniziare comunque la predicazione tra i “greci”, cioè i non ebrei. Non serve aggiungere che si tratta dell’inizio di una rivoluzione.

“Il vangelo è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, dell’ebreo prima e poi del greco”, scrive Paolo nella Lettera ai romani. Poiché solo la fede conta e non le opere (cioè le leggi o, se si preferisce, le mitzvot), anche il precetto della circoncisione non è indispensabile. E’ comunque ritenuta utile “se osservi la legge [ebraica]”, ma a patto che venga confermata dalla fede. La circoncisione è dunque un vecchio concetto di cui disfarsi? Niente affatto: la circoncisione che più conta, spiega Paolo recuperando un passo del profeta Geremia, è quella dei cuori, quella cioè spirituale. In questo modo Paolo inserisce una serie di alternative binarie – carne contro fede, lettera contro spirito – aprendo a un dualismo che scardina dall’interno il sistema ortopratico ebraico, in cui invece azione e convinzione sono inscindibili. Di quello che un simile cambiamento di prospettiva comporta, Paolo non può non essere in parte consapevole; lo sono comunque i seguaci di Gesù di Gerusalemme che almeno fino a un certo punto lo ostacolano.

Quello che preme a Paolo non è creare una nuova religione, ma portare l’ebraismo a quello che reputa il compimento. La circoncisione della carne è indifferente perché la carne non conta nulla in assenza di fede, ma il concetto di circoncisione è conservato e integrato. Se la circoncisione efficace diventa quella dei cuori i veri ebrei sono adesso i seguaci di Gesù Cristo, qualunque sia la loro origine. Per rafforzare questa lettura Paolo ricorre proprio all’esempio di Abramo. Il padre del popolo d’Israele, secondo “l’apostolo dei pagani”, ha fede prima della circoncisione. Se Abramo, in altre parole, stringe un’alleanza con Dio quando ancora non è circonciso, si ottiene il paradosso di non poter considerare ebreo Abramo al momento dell’alleanza oppure di reputare non obbligatoria la circoncisione per essere inclusi nel popolo ebraico. E poiché la prima alternativa sarebbe reputata assurda da qualunque ebreo, non rimane che scegliere la seconda. L’argomento di Paolo non è in realtà inattaccabile; almeno una debolezza sta nella considerazione della circoncisione di Abramo solo come segno, sigillo, prova dell’alleanza precedente stipulata con Dio e non come uno degli aspetti dell’alleanza stessa. In ogni caso Paolo attacca tramite la polemica sulla circoncisione l’intero sistema delle mitzvot, e lo fa interpretando la figura di Abramo. Come Ismaele figlio della schiava Agar, quindi della carne, è superato da Isacco figlio della promessa, cioè del patto di Abramo con Dio; così l’alleanza sul monte Sinai nata dalla schiavitù egiziana, che prosegue presso gli ebrei che non riconoscono Gesù come Cristo, è superata dalla Gerusalemme celeste, patria spirituale di tutti coloro che hanno fede.

Ebreo, per Paolo, è dunque chi – ebreo di nascita come egli stesso, dunque circonciso, oppure pagano non circonciso – afferma il primato della fede sulle mitzvot a partire da quella fondamentale della milà. Paolo, in altre parole, sta dicendo ai pagani convertiti che in realtà sono ebrei. L’ebraismo che Paolo descrive non è quindi più la fede specifica di un popolo (che prevede la possibilità che altri popoli abbiano altre divinità, anche se queste vengono considerate false), ma una fede universale. Questo è possibile solo con il primato assoluto della fede: assoluto, cioè sciolto da qualsiasi vincolo nei confronti di altro, in questo caso le regole dell’ebraismo della tradizione (quindi anche di Gesù e dei suoi primi discepoli). Se la fede è assoluta, cade anche la distinzione tra uomini e tra popoli: ebreo o greco è la stessa cosa, se si accetta il messaggio del Cristo.

Per gli ebrei che non accettano la messianicità di Gesù, Paolo esce dall’ebraismo. Per Paolo è invece cieco chi non riconosce il completamento della legge ebraica, cioè il primato assoluto della fede e la conseguente spiritualizzazione di tutte le pratiche inclusa quella più concreta di tutte, la circoncisione. Alcuni secoli dopo Paolo, nel Talmud (Nedarim 32a), il valore della milà viene considerato pari a quello di tutte le altre mitzvot insieme, al punto che “da essa dipende il mantenimento del cielo e della terra”, cioè l’ordine e la distinzione degli elementi all’interno della creazione. I maestri della tradizione incardinano alla milà l’appartenenza ebraica e danno una risposta chiara e a suo modo definitiva alla lettura di Paolo. Sul primo precetto della Torà compiuto da Abramo si era giocata la grande divisione degli ebrei seguaci di Gesù dagli altri, una divisione che però quando il Talmud comincia a essere compilato aveva ormai preso strade che non solo Gesù, ma anche lo stesso Paolo non avrebbero mai potuto riconoscere.

 

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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