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Cultura
La letteratura israeliana e l’Italia: breve cronaca di un amore senza fine

Indagini sulle ragioni di un incontro fortunato. O, forse, di una passione viscerale

È dell’inverno scorso la notizia che in ottobre uscirà nel nostro Paese l’ultimo romanzo di A. B. Yehoshua, Bat yehidah, “Figlia unica”, interamente ambientato tra Venezia, Padova e altre città venete. Un’anticipazione che ha già generato una vibrante attesa tra i lettori italiani. Al di là dell’indubbio interesse dei luoghi e della storia di questa regione e del profondo interrogarsi di Yehoshua sull’evoluzione dell’identità ebraica in senso assoluto, mi piace vedere in questa scelta dello scrittore israeliano una sorta di omaggio nei confronti di uno dei Paesi europei che più lo ha amato – e ancora lo ama, è chiaro – consacrandone il talento in maniera definitiva. Tra Yehoshua e i lettori italiani esiste, infatti, un rapporto privilegiato avviatosi all’inizio degli anni ’80 e destinato a crescere nel tempo. Già in passato, alcuni studiosi – Marcella Simoni e Guri Schwarz – hanno indagato le ragioni dell’eccezionale popolarità dell’autore in Italia, offrendo spiegazioni differenti. Marcella Simoni, ad esempio, ritiene che le opere di Yehoshua abbiano avuto la fortuna di inserirsi nel particolare contesto italiano degli anni Ottanta, quando agli ebrei e a Israele era riservata un’attenzione notevole, soprattutto a seguito degli eventi del periodo – il conflitto israelo-palestinese, la Prima Intifada – entrambi ampiamente discussi nei media e nella politica italiana. Ovviamente, ciò non vale soltanto per Yehosua. Lo stesso può essere detto anche per gli altri due componenti della “triade” degli scrittori israeliani: Amos Oz e David Grossman. Di quest’ultimo ricordiamo soprattutto “Il vento giallo” un audace reportage dello scrittore sul conflitto, uscito per Mondadori nel 1988, nel pieno clamore degli eventi. Sotto questo aspetto specifico – la narrazione del conflitto – la letteratura fornisce risposte che la mera cronaca non sa offrire, si spinge là dove il giornalismo si ferma: ad esempio, l’indagine psicologica ed emotiva delle persone coinvolte nei grandi eventi della storia; le vite di altri lontani da noi, nelle quali però la scrittura rende facile immedesimarsi. È passato però il tempo in cui la letteratura israeliana tradotta in italiano si limitava a questo pugno di nomi. Oggi, infatti, possiamo ragionevolmente parlare di una storia d’amore trentennale, cui si è aggiunto un mosaico di voci e di volti talmente vasto che è impossibile ripercorrerlo ora nel dettaglio. E altri nomi ancora verranno in futuro.

Alla luce di tanta ricchezza e di una situazione che non conosce paragone al di fuori dei confini israeliani (si pensi anche alla fama più recente di Eshkol Nevo, il cui “Vocabolario dei desideri” è stato pubblicato solo nel nostro Paese) è legittimo chiedersi quali siano le ragioni di questo amore. Anni fa Gabriella Moscati Steindler ha definito la ricezione della letteratura israeliana in Italia “il coraggio dell’attesa”. È una definizione interessante che identifica un processo di “riconoscimento” reciproco durato qualche decennio. Lo stesso ha spiegato nel 2008 Elena Loewenthal, in occasione dell’edizione del Salone del Libro di Torino che ha visto come ospite d’onore Israele: La letteratura israeliana è l’erede di una grande letteratura ebraica, a cui il lettore italiano è arrivato tardi, ma alla fine ci è arrivato, grazie anche al fatto che gli editori di casa nostra hanno scoperto che interesse e vendite potevano coincidere. Sicuramente c’è tutto questo e anche di più. Italia e Israele si affacciano sulle sponde opposte del Mediterraneo, sono giocoforza costrette a osservarsi, a guardarsi costantemente, spesso con curiosità, nella coscienza di un legame storico, culturale e religioso che li rende simili, pur nelle reciproche differenze. Per il pubblico italiano, la cui maggioranza non appartiene all’ebraismo, Israele non è e non può essere una nazione qualunque. Esiste una forza di attrazione che spinge gli italiani a volgere lo sguardo là dove si trova Gerusalemme, dove le spiagge di Tel Aviv si estendono. Benché spesso distante dal mondo letterario di oggi, il richiamo del passato biblico non è trascurabile nel definirsi dell’interesse italiano per la letteratura israeliana, almeno come impulso iniziale.

Esistono poi ragioni intrinseche al panorama letterario dello Stato ebraico. In un mondo globalizzato, dove è più semplice l’accesso a innumerevoli realtà culturali, la letteratura israeliana possiede uno status unico. Giovane, fresca, dotata di sfumature differenti, di storie straordinarie che attraversano i più oscuri tormenti dell’io, ne illuminano gli amori, ne fotografano le inquietanti metamorfosi sociali e familiari. Nello stesso fazzoletto di terra (santa) i lettori vedono intrecciarsi il sangue della contese politiche, i conflitti sociali e religiosi, le gioie, i traumi e i dolori comuni degli individui, i traumi collettivi, dalla Shoah all’esperienza della guerra in tutte le sue forme. È una combinazione di elementi irresistibile, la quale possiede inoltre il pregio di mostrare al lettore come la realtà di Israele si tutt’altro che monolitica, diversamente da quanto spesso venga presentato.
In conclusione, mi rivolgo ai lettori: esistono motivazioni specifiche che vi spingono ad amare la letteratura israeliana? Un aspetto che è stato trascurato in questa piccola rassegna?

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


1 Commento:

  1. Amo la letteratura israeliana alla quale mi sta avvicinando da poco tempo, perché gli scrittori, anche quelli moderni, sono voci che hanno un profondo e inconfondibile legame con una storia antichissima, unica e originale, “sacra” e misteriosa, provocante….


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