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La Stella e la svastica

Il poter dire che la colpa di una tragedia ricade sulle vittime, poiché queste stesse oggi rivestono i panni dei carnefici, è al medesimo tempo un esercizio negazionista e un’arma di delegittimazione

È parte non tanto della polemica politica quanto, soprattutto, della contrapposizione ideologica viscerale stabilire un accostamento tra più aspetti del sionismo, e con esso dello Stato d’Israele, ed il nazionalsocialismo. In altre parole, secondo alcuni spietati detrattori, sussisterebbe un’equazione, che si fa immediata equivalenza, tra gli israeliani e i nazisti. In che cosa ciò consista, e sulla base di quali premesse venga sviluppata una tale argomentazione, lo vedremo meglio tra breve, ovvero nelle righe a venire.

Ciò che invece preme da subito sottolineare sono due elementi: il primo è quello per cui, secondo un tale sillogismo, la malvagità dei carnefici transiterebbe e si manifesterebbe di nuovo nelle loro vittime, trasformatesi ora in aguzzini tanto sistematici quanto implacabili, al pari dei loro precedenti assassini, di cui si sono fatti emuli; il secondo rimanda ad un aspetto a volte meno sottolineato ma, non per questo, scarsamente rilevante, ossia il fatto che per delegittimare alla sua radice tutta la traiettoria di quella parte della storia ebraica che si identifica con la costruzione di una propria nazione, letteralmente la si fa identificare con ciò da cui, per ragioni prima di tutto di mera sopravvivenza, ha invece sempre intenso liberarsi, ossia il genocidio razzista. In altre parole, il discorso si traduce in un assunto diretto ed immediato, come un pugno allo stomaco: è inutile che gli ebrei facciano le vittime, essendo semmai loro i veri assassini; non hanno subito ciò che “dicono” di avere vissuto, semmai lo stanno sperimentando su altri.

Non c’è contraddittorietà alcuna in questi costrutti, al netto della ripugnanza che possono (e debbono) ingenerare in chi ne intenda fare un’analisi di merito. Poiché ripetono un vecchio assunto sotto nuove spoglie. Queste ultime, in genere, rivestono l’abito della denuncia dell’urgenza della «questione palestinese», declinata in tale modo come «genocidio» in corso. L’assunto stagionato è invece quello che sta alla base dell’antisemitismo di tutte le epoche: l’«ebreo» è la causa del male altrui in virtù della sua totale abusività storica, non essendo parte dell’umanità ma semmai costituendone una specie di diabolico rovescio. In altre parole, l’operato dei «sionisti», quindi degli israeliani, risponderebbe ad una logica che è connaturata all’ebraismo medesimo, essendo quest’ultimo connotato da una serie di caratteristiche negative, che fanno di esso l’espressione di una sorta di contro-tipo disumano: vocazione alla prevaricazione sistematica; propensione alla cupidigia e – quindi – alla manipolazione degli interessi altrui; sostanziale estraneità rispetto al consesso umano; inclinazione al dominio totale; implacabile opportunismo; rapacità amorale, fondata sul presupposto che l’interesse di gruppo si alimenta della spoliazione dei beni e delle stesse vite altrui e così via.

L’antisemitismo, a tale riguardo, recupera la critica dei poteri offrendo, a quanti siano disposti ad ascoltarlo, una rozza ma seducente parodia di essa: è nella capacità di presentarsi sotto questa forma, infatti, che il pregiudizio antiebraico ha costruito le sue fortune nella contemporaneità, sopravvivendo alle stesse carneficine che ha legittimato e – quindi – per buona parte provocato. Il poter dire che la colpa di una tragedia ricade sulle vittime, poiché queste stesse oggi rivestono i panni dei carnefici, è al medesimo tempo un esercizio negazionista e un’arma di delegittimazione. La negazione sta nella rimozione totale dei fatti storici e, con essi, del rapporto concreto tra persecutori e perseguitati. Poiché di tutto ciò, nei sillogismi, nelle associazioni e nelle equiparazioni in atto, si va perdendo ogni tangibile riscontro, essendo semmai sostituito da una nebulosa di ruoli intercambiabili, dove l’autentico colpevole viene volutamente confuso con quanti invece furono destinatari della furia criminale. La delegittimazione si inscrive in una prassi politica per la quale ciò che conta non è solo demonizzare il “nemico” ma il riuscire a farlo raccogliendo, intorno a sé, sufficiente consenso, fidelizzandolo e corazzandolo rispetto a qualsiasi riscontro critico. Chi delegittima non vuole esclusivamente sconfiggere il suo avversario, identificandolo con un grado tale di bassezza morale da spingere i più a rifiutarlo per la sua presunta disumanità, ma aspira ad erigersi a giudice, sottraendosi esso stesso da qualsiasi valutazione sul proprio operato.

Alla radice di una tale mistificazione si pongono senz’altro molti fattori, accomunati da un’esacerbazione radicalizzata del significato di alcuni processi storici novecenteschi (a partire dalle questioni sollevate dalle due guerre mondiali), che vengono deliberatamente manipolati e stravolti nel loro significato. Tuttavia, a ciò si somma una diffusa retorica del «male assoluto» che, nel tentativo di sanzionare sul piano etico, una volta per sempre, l’assoluta inaccettabilità del nazismo, rischia invece di ottenere un risultato capovolto rispetto a quello che si prefigge. In quanto quel che viene stigmatizzato rischia di essere non un evento storico, nella sua concretezza, bensì un simbolo totalizzante, posto al vertice di una scala del dolore cristallizzata. In tale modo, il fenomeno stesso risulta sottratto alla storicizzazione e alla contestualizzazione, due elementi senza i quali nessun evento storico, tanto più quello maggiormente brutale se non abominevole, può essere compreso nella sua specificità. Non di meno, così facendo, invece che mettere in sicurezza, sul piano etico, le coscienze, offrendo ad esse uno strumento di comprensione del passato, si rischia di innescare quella competizione che è tipica di alcuni gruppi alla ricerca di una legittimazione politica, laddove questi cercano di fare perno sulla condizione di vittime che rivendicano un qualche risarcimento, materiale, di reputazione e simbolico, per i torti subiti. In questo caso, l’identificazione e  la sovrapposizione con le tragedie incorse all’ebraismo europeo si traducono in una rincorsa per accreditarsi come gli autentici oppressi del presente. Fino al punto, attraverso una serie di fallaci ed inconsistenti passaggi logici e di false argomentazioni, di arrivare a definirsi come «vittime delle vittime», facendo coesistere in tale affermazione anche l’insussistenza o l’inconsistenza della Shoah, che sarebbe stata enfatizzata ad arte per dare ai «sionisti» uno strumento di ricatto nei confronti del resto della comunità umana.

Il sionismo, nelle diverse rappresentazioni detrattive che di esso sono state fornite nel corso del tempo, è immediatamente collegato al colonialismo del passato (il dominio europeo) come del presente (Israele, i territori amministrati e le politiche del cosiddetto «apartheid» nei confronti delle popolazioni arabo-palestinesi). Viene infatti presentato come la ricaduta diretta dei processi coloniali, di cui costituirebbe una delle più perniciose ideologie e delle peggiori pratiche di asservimento dei popoli autoctoni. La sua particolare “velenosità” e dannosità risiederebbe nel fatto di essersi affermato nel momento in cui le potenze coloniali stavano avviando un processo di revisione, ristrutturazione e ridimensionamento della loro presenza in Africa e Asia. Di fatto, le avrebbe sostituite nell’opera di brutale dominio imperialistico di alcuni popoli autoctoni. Una tale fisionomia, secondo certe letture dichiaratamente antisemite, sarebbe il prodotto necessario – se non obbligato – della sua radice ebraica. Poiché, se gli ebrei hanno a propria missione il dominio del mondo, non possono che esercitarlo anche con il ricorso agli strumenti di una ideologia politica pervasiva.

Ma non va dimenticato che l’antisionismo, inteso come rifiuto del «nazionalismo ebraico», trova la sua più autentica radice nel connubio che si stabilisce, a partire dalla fine degli anni Quaranta del secolo trascorso, per poi svilupparsi e rafforzarsi per almeno i due decenni successivi, tra alcuni Paesi del blocco dei non allineati e l’allora Unione Sovietica. Esiste una lunga sequenza di formulazioni ideologiche, per parte dei vertici del comunismo sovietico, contro Israele. Se si vuole stabilire un punto di non ritorno, è il processo di Praga dei primi anni Cinquanta (l’«affaire Slánský») – contro una parte dell’allora gruppo dirigente del locale partito comunista, perlopiù di origine ebraica, del tutto incolpevole dei misfatti attribuitigli – a definire una linea spartiacque. L’opzione stalinista di abbandonare definitivamente quel che restava del rapporto con Israele, consolidando invece il legame con i paesi in via di decolonizzazione, nell’ottica di contrastare l’avversario occidentale ovunque fosse possibile, portò il gruppo dirigente sovietico a formulare una volta per sempre una dottrina antisionista che ne denunciava non solo lo «sciovinismo nazionalista» ma anche, quanto meno in controluce, torbide similitudini con il passato nazista.

Spesso una tale associazione era suggerita piuttosto che direttamente imposta. Ma il cortocircuito tra ebraismo, sionismo, nazismo e Shoah concorreva da subito a mischiare e a confondere completamente le carte, fosse non altro per il fatto che carnifici e vittime venivano percepite come parte di uno stesso insieme, contrassegnato dallo stigma di ciò che l’Urss rifiutava, avendo subito tra il 1941 e il 1944 la brutale occupazione tedesca. La specificità del genocidio razzista degli ebrei era peraltro rifiutata da Mosca e dai paesi satelliti, consegnando le vittime della Shoah al più generico novero di quanti erano stati assassinati dai nazisti, a prescindere dalle diverse motivazioni della loro eliminazione fisica.

Dal 1967 in poi, dopo la fine della Guerra dei sei giorni, un tale atteggiamento è andato rafforzandosi. Alla triade «oppressione, repressione ed eliminazione» (fisica), si è associato l’accusa in merito al rapporto tra etnicizzazione delle relazioni sociali, pratica del suprematismo ideologico ed espansionismo geopolitico. In altre parole, il sionismo tradurrebbe la sua radice prevaricatoria in atti concreti disponendo di una collettività inerme di vittime, i palestinesi, sui quali esercitare le proprie pratiche di dominio etno-razziale. Fino al punto di prodursi in una sorta di «genocidio», sia pure articolato nel corso del tempo e realizzato con uno stillicidio di violenze gratuite. Ed è proprio a partire da queste premesse che il sionismo, viene associato, sovrapposto e coniugato dai suoi detrattori al nazismo in quanto tale. Poiché costituirebbe la definitiva teorizzazione del suprematismo ebraico. Se i nazisti esaltavano la superiorità razzista degli «ariani», gli ebrei, attraverso il sionismo, si adopererebbero per dominare il mondo in quanto razza che si considera al di sopra del resto dell’umanità.

Del nazismo – secondo questa visione distorta e pregiudiziale – sarebbero recuperati più aspetti, tra i quali: il rapporto ossessivo, maniacale, predatorio, quindi proprietario con la terra, da sottrarre alle popolazioni autoctone, in quanto intesa come spazio dove esercitare una signoria assoluta; la gerarchizzazione, su base razzista, delle relazioni di potere e la giustificazione del ricorso sistematico alla forza poiché espressione di un “diritto naturale” alla sopraffazione nei confronti dei non ebrei; anche da ciò, quindi, la suddivisione del mondo tra ebrei e non ebrei, costringendo questi ultimi a rapporti subalterni, fondati sulla primazia del proprio gruppo di appartenenza e sulla subordinazione di tutti gli altri; una visione messianica e al medesimo tempo apocalittica del ruolo storico dell’ebraismo, destinato a dominare la terra intera attraverso l’affermazione di sé, a qualsiasi costo; il ricorso a tutti gli strumenti possibili, a partire da quelli più sleali, come il complotto e l’inganno, per ricavare utili e benefici immediati; il sionismo come moderna ideologia del “sangue”, al pari di quella già propagandata da Hitler, in quanto vincolo di reciprocità assoluta tra omologhi, tali poiché appartenenti a una comunità organica, dalla quale i non ebrei sono rigorosamente esclusi.

La potenza del binomio sionismo-nazismo entra violentemente in gioco nell’irrisolto conflitto israelo-arabo-palestinese, fornendo un armamentario di rappresentazioni che non vengono scalfite dalle contro-argomentazioni razionali. Per più aspetti, è divenuto, quasi da subito, una sorta di reciproco inverso del processo storico. Se quest’ultimo, infatti, è una arena concreta di conflitti materiali ed umani, il pregiudizio sostituisce gli eventi, e le loro interpretazioni, ricorrendo all’immaginario del «complotto sionista». I problemi del Medio Oriente sarebbero quindi il prodotto della malvagità ebraica. Gli effetti di deformazione caricaturale, invece che costituire limiti alla promozione dei preconcetti e dei cliché, ne diventano rafforzativi nella loro diffusione tra una parte dell’opinione pubblica e nel linguaggio di senso comune. Così la politica israeliana nei confronti dei palestinesi è veicolata attraverso vignette che ricorrono agli stessi stilemi diffusi ai tempi del nazismo: mentre l’ebreo è contrassegnato da marcati tratti fisici, facilmente distinguibili, sospesi tra ripugnanza e grossolanità, il palestinese – e più in generale le popolazioni arabo-musulmane – sono idealizzate sotto le spoglie di martiri inconsapevoli e, al medesimo tempo, inconsolabili. Ripetuto è il riferimento alla gratuita “sanguinarietà” delle «violenze sioniste», laddove la simbologia del sangue versato da vittime indifese, così come le loro sofferenze, suggellerebbero non solo l’inumanità dei carnefici al pari della veracità degli oppressi (intesi come veri e propri «martiri») ma anche l’estraneità dei primi dal contesto umano, in ragione dell’abominio che ne motiva gesti ed atti.  Ancora una volta si ripropone, non a caso, un altro paradigma dell’immagine del nazismo, proiettata in questo caso sul «sionismo»: la sua disumana innaturalità, che coltiva in sé, pervicacemente, il bisogno di compiere del male, non solo per un ricavo materiale immediato ma per il gusto sadico di vedere altri soffrire.

L’intelaiatura ideologica dell’equiparazione tra sionismo e nazismo non si basa su ignoranza. In alcuni casi non c’entra neanche la malafede. Semmai traduce in un facile ed immediato sillogismo un percorso più ampio che ha alla sua radice l’antisemitismo moderno così come l’antigiudaismo di più antico ceppo. A tale riguardo, le associazioni correnti ne riprendono diversi aspetti. Ad esempio, il ritorno dell’accusa di “deicidio” con la sua attualizzazione: come gli ebrei furono responsabili della messa a morte di Gesù, riconosciuto e deriso dalla folla in quanto falso messia, così oggi uccidono un popolo, quello palestinese, portatore di un messaggio universale di liberazione. La colpa degli israeliani/sionisti è quindi doppia: assassinano esseri indifesi (come era Gesù), ma anche individui che, a partire dalla loro personale emancipazione dalla schiavitù (israeliana), promuovono invece un discorso di liberazione rivolto alle collettività schiavizzate del mondo. Il gioco è quello di mettere in contrapposizione un’immagine condivisa di sofferenza – il messia in croce – che simboleggia il dolore universale ma anche la speranza collettiva, con la raffigurazione della sopraffazione belluina, costituita dalle soverchierie delle milizie israeliane.

A tutto ciò, non a caso, si ricollega l’ideologia dell’antimperialismo e della “solidarietà tra i (veri) popoli” (un tema al quale il nazionalsocialismo non fu mai del tutto estraneo): poiché Israele è un prodotto del colonialismo e del dominio dell’ebreo sui non ebrei, nessuna fratellanza tra gli oppressi può prescindere dalla lotta contro il Paese che rappresenta il peggiore imperialismo corrente, tale poiché dai tratti demoniaci. La trasformazione che certa iconografia fa della Stella di David in svastica, risponde ad una tale sollecitazione. La semplifica sul piano estetico ed emotivo, agevolando la percezione di un’immediata contiguità tra ebrei e nazisti. Quindi, in una tale ottica è di prassi considerare Israele come paese “innaturale”, abusivo, privo di radici, senza ragioni etiche né condotte morali e pertanto contro la storia: il sionismo è un’ideologia di pura sopraffazione; ne consegue che lo Stato d’Israele non ha altro fondamento che non sia quello di tradurre nei fatti una tale intenzione.  Peraltro, alla sua origine si porrebbe un «complotto», che rinnova l’idea della storia come prodotto di poteri occulti: Israele non nascerebbe da un processo storico travagliato, al pari delle altre nazioni, ma costituirebbe il risultato di una manipolazione e di una cospirazione degli ebrei, ai danni delle popolazioni arabe ed, in prospettiva, del mondo intero. Israele viene quindi raffigurato come “ebreo collettivo”, un soggetto omogeneo e indifferenziato: tutti gli ebrei pensano nel medesimo modo e hanno gli stessi obiettivi; Israele non è una società faticosamente pluralista ma lo strumento manifesto per stabilire la supremazia ebraica. Anche da ciò, quindi, la sovrapposizione immediata e acritica tra ebrei, ebraismo, sionismo e Stato d’Israele, intesi come un insieme unitario, quand’anche una parte dei detrattori più avveduti pongano invece come incipit delle proprie argomentazioni la distinzione dei diversi soggetti, salvo poi scivolare molto velocemente verso la demonizzazione di tutto e tutti.

L’immaterialità di Israele si darebbe anche dal suo scontare un ulteriore peccato d’origine, ovvero l’essere il prodotto di capitali stranieri che, comprando le terre altrui e istituendovi colonie proprie, avrebbero ingiustamente espropriato la popolazione autoctona. D’altro canto, Israele è quindi vista come nazione della finanza, ossia come falsa costruzione statale, poiché la vera patria degli ebrei/sionisti sarebbe il denaro, per sua natura fluttuante, e non la terra, in sé “stabile”, ossia basata su confini definiti, radici profonde, delimitazioni reciproche. Poiché il «male assoluto» è tale in quanto non può ammettere alcun vincolo di sorta. Invade, inquina, sommerge e poi disintegra ciò che vuole conquistare. Così fu il Terzo Reich, così lo è Israele. Parrebbe, in fondo, quasi un film di fantascienza di serie B quando invece, per non pochi, è pane quotidiano da addentare mordacemente.

 

(Questi ed altri temi sono stati ripetutamente trattati nel volume a cura di Raffaella Di Castro e Saul Meghnagi, L’ebreo inventato, Giuntina, Firenze 2021)

 

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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