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La storia e i giorni: era il giugno del 1967…

«Jerusalem 67», del regista Emil Ben-Shimon, metterà in scena un thriller drammatico basato sulla guerra lampo del 1967, un anno spartiacque nella storia d’Israele, quanto e più dello stesso 1948.

La Guerra dei Sei Giorni, consumatasi nella prima decade del mese di giugno del 1967, è al medesimo tempo parte della storia di Israele e del Medio Oriente così come dell’immaginario collettivo. Per diverso tempo, dopo averne celebrato i fasti per i vincitori (ma anche le opportunità per una parte del vinti, a patto di giocare bene le proprie carte), se ne parlò con maggiore o minore cognizione di causa. Quanto meno fino a quando nel 1973 non intervenne il conflitto successivo, quello di Yom Kippur, che per un breve ma drammatico lasso di tempo sembrò potere ribaltare gli equilibri determinatisi nel mentre. Ora, un film, Jerusalem 67, del regista Emil Ben-Shimon, metterà in scena un thriller drammatico basato su quei giorni così intensi e clamorosi. Un rimando al contesto storico può quindi tornare utile, posto che il 1967 fu un anno spartiacque nella storia d’Israele, quanto e più dello stesso 1948.

Se l’anno della fondazione definì, attraverso le linee del cessate il fuoco, i confini di quella che sarebbe diventata la porzione di territorio “storicamente” appartenente allo Stato d’Israele, vent’anni dopo la Guerra dei Sei giorni concorse infatti a mutare drasticamente i termini del confronto tra israeliani e mondo arabo. Da una parte i vincitori avrebbero misurato l’ebbrezza della “conquista” territoriale, rompendo quella cronica condizione di assedio che aveva denotato, fino ad allora, il rapporto con vicini così tanto ostili. Dall’altro, tuttavia, i vinti avrebbero cambiato volto: non più i rifugiati, gli esiliati, gli espulsi del 1948 ma una popolazione, quella palestinese, sottoposta ai rigori di una amministrazione esercitata in prima persona da Israele. L’una e l’altra cosa erano destinate, interagendo tra di loro, a modificare e a rimodellare sul lungo periodo le identità dei protagonisti.

La guerra, per parte sua, si consumò peraltro nell’arco di una settimana. Il 5 giugno 1967 le forze aeree israeliane lanciarono il loro pugno di ferro contro l’aviazione egiziana, che venne per la quasi totalità polverizzata al suolo. Poi l’esercito di terra si mosse verso sud, conquistando la striscia di Gaza e la penisola del Sinai; quindi verso nord, sulle alture del Golan e ad est, occupando la Cisgiordania. Se il target iniziale era quello di mettere l’Egitto con le spalle contro il muro, distruggendone la capacità bellica e assicurandosi la transitabilità dello stretto di Tiran, la scelta dei giordani di intervenire nel conflitto fece sì che il 7 giugno le truppe israeliane dovessero reagire anche su quel teatro di guerra. La parte araba di Gerusalemme fu quindi oggetto di una battaglia condotta corpo a corpo, senza il ricorso all’uso di artiglieria, mezzi corazzati e aviazione ma affidandosi all’azione dei fanti. La guerra mutò in tale modo non solo di segno ma anche di significato. Iniziata con una specifica posta in gioco, l’alleggerimento dalla pressione araba sul Paese, a quel punto si trasformò in un confronto per l’estensione degli spazi da controllare. Si trattava di un cambiamento di scenario destinato a pesare ben oltre la conclusione stessa degli scontri.

Il 9 e il 10 giugno era infatti la volta del Golan. La pressione dei militari sul premier Levi Eskhol fece decidere quest’ultimo a favore dell’opzione bellica anche in tale caso. Gli israeliani, così, raggiunsero Kuneitra, a poco più di cinquanta chilometri da Damasco. In sei giorni il ribaltamento di posizioni e di ruoli risultò totale. In centotrenta ore di guerra Israele cambiava il volto del Medio Oriente. Le operazioni militari si erano rivelate di una strabiliante efficienza. di una notevole efficacia, di una sorprendente repentinità. A fronte di 676 morti e 2.563 feriti per parte israeliana, gli stati arabi lasciavano sul terreno più di 20.000 morti e buona parte del loro materiale bellico. Il territorio conquistato militarmente era più del triplo di quello dello Stato d’Israele. Rispetto a Israele, la cui estensione originaria era di circa 20.000 chilometri quadrati, il Sinai ne misurava 61.000, la Cisgiordania 5.700, il Golan 1.154 e la striscia di Gaza di 383. Soprattutto, era stata conquista la parte orientale di Gerusalemme e le regioni della Giudea e della Samaria. Al risultato materiale si legava un successo simbolico – il controllo di parti del territorio ritenute fondamentali per l’identità ebraica. Non di meno, Israele assurgeva nello scenario mediorientale ed internazionale a protagonista indiscussa della politica, assumendo una volta per sempre la fisionomia di soggetto autonomo, capace di condizionare le scelte e i comportamenti anche dei suoi avversari.

La trama della Guerra dei sei giorni è peraltro intessuta di premesse così come di conseguenze dense di significati. Le prime stavano sia nel mutamento di regime in Siria che nell’azione militare egiziana nel Sinai. In febbraio, infatti, un colpo di stato a Damasco consegnava infatti il potere in mano alla minoranza degli Alauiti. Il nuovo governo, di ispirazione baathista, si caratterizzava per le spinte alla radicalizzazione del confronto regionale, assumendo la tutela degli interessi palestinesi identificati nella persona dell’astro nascente Yasser Arafat, e della sua creatura politica, il movimento Fatah, contrapposto al vecchio notabilato palestinese. Nel gioco ad incastro si trattava per la Siria di dimostrare la sua rinnovata forza di attore politico, mettendo in difficoltà l’Egitto di Gamal Abd el-Nasser.  Non a caso, la frontiera siriana costituiva per Israele il punto più critico. Le infiltrazioni di terroristi e di sabotatori, il bombardamento delle località di confine, le fucilate contro i pescatori del lago di Tiberiade si susseguivano con continuità. Si trattava di una guerriglia permanente, un’azione perdurante di sfiancamento il cui obiettivo, oltre a cercare di usurare le difese israeliane, era quello di affermare agli occhi del mondo intero il patrocinio siriano sui palestinesi.

Nella primavera del 1967 i tempi erano quindi maturi per un nuovo conflitto. Tuttavia, il principale protagonista arabo non fu la Siria. Su sollecitazione dell’Unione Sovietica, Nasser aveva infatti iniziato a spostare le sue pedine, penetrando a maggio nel Sinai, zona smilitarizzata e cuscinetto d’interposizione dalla fine della campagna di Suez di dieci anni prima. Nei giorni successivi ci si trovò dinanzi ad un crescendo di iniziative: la mobilitazione di tutto l’esercito egiziano e la sua messa in stato d’allarme; la perentoria richiesta che gli osservatori dell’Onu, stazionanti sulle aree critiche della frontiera egiziana, ovvero Aqaba e Gaza, venissero ritirati; la chiusura dello stretto di Tiran alla navigazione israeliana; l’accordo militare del 30 maggio con la Giordania, che poneva ciò che restava della Legione araba, di origine hashemita, sotto il comando nasseriano; la sottoscrizione, da parte dell’Iraq, del patto di coalizione che lo associava all’esercito egiziano.

Nel giro di poco meno di un mese un robusto schieramento di unità arabe, costituito da numerosi contingenti militari, era così stato posto a disposizione del leader cairota. Peraltro l’isolamento politico di Gerusalemme costituiva un dato di fatto. Nel tentativo di scongiurare il prevedibile esito bellico di una lunga crisi di sfiancamento il ministro degli Esteri Abba Eban tentò ancora la via diplomatica, ottenendo però scarsi risultati. Se Nasser poteva vantare il solido rapporto con Mosca, Israele contava su un debole referente nell’Amministrazione Johnson, allora pesantemente impegnata in Vietnam e nel Sud-Est asiatico. L’Europa, per parte sua, era indifferente se non diffidente, mentre le Nazioni Unite risultavano sostanzialmente paralizzate davanti al montare della crisi regionale. Ne faceva riscontro la condotta dell’allora Segretario generale Maha Thray Sithu U Thant, che provvide a ritirare subito i caschi blu dalle aree a rischio.

È quindi in questo assai poco confortante contesto che Israele, per nulla convinto di dover procedere allo scontro militare, dovette decidere sul da farsi. Le ipotesi che il governo Levi Eshkol aveva dinanzi a sé erano solo due: la prima era quella di lasciare correre, confidando nel fatto che la prova di forza si mantenesse entro i limiti di un confronto non armato, destinato a sedarsi nel corso del tempo. Sul piatto della bilancia, contro questa ipotesi, pesavano numerosi elementi, tra i quali l’intollerabilità del blocco navale nel sud, il rischio di far perdere di credibilità alla propria capacità dissuasiva, il timore che il braccio di ferro si traducesse comunque in uno scontro militare violentissimo, forse indipendentemente dal volere del suo stesso protagonista, Nasser. Più in generale, Israele non poteva permettersi uno stato di allerta e di mobilitazione permanente delle proprie risorse e dei suoi uomini. L’autonomia operativa e logistica aveva dei limiti di principio: si poteva intervenire, nel qual caso tuttavia lo si sarebbe dovuto fare in tempi rapidi; oppure ci si poneva in una rischiosa condizione di attesa, confidando che dietro il fumo bellicoso non ci fossero altro che le minacce.

La seconda opzione era quella di procedere ad un confronto guerreggiato, sapendo che il tempo giocava comunque a favore del rais egiziano, confidando quindi nella buona riuscita di un gesto tanto subitaneo e repentino quanto risolutivo. Era l’ipotesi del First Strike: un colpo secco, possibilmente risolutivo. Il premier israeliano era assai poco propenso a questo genere di soluzione, contro la quale deponevano l’assenza di alleanze e di sostegno internazionale, il blocco francese della fornitura d’armi, l’oggettiva potenza dell’avversario. Il Paese, a sua volta, si sentiva logorato dall’assordante pressione araba: memore della Shoah, andava temendo che si stessero ponendo le premesse per un secondo genocidio. Il Rubicone fu varcato quando Levi Eshkol, primo ministro assai fragile nella sua indeterminazione, affidò il ministero della Difesa a Moshe Dayan, simbolo nazionale della forza militare temperata dal giudizio politico e dal calcolo delle opportunità. Era il 1° di giugno. Tre giorni dopo il leader dell’opposizione Menachem Begin, capo carismatico del partito di destra Herut, entrava nel governo come ministro senza portafoglio insieme a Yosef Sapir, del Partito liberale. Il governo era ora di «unità nazionale», un esecutivo per la gestione della crisi, in altri termini.

Si sapeva che la partita militare si doveva giocare con pochissime carte e in un lasso brevissimo di tempo poiché molto, se non quasi tutto, sembrava essere a favore della coalizione araba. In meno di una settimana, tra il 5 e il 10 giugno, gli avversari furono quindi letteralmente stesi al materasso, annichiliti come pugili suonati. Ancora oggi la conduzione bellica delle operazioni israeliane, esauritesi in pochi giorni, rimane un esercizio da manuale: sorpresa, spiazzamento, anticipazione e penetrazioni in profondità costituivano i cardini di una serie di gragnole di colpi assestati non tanto frontalmente, contro il dispositivo d’avanguardia degli avversari, laddove questi erano più forti, bensì nell’ossatura logistica ed offensiva del loro schieramento. Si trattava di colpire i gangli vitali degli eserciti nemici, con una precisione e una velocità devastanti. E così fu, nei fatti.

Tuttavia, la vittoria, nel suo assegnare a Gerusalemme un vantaggio strategico, le consegnava anche molti problemi. Tra gli obiettivi dichiarati da Eshkol vi era il ristabilimento di quelle condizioni di sicurezza per il Paese precedenti alle continue provocazioni di Nasser. Non era invece contemplata l’acquisizione militare di nuovi territori. La risposta operativa si era però trasformata quasi da subito in una guerra di conquista le cui proporzioni avevano superato anche le più rosee previsioni dello stato maggiore israeliano. Le operazioni sul terreno, per la velocità, la sincronizzazione, l’abilità con le quali erano state condotte rivelavano un potenziale tattico enorme. Per certi aspetti gli israeliani erano rimasti sorpresi da se stessi. L’aspetto militare non era peraltro l’unico ad aver subito un sovvertimento rispetto alle previsioni della vigilia. Sul piano diplomatico l’asse Stati Uniti-Unione Sovietica, espressosi nella crisi di Suez del 1956, non si sarebbe infatti più ripetuto. Alle Nazioni Unite i tentativi sovietici di ottenere il voto su di una risoluzione che condannasse Israele, imponendole l’immediato ritiro dai territori conquistati, vennero quindi immediatamente rintuzzati e la bozza cassata. Al suo posto, il 22 novembre 1967, fu approvata una risoluzione di compromesso, la numero 242. Con essa si stabilivano le condizioni per pervenire se non alla pace quanto meno ad una pacificazione temporanea della regione. A tale riguardo la risoluzione prevedeva la cessazione degli atti di ostilità reciproca da parte degli Stati della regione; il ritiro delle forze armate israeliane «from territories», ossia da (non dai) territori; il riconoscimento e il rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e della indipendenza politica di ogni Stato dell’area; la libertà di navigazione nelle vie d’acqua internazionali; il diritto all’esistenza di ciascuna nazione entro frontiere sicure, riconosciute e non minacciate dall’altrui pressione politica e militare; la soluzione negoziata del problema, oramai ventennale, dei profughi (palestinesi ma anche ebrei, intendendosi tra questi coloro che erano stati espulsi dai paesi arabi).

Il quadro generale, ancora una volta, andava oltre l’esito militare del conflitto in quanto tale. Il leader egiziano Nasser ne usciva sconfitto ma poteva ancora una volta coltivare la sua aura di antagonista implacabile d’Israele. Peraltro, nel volgere di poco tempo sarebbe uscito di scena, con la sua morte avvenuta il 28 settembre 1970. I siriani perdevano parte del Golan ma senza pagare ulteriori pegni con amputazioni territoriali altrimenti insostenibili. I giordani, al netto di una serie di manovre sceniche, erano sostanzialmente rimasti alla finestra, vedendosi sottrarre Gerusalemme orientale e la Cisgiordania. Non ne avrebbero pianto lacrime troppo amare. L’esercito israeliano pareva ora essere invincibile (pur non essendolo nei fatti) ma la diplomazia faticava a normalizzare gli esiti del conflitto. Se i margini di manovra sul piano regionale per gli israeliani erano andati enormemente incrementando, grazie al risultato ottenuto sul campo, sul versante internazionale le cose erano disposte in maniera ben diversa. I paesi dell’Europa dell’Est avevano rotto le relazioni diplomatiche, la Francia celebrava il divorzio con Gerusalemme  e nella Conferenza di Khartum del 1° settembre i leader dei paesi arabi enunciavano la dottrina del «fronte del rifiuto» consistente nei «tre no»: no alla pace con Israele, no al suo riconoscimento, no a negoziati di qualsivoglia genere.

L’opinione pubblica internazionale, non meno frastornata di quella israeliana, iniziò quindi a dividersi riguardo al giudizio su Israele. Per una parte di essa il Paese assunse progressivamente le vesti del nuovo soggetto imperialista. Le suggestioni terzomondiste, da allora, avrebbero infatti giocato un peso non secondario nell’andamento del confronto con i palestinesi. I quali avevano ricevuto dai fatti, sulla viva pelle, un’amara lezione: la cosiddetta «solidarietà araba» era assai poca cosa dinanzi alle esigenze di casa propria. Da quel momento avrebbero iniziato a parlare di sé non solo come di «profughi», in attesa che l’«entità sionista» venisse disintegrata, ma di una collettività in cerca di una via all’autodeterminazione nazionale.  Il mondo arabo, nel suo complesso, usciva dal confronto in serie difficoltà. La Guerra dei Sei giorni decretava la sconfitta dell’Egitto di Nasser. Ma non dell’Egitto in quanto tale. Ci sarebbero comunque voluti dieci anni perché quel paese, architrave nelle vicende del Medio Oriente, potesse tornare a svolgere il ruolo di capofila, peraltro in uno scenario completamente diverso, non più di guerra, con gli accordi di Camp David del 1977.

I risultati della guerra inducevano in parte degli israeliani un senso di falsa sicurezza. La conquista di un’abbondante porzione di territorio sembrava offrire ora quella «profondità strategica» che prima mancava del tutto, spesso dimenticando che su quelle terre viveva una popolazione con una storia e un’identità proprie. Il rapporto problematico con i palestinesi, non a caso, avrebbe modificato molto gli israeliani nei decenni successivi. Per la diaspora ebraica, a sua volta, il 1967 fu un anno di profondo cambiamento, non di meno che per Israele stesso. Il rapporto tra la prima ed il secondo iniziava a trasformarsi, assumendo un’intensità che precedentemente gli era stata spesso estranea. Se fino ad allora il principio della «centralità» dello Stato degli ebrei non era stato fatto proprio da tutte le componenti dell’ebraismo, la sua concreta declinazione subì un profondo cambiamento dopo la Guerra dei Sei giorni. La solidarietà e l’identificazione si facevano molto più pronunciate ed intime: per tanti ebrei il proprio destino si associava ora a quello dello Stato ebraico. Il sionismo, dal canto suo, conosceva forse una “seconda giovinezza”, in una sorta di Jewish Revival, ma sulla scorta di alcuni paradigmi che trasformavano la fisionomia culturale del Paese in cui si era concretamente realizzato: per molti non era più l’Israele della «rivoluzione dell’uomo nuovo», laicamente preconizzata da molti dei padri fondatori, bensì un patrimonio in pericolo, da difendere strenuamente, terra di affermazione di una profezia insindacabile, quindi da preservare rispetto alle minacce incombenti. «Ha-olam kullo negdenu», ossia «tutto il mondo è contro di noi», diventò ben presto una di quelle espressioni chiave che raccoglievano il senso, al medesimo tempo, di forza e di fragilità che la nuova configurazione regionale consegnava ad una Gerusalemme adesso riunificata.

Più che con la storia di una società politica ora, per certuni, pareva di avere a che fare con una realizzazione a tratti quasi messianica. Non a caso, a fare dall’autunno del 1967 la questione più spinosa sarebbe divenuta quella del destino dei territori conquistati. Fu quindi proprio dal contrasto tra la volontà di alcune formazioni politiche, ben presto dichiaratamente annessioniste, e le tergiversazioni dei diversi governi succedutisi fino agli anni Ottanta, che si innescò un processo a tutt’oggi aperto, destinato a pesare sull’identità dell’intera società nazionale. Pace, terra, confini e sicurezza erano tra le parole che avrebbero assunto nuove connotazioni: gli anni pionieristici della fondazione dello Stato si erano definitivamente conclusi. Si inaugurava ora lo scenario dell’azione di una nuova potenza regionale, nel mentre si ponevano le premesse di quel lungo processo che di lì a dieci anni avrebbe portato ad un radicale mutamento di indirizzo politico del Paese, con l’ascesa e la vittoria della destra nazionalista.

 

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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