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Cultura
Le Corbusier era antisemita?

Intervista a Manuel Orazi

Rispunta una polemica annosa, che si era accesa nel 2015, in Francia, in occasione del 50esimo anniversario dalla morte del grande architetto e che di tanto in tanto fa capolino tra studiosi, ammiratori e detrattori del modernista francese per eccellenza. Così il qutidiano Le Monde riporta un lungo articolo in cui si richiamano le vicende storico-bibliografiche riguardo i legami con il fascismo e l’antisemitismo di Le Corbusier, per dare spazio poi a un’ultima (in senso temporale) pubblicazione storiografica in cui il problema viene sostanzialmente archiviato per mancanza di prove e perché i fatti non sono sussistiti. Ne abbiamo parlato con Manuel Orazi, architetto e storico dell’architettura, nonché curatore della collana tematica per l’editore Quodlibet.

“Ci sono due lettere del 1913 indirizzate alla madre in cui si trovano cenni all’antisemitismo, ma mi pare un po’ pochino”, commenta Orazi, “per etichettare Le Corbusier tra i fascisti e gli antisemiti del suo tempo. Non ci sono manifestazioni pubbliche di antisemitismo di alcun tipo. Probabilmente l’architetto aveva bisogno dell’autorità e non era certo l’unico negli anni 30. Proprio nel 1930 va a Mosca e sente parlare del piano quinquennale che prevedeva la costruzione di nuove città. Cerca quindi di organizzare il Congresso internazionale di architettura proprio a Mosca, ma non glielo faranno fare. Esattamente per lo stesso motivo cerca di incontrare Mussolini: si propone di fondare nuove città. Il suo interesse precipuo è urbanistico e architettonico: vuole proporre le proprie idee a chi in quel momento potrebbe dargli modo di realizzarle”.

Fa un viaggio nell’Italia di Mussolini (nel 1934) e poi si stabilisce per un brevissimo periodo a Vichy (tra il gennaio 1941 e il giugno del ’42). Di questo parlano Xavier de Jarcy e Marc Perelman, gli autori di due libri che nel 2015 avevano fatto scalpore.
“Si tratta di una polemica postuma che non esiste. Le Corbusier non è mai stato iscritto a un partito, né a un movimento e nemmeno a un club. Quando parla di Mussolini, parla anche di Lenin. Ma soprattutto questa polemica mette a fuoco un problema di fondo”.

Quale?
“Considerare il fascismo come una casa, quando in realtà è stato tante cose, antitetiche tra di loro. Non un’idea fissa: è stato monarchico e repubblicano, con l’Islam e contro di esso, con la chiesa e anticlericale…  Negli anni 30, poi, dopo la crisi del 1929, Mussolini sembra la terza via nella composizione politica mondiale. Per questo Churchill lo guarda con simpatia, insieme a vari ambienti francesi. Era un po’ l’ago della bilancia e in più voleva costruire nuove città, cosa che per Le Corbusier era effettivamente attraente”.

E Vichy?
“Vicenda analoga. Le Corbusier lavorava con il cugino, un uomo di studio, per niente mndano e molto diverso da lui, iscritto al Partito Comunista. E subito dopo la guerra riapre lo studio con lui, e progettano, qualche anno dopo, la città indiana di Chandigar, su committenza di Nehru. A Vichy va per presentare i suoi progetti urbanistici e architettonici al committente statale del tempo. Ma attenzione: l’architetto propone la sua visione, il suo punto di vista e il suo progetto concreto per la città del futuro. Non viene accettato e Le Corbusier se ne va”.

Sarà nel dopoguerra che riuscirà a realizzare le sue città.

la Citè Radieuse di Marsiglia

“Esatto, la Citè Radieuse ( o Unité d’Habitation) di Marsiglia nasce proprio così. Le Corbusier era interessato a fondare nuove città, cioè a progettarle e concepirle. Voleva che le sue idee venissero approvate per poterle realizzare. E questo succede solamente dopo la Liberazione. Era il 1946 e il ministro francese per la ricostruzione Raoul Dautry  si rivolge a vari architetti, tra cui Le Corbusier che l’anno seguente riceve l’incarico ufficiale di realizzare «un nuovo edificio sperimentale nel contesto della ricostruzione postbellica» in un’area di Marsiglia. Vennero eseguiti più di mille disegni preparatori dagli architetti suoi collaboratori: André Wogenscky, Georges Candilis e Jacques Masson, sotto la tenace supervisione di Le Corbusier, che non si lasciò scoraggiare malgrado le innumerevoli difficoltà burocratiche. Poi quel modello venne esportato: ci sono Unité d’Habitation a Nantes e a Berlino.

Qui e sotto un dettaglio della Citè Radieuse di Marsiglia

Poco prima, aveva contribuito alla fondazione del Conseil National de la Résistance. Diviene maestro di un giovane architetto, Shlomo Bernstein, della Palestina mandataria che poi realizzerà molto edifici modernisti a Tel Aviv e si esprime pubblicamente a favore di uno stato ebraico. E poi c’è l’esperimento indiano, grazie alla committenza del Primo ministro Nehru, nel 1951. Ecco, vorrei sottolineare che a differenza di Le Corbusier gli architetti italiani (nella quasi totalità) sono stati fascisti dichiarati”.

Questo meriterebbe un capitolo a sé, invece le faccio un’ultima domanda. La villa progettata dalla rivale architetto irlandese Eileen Gray a Roquebrun, in Costa Azzurra diventa un territorio di battaglie, almeno intellettuali. Che poi però travalicano e Le Corbusier, nudo, si mette a dipingere a colori sgargianti le pareti bianche e immacolate della casa modernista… Uno scempio per la Gray, che considera la sua casa imbrattata e non ci andrà mai più. Beh, ha del machismo questo gesto…
“In effetti sì, è un po’ machista, ha a che fare con la rivalità professionale, credo. Nonostante il machismo però fa disegnare tutti i suoi mobili da Charlotte Perriand, una bravissima designer che grazie a lui diventerà un’artista. Sono in pochi gli architetti che danno spazio alle personalità altrui! Il mare e quel luogo in Costa Azzurra sono tutto per lui, tanto che occuperà molto tempo della sua esistenza a cercare origini mediterranee nelle proprie radici famigliari (e ci riesce). Morirà in quel mare molti anni dopo, incurante dei divieti imposti dal medico”.

Un disvelamento del lato più artisto di Corbu?
“Sì, a Roquebrune viene glorificato, c’è anche qualche ritratto di Josephine Backer con cui ha una breve relazione… Sono sensazionali. Beh, è un posto da visitare, non appena si potrà riprendere a viaggiare”.

 

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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