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Leon Kopelman e la battaglia di Varsavia

Un ritratto dell’ultimo sopravvissuto della rivolta, mancato qualche mese fa

La rivolta del Ghetto di Varsavia (19 aprile – 16 maggio 1943) rappresenta uno degli atti di resistenza civile meno noti e allo stesso tempo più iconici della Seconda guerra mondiale. Un gesto di orgoglio e ribellione contro l’occupante nazista per il quale la comunità ebraica varsaviana sarà costretta a versare un tributo di sangue altissimo con oltre 13 mila vittime. L’ultimo sopravvissuto di quella rivolta – della Rivolta del Ghetto di Varsavia – ricordata come la “battaglia di Varsavia” dai movimenti clandestini che la innescarono e raccontata sul grande schermo da Roman Polanski nella pellicola Il pianista del 2022 – è scomparso il 13 agosto dello scorso anno. Aveva 97 anni e si chiamava Leon Kopelman. Era nato da una famiglia benestante il 26 aprile del 1924. Sua madre gestiva un negozio di abbigliamento in Ulika Krucza, via del centro famosa per le sue botteghe di cappelli da donna. Nel 1940 i tedeschi avevano avviato la costruzione del Ghetto circondando di muri il centralissimo quartiere di Nalewki tradizionalmente abitato dalla comunità ebraica – presente in città da sei secoli con oltre 400 mila abitanti sull’ 1,3 milioni censiti nel 1939 – e Leon era stato costretto a trasferirsi con tutta la famiglia.

Due anni dopo, tornando a casa dal lavoro in un giorno qualunque, non aveva più trovato sua madre: i tedeschi l’avevano caricata su un treno diretto al campo di sterminio di Treblinka. Di lei non si sarebbe saputo più nulla. Quella vicenda lo aveva convinto ad arruolarsi nella ŻOB (Żydowska Organizacja Bojowa, il movimento ebraico di resistenza armata), tra le cui schiere avrebbe combattuto sfuggendo più volte all’arresto. Dopo la fine della rivolta Kopelman aveva trovato riparo a Milanówek, cittadina a circa 35 chilometri a sud-ovest di Varsavia, dove aveva svolto attività di paramedico sotto lo pseudonimo di Andrzej Bialobrzeski.

Tornato brevemente in città dopo la capitolazione tedesca aveva deciso di raggiungere il padre e la sorella maggiore, riparati in Palestina nel 1938 poco prima dello scoppio del conflitto: attraversando mezza Europa con l’amico Meir Bielecki, Leon aveva raggiunto l’Italia sostando prima a Milano, poi nel piccolo comune marchigiano di Acquasanta Terme (Ascoli Piceno) e infine a La Spezia, da dove era finalmente riuscito a imbarcarsi a bordo di una piccola nave chiamata “Fede”. Dopo una traversata di dieci giorni era approdato a Haifa, dove era infine riuscito a ricongiungersi con i propri cari. Aveva deciso di fermarsi dalla sorella a Tel Aviv, e qui aveva avviato un’attività di import-export di pezzi di ricambio di automobili. Nel 1948 era tornato a imbracciare le armi unendosi alle neonate Forze di Difesa Israeliane (IDF) impegnate nella Guerra di Indipendenza.

Riservista fino al compimento dei 55 anni, dopo aver riposto nell’armadio la divisa Kopelman aveva deciso di dedicarsi a tenere in vita il ricordo del dramma della Shoah attraverso la propria testimonianza: “Non nutro odio verso la Germania per quello che ha fatto a me e ai miei connazionali – raccontava all’Associazione commemorativa della Insurrezione di Varsavia del 1944 (Stowarzyszenie Pamięci Powstania Warszawskiego 1944) – piuttosto, provo pietà e compassione per ciò che quel pazzo lunatico ha fatto ai tedeschi. Hanno pagato a caro prezzo gli anni del Fascismo, e poi hanno ricostruito con fatica il loro Paese distrutto. Vorrei solo che questi terribili anni di disprezzo per le persone e le loro vite non fossero mai cancellati dalla memoria umana”.

Sua moglie Hava era scomparsa qualche mese prima di lui. Gli aveva dato tre figli, dai quali erano poi nati nove nipoti e tre pronipoti: una famiglia numerosa, che Leon amava definire “la mia più grande vittoria sul Nazismo”. Quello stesso Nazismo che nel 1942 aveva portato via sua madre caricandola su un treno della morte con destinazione Treblinka. Quello stesso Nazismo che in cinque anni di occupazione aveva affamato, umiliato e sterminato gli abitanti di una terra un tempo conosciuta come “Paradiso dei Giudei”. Una terra ferita a morte tornata alla vita grazie all’eroismo di uomini e donne come Leon Kopelman.

Angelo Ciardullo
collaboratore

Redattore televisivo, autore di podcast, ghostwriter. Laureato in Scienze politiche all’Università Cattolica di Milano. Autoironico nei limiti della calabresità, innamorato di Flaiano e Berselli, Gigi Riva e Bob Dylan, Camel light morbide e fairplay digitale.


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