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L’esplosione del melograno: la rinascita della fotografia israeliana

Storia del volume “Il vento e il melograno”, titolo che richiama indirettamente il dualismo tra il frutto e l’esplosione, immagine che più volte troveremo al suo interno. Una retrospettiva sulla fotografia israeliana e sulle sue influenze sulle altre arti.

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Nel 2012 Ori Gersht e’ invitato ad avere una serie di mostre personali presso alcune importanti istituzioni museali come il Museum of Fine Art di Boston, il Mueo MADRE di Napoli e l’Imperial War Museum di Londra. Per l’artista, nato nel 1967 in Israele ma da molti anni residente a Londra, non e’ altro che la consacrazione di un percorso di crescente attenzione da parte della critica per il suo lavoro.

A Boston tra gli altri lavori selezionati, e’ esposta l’opera “Pomegranate”, un video ad alta definizione in cui una natura morta volutamente ispirata alla pittura del XVII secolo e’ sconvolta dall’esplosione di un melograno, colpito da un proiettile. Il video gioca sulla sorpresa, cosi’ come sul tema del rapporto tra movimento e staticita’. E’ pero’ impossibile non notare che la parola Rimon in ebraico significa allo stesso tempo melograno e granata, con un doppio legame alle festivita’ ebraiche e alla recente storia delle guerre in terra di Israele.

 

Gli autori hanno deciso di intitolare il loro volume “Il vento e il melograno”, richiamando anche loro indirettamente il dualismo tra il frutto e l’esplosione, in questo caso con una accezione indubbiamente positiva.

 

Il successo di Gersht rappresenta una storia interessante, non solamente per il riconoscimento nei confronti di un artista di grande capacita’, ma anche per il carattere emblematico della scoperta da parte del mondo dell’arte internazionale della fotografia israeliana e dei suoi autori contemporanei.

Ori Gersht, Pomegranate, 2016

Dagli anni ’90 in avanti il panorama artistico israeliano ha sempre di piu’ guardato con interesse alla tecnica fotografica, effettuando un netto distacco dalla tradizione del fotogiornalismo e attivando ricerche e processi sempre piu’ profondi. Questo percorso ha avuto un enorme impatto sulla produzione artistica israeliana, spingendo la maggior parte dei musei locali a dare vita ad importanti mostre e collezioni dedicate a questo mezzo espressivo. La crescita del movimento fotografico israeliano e’ stata accolta in modo positivo a livello internazionale, supportata dal fatto che alcuni dei piu’ acclamati fotografi israeliani hanno deciso poi di continuare la loro carriera negli Stati Uniti e in Inghilterra.

In questo contesto anche in Italia l’eco del successo della fotografia contemporanea israeliana si e’ fatto sentire, seppur in forma piu’ ridotta, sin dagli inizi degli anni duemila. Nonostante questa crescente attenzione, e’ stata una piacevole sorpresa scoprire della decisione di un critico italiano, Maurizio G. De Bonis e di una fotografa/curatrice israeliana, Orith Youdovich, di pubblicare un ampio volume dedicato ad una analisi di alcuni dei piu’ noti fotografi israeliani contemporanei in italiano e con una casa editrice romana, Postcart.

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Gli autori hanno deciso di intitolare il loro volume “Il vento e il melograno”, richiamando anche loro indirettamente il dualismo
tra il frutto e l’esplosione, in questo caso con una accezione indubbiamente positiva. Sulla copertina del volume appare un bellissimo scatto di Tal Shocat del 2011, rappresentante un albero del frutto, mentre all’interno viene presentata in modo critico l’opera di 27 fotografi israeliani, tutti contemporanei e viventi, escluso Yossi Breger, morto prematuramente pochi mesi prima della pubblicazione del volume. Ovviamente la ricerca degli autori e’ volutamente limitata e non vuole essere enciclopedica, ma e’ difficile non essere colpiti da un volume che per la prima volta mette insieme immagini e testi dedicati ad alcuni dei piu’ interessanti ed acclamati fotografi contemporaneai israeliani: Naomi Leshem, Ohad Matalon, Adi Nes e lo stesso Ori Gersht.

Il volume e’ stato presentato nel 2017 in vari luoghi, tra cui il MAXXI di Roma; il successo riscontrato fino ad ora ha dato vita al progetto di tradurlo in ebraico e inglese, rendendo quindi possibilmente questo lavoro italiano una ottima base di partenza per la continuazione della riscoperta della fotografia israeliana a livello internazionale.

Emanuele Norsa
Contributore

Milanese di nascita e torinese di adozione, sono giornalista e gallerista con esperienze maturate tra l’Italia e l’Inghilterra. Dal 2010 al 2016 sono stato editor e direttore europeo per una testata specializzata nel settore dell’acciaio del gruppo Standard & Poor’s. Il Brexit mi ha convinto a tornare con la mia famiglia a Milano, dove continuo a lavorare come analista nel settore commodities e ad occuparmi della mia galleria di arte contemporanea. Ho frequentato l’Hashomer Hatzair per molti anni e non vedo l’ora di accompagnare i miei figli al loro primo machane.


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