Cultura
Stranieri e profughi in Israele tra politica, cinema e letteratura

Se consideriamo la produzione letteraria e cinematografica realizzata in Israele ci renderemo presto conto di assistere a una nuova fase del disgregamento della narratività ebraico-sionista tradizionale. Il racconto “dell’altro” è divenuto parte integrante del bagaglio narrativo israeliano.

Sono trentacinque gli scrittori israeliani che, a metà del gennaio scorso, hanno rivolto un solenne appello al governo di Binyamin Netanyahu affinché annullasse il decreto di espulsione emanato nei confronti dei circa 38.000 profughi e richiedenti asilo, per lo più sudanesi ed eritrei, presenti alla fine del 2017 sul suolo israeliano. Tra i firmatari della lettera ci sono alcuni tra i più noti e autorevoli rappresentanti del panorama letterario e accademico israeliano: David Grossman, Amos Oz, A.B. Yehoshua, Etgar Keret, Zeruya Shalev, Meir Shalev, Orly Castel-Bloom e molti altri. Una settimana più tardi, al grido dei poeti e degli scrittori ha fatto seguito quello dei lavoratori del mondo dello spettacolo: più di quattrocento nomi eccellenti tra attori, cineasti e star televisive. È però soprattutto la voce dei letterati a risuonare come un poderoso richiamo alla coscienza più profonda di ogni cittadino, evocando in maniera evidente il destino di rifugiati in fuga per la vita che ha caratterizzato nei secoli la storia degli ebrei, in particolare nei momenti durante i quali la guerra e le persecuzioni sono state una minaccia nera e concreta. Non si tratterebbe dunque soltanto di un’emergenza sociale, bensì identitaria. Secondo i trentacinque autori che hanno sottoscritto il messaggio, infatti, gli israeliani non possono non riconoscere se stessi nei volti di quegli uomini, donne e bambini in disperata ricerca di salvezza. Espellere i rifugiati africani significherebbe così tradire la trimillenaria storia ebraica, le radici stesse d’Israele: “la nostra storia come popolo si rivolta in questa tomba che le stiamo scavando. Gli ebrei non possono perseguire ed espellere profughi, lo Stato d’Israele non può mettere in atto questa tragedia umanitaria e voi avete la facoltà di impedirlo”.

Ci renderemo presto conto di assistere a una nuova fase del disgregamento della narratività ebraico-sionista tradizionale […]. Il racconto “dell’altro” è divenuto parte integrante del bagaglio narrativo israeliano.

In verità, il piano delle autorità israeliane non ha sollevato unicamente le proteste di artisti e intellettuali. Al contrario, un numero via via crescente di persone “comuni”, tra cui molti sopravvissuti alla Shoah, ha voluto mostrarsi fedele all’imperativo etico (e politico) del ki geriym heyitem, “poiché foste stranieri”, la memoria della passata condizione di esilio e di minoranza a lungo vissuta dai figli d’Israele, in virtù della quale la Torah prescrive la tutela di chi, pur essendo “altro” dal popolo ebraico, ha tuttavia deciso di abitare presso le sue soglie. Non è un caso dunque che analoghi versi biblici nel corso degli ultimi mesi abbiano fatto la loro comparsa su ogni genere di pubblicazione più o meno convenzionale, inclusi i cartelli retti nelle recenti manifestazioni di piazza e i poster affissi sulle vetrine dei negozi. La citazione scritturale ci conduce inoltre a un dibattito che assume connotazioni anche storico-linguistiche, non solo perché le espressioni ebraiche per definire i profughi dall’Eritrea e dal Sudan sono molteplici e variano in base alla considerazione dello status dell’individuo. Sin dalle origini, infatti, la lingua ebraica biblica ha ben chiara la distinzione tra i diversi modi possibili di percepire lo straniero, impiegando, secondo le circostanze, le parole ger, letteralmente il “residente temporaneo” (o, secondo alcuni, “l’immigrato”) – ossia l’individuo domiciliato in un paese diverso da quello di nascita – e zar, il termine più comune e generico al riguardo, spesso usato in senso ostile, il quale trova un ulteriore peggiorativo in nokriy, “estraneo”, “alieno”, così com’era il suolo di Babilonia agli occhi degli ebrei in cattività. In un articolo comparso su Haaretz alcune settimane fa, Jeremy Benstein ha argutamente ricordato come zar inviti all’ostilità, laddove ger, sebbene in disuso nella quotidianità dell’ebraico odierno, apre all’accoglienza e all’integrazione. Anche le parole con le quali ci riferiamo agli “stranieri” sono quindi atte a interpretare il nostro pensiero e l’atteggiamento che scegliamo di mantenere nei loro riguardi. È pertanto una sfida non di poco conto quella che si prepara per Israele in un territorio di ardua gestione, destinato a toccare i più profondi recessi della coscienza ebraica. Si tratta comunque di una sfida che la letteratura e il cinema d’Israele hanno raccolto da tempo, prestando fede al proprio ruolo di testimoni esemplari della società, della quale hanno saputo narrare i notevoli cambiamenti intercorsi nell’ultimo ventennio. Di questi ultimi, infatti, il dibattito sulla sorte dei profughi africani costituisce senz’altro l’ultimo tragico atto.

Se consideriamo la produzione letteraria e cinematografica realizzata in Israele dall’inizio del terzo millennio, ci renderemo presto conto di assistere a una nuova fase del disgregamento della narratività ebraico-sionista tradizionale, ormai frantumata in un mosaico di voci e di prospettive differenti che mira alla rappresentazione oggettiva di una realtà sempre più complessa e appare assai remota dai celebrati paradigmi fondanti del pioniere “Yiddish-speaking and Hebrew-singing” (Shlomo Avineri) e del sabra, “umile e grande” (Yehuda Karni). Il racconto “dell’altro” è divenuto parte integrante del bagaglio narrativo israeliano, secondo tappe che hanno portato a includere via via chi faticava a trovare posto all’interno dei suoi schemi ideologici, benché solo recentemente si possa parlare di “stranieri” in senso stretto.

Ecco dunque, ad esempio, nei quartieri circostanti la stazione centrale degli autobus di Tel Aviv aprirsi un Israele nuovo, dove, addirittura, difficilmente si sente parlare ebraico. I palazzi della zona riproducono nei loro abitanti una composizione sociale sempre più variegata: ci abitano, infatti, non solo africani, ma anche indiani, cinesi, nepalesi e filippini, questi ultimi frequentemente impiegati come collaboratori domestici o badanti.

Gli anni ’70, ad esempio, con la loro grave ondata di tensioni interne ed estere, hanno sancito in modo definitivo l’ingresso dei personaggi palestinesi nella letteratura israeliana, per la prima volta come figure autonome, dotate di coscienza e di pensieri indipendenti dai protagonisti israeliani. Senza trascurare le storie degli ebrei mizrahim, i quali non dovrebbero essere riconosciuti come stranieri, eppure spesso sono stati visti in questo modo o hanno percepito se stessi come tali, almeno rispetto alla maggioranza rappresentata dall’élite ashkenazita. Lo stesso è avvenuto per gli ebrei etiopi e russi, arrivati nel corso delle grandi ondate migratorie dei due decenni successivi. A causa del loro non semplice inserimento nel tessuto collettivo israeliano, sono stati principalmente gli immigrati giunti dall’ex-Unione Sovietica a mantenere a lungo il ruolo di outsider, di individui posti ai margini o accolti con diffidenza dal resto della società, come lo scrittore Boris Zaidman descrive nel romanzo Hemingway e la pioggia di uccelli morti (2006) e il cinema ben documenta in pellicole straordinarie come Kirkas Palestina (“Circo Palestina”, 1998), Ha-ʼasonot shel Nina, (“Le tragedie di Nina”, 2003) e nella serie televisiva Merhaq negiʻah, (“Distanza di contatto”, 2007).

Al di là di queste situazioni che potremmo definire paradossali, il nuovo millennio ha visto formarsi in Israele una categoria prima sconosciuta, quella degli ʻovdim zarim, i “lavoratori stranieri”, i quali non sempre rientrano negli schemi dell’immigrazione legale. Ecco dunque, ad esempio, nei quartieri circostanti la stazione centrale degli autobus di Tel Aviv aprirsi un Israele nuovo, dove, addirittura, difficilmente si sente parlare ebraico. I palazzi della zona riproducono nei loro abitanti una composizione sociale sempre più variegata: ci abitano, infatti, non solo africani, ma anche indiani, cinesi, nepalesi e filippini, questi ultimi frequentemente impiegati come collaboratori domestici o badanti. I filippini in Israele sono numerosi eppure silenti, lavoratori instancabili i quali con i loro guadagni sostengono le famiglie lontane, come l’intensa Joy, la badante protagonista di uno dei tre episodi che compongono il film Meduzot (“Meduse”, 2007), scritto da Etgar Keret e da Shira Gefen. Ancor più struggente è la vicenda reale di Krisel, una bambina non vedente nata in Israele ma di origini filippine, e della sua madre adottiva Janette, immortalata nel documentario ʼAniy loʼ Fiyliypinah (“Io non sono Filippina”, 2010) di Anat Tel Mendelovich.

Ciò nonostante, il personaggio di straniero forse più efficace che la cultura israeliana abbia prodotto negli ultimi anni è Sirkit, la donna eritrea co-protagonista di un romanzo straordinario, vale a dire Svegliare i leoni di Ayelet Gundar-Goshen (2014), il quale nuovamente ci riporta al nostro tema di partenza. Con la sua ferma e incantevole fierezza, Sirkit costringe la società israeliana standard, ormai pienamente occidentalizzata e imborghesita, a confrontarsi con un’altra nazione parallela che vive al suo interno, un paese intero gremito di ombre mute e bisognose. Sono le frotte di lavoratori e di profughi provenienti dalle situazioni più umili e disagiate: “dal deserto e dai wadi, dai ristoranti e dai cantieri edili in costruzione, dalle strade da asfaltare e dai lavori di pulizia alla stazione centrale”. Costoro vivono in un mondo dove le leggi del moderno diritto non valgono e gli esseri umani non sono altro che carne da lavoro, facile da sostituire e da gettare via. Eppure non ci troviamo dinanzi a un racconto di fantascienza: questa dimensione così drammatica si trova nell’Israele degli anni 2000, lo stesso Paese denominato the Start Up Nation. In ogni caso, il romanzo non consente di ricorrere a una facile retorica. In Svegliare i leoni nessuno è immune da disonestà e corruzione, né gli sfruttatori né gli sfruttati, e nemmeno Sirkit. Tuttavia, la figura di questa donna coraggiosa ci obbliga ad alzare lo sguardo, anche se solo per un istante, su quanti ci ostiniamo a considerare invisibili, dimenticando che davvero, come la vicenda si conclude, un altro senso nella realtà di oggi sia possibile.

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


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