Voci
Lo spettacolo della paura

L’antisemitismo murario nell’era dell’hate speech

Le scritte antisemite sono oramai una triste costante della nostra quotidianità. Da quelle “allegramente” diffamatorie delle tifoserie ultras, che insultano le squadre avversarie, e i loro sostenitori, rifacendosi agli «ebrei» come ad una sorta di appartenenza squalificante a prescindere, ai non meno inquietanti slogan di ordine neonazista (e neofascista) nei quali si rimanda all’inesistente «razza semita», e alla sua presunta malvagità, al pari di una sorta di indice assoluto, al quale ricondurre il mondo intero, dividendo ciò che è buono da quanto sarebbe invece cattivo. La radice comune, come in tutti i casi di antisemitismo conclamato, è l’attribuzione, delle peggiori nefandezze possibili e immaginabili agli stessi ebrei e all’ebraismo, in una loro raffigurazione tanto delirante quanto apocalittica e senza alcuna speranza. Non a caso, infatti, il nocciolo dell’antisemitismo, quello che si perpertua nel corso del tempo, è la radicale e pervicace convinzione che il giudaismo medesimo sia indegno di essere considerato come parte dell’umanità, costituendone semmai la sua negazione civile, morale, sociale e culturale.

Contro una tale disposizione d’animo, che si camuffa sotto le false spoglie della critica pseudorazionale e del costrutto politico, molte armi risultano spuntate. In altre parole, non c’è spazio di interlocuzione.  Negando lo spazio di umanità, insultando grevemente i loro destinatari, gli autori dei graffiti antisemiti azzerano ogni possibilità di un qualche residuo ragionamento. Peraltro, i graffittari neanche si sognano di cercarlo: non chiedono di essere ascoltati, semplicemente stanno asserendo una menzogna che per loro è invece una verità assoluta, a prova di qualsiasi verifica. Esiste una sorta di microuniverso mentale dietro a queste condotte. Indagarlo è compito non solo della politica e delle Forze dell’ordine ma anche degli psicologici sociali. Laddove la preesistente propensione alla prevaricazione si lega a tanti altri nodi irrisolti. Peccato, infatti, che a farne le spese siano tanti incolpevoli. E che tra i colpevoli ci siano molti individui animati da una lucida perversione. Come avrebbe detto Carlo Levi, le parole sono pietre.

L’antisemitismo murale, quello redatto ed esibito nelle pubbliche vie attraverso gli insulti scarabocchiati con lo spray, non è peraltro una costante dell’oggi. Non nasce in tempi recenti, contando semmai su un’antica radice. Così come lo stesso rimando delirante al «giudeo», in quanto sottospecie razziale di campionario di disumanità, ha un percorso ancora più lungo.

Dopo di che, in questi ultime settimane, abbiamo comunque assistito ad una sorta di crescendo nelle manifestazioni di avversione proprio per il tramite delle scritte murali: Mondovì, Bologna, Torino ed altre ancora. Ripetiamo un concetto fondamentale: il problema non è mai dato dalla sola affermazione offensiva in sé, tale per la sua intrinseca ripugnanza, ma dal contesto in cui essa viene manifestata e quindi ricade. È quest’ultimo, infatti, che fa la vera differenza. Poiché un urlo nel vuoto non ha la stessa risonanza di una ridda di grida ripetute maniacalmente. Sappiamo bene che il gravissimo pregiudizio antiebraico non è mai venuto meno. Ma ci interroghiamo su quale sia la sua effettiva incidenza rispetto al nostro Paese. In altre parole, in cosa consista il suo reale impatto rispetto agli umori collettivi. Lo dobbiamo misurare sulle scritte? Poiché se ci rifacciamo ad un passato recente, quello per intenderci degli anni Settanta, in franchezza è difficile affermare che già allora non proliferassero. Accompagnate non tanto dalla diretta violenza antiebraica, tale in quanto fatto a sé, bensì da un più generale clima di secca contrapposizione politica, al quale l’antisemitismo a modo suo prendeva parte, tuttavia in mezzo ad altre questioni che lo accompagnavano ed in parte lo sopravanzavano. Cosa è cambiato, nel mentre? È senz’altro mutata la sensibilità di merito: siamo molto meno propensi ad accettare l’invettiva e gli insulti di quel genere. La qual cosa può essere letta in molti modi. Due tra essi: una maggiore e più robusta soglia di disapprovazione; ma anche una più capillare diffusione della diffamazione medesima, in quanto strumento politico. I due elementi, in tutta probabilità, si tengono insieme. Poiché la «questione antisemitica» – l’insieme degli atteggiamenti pregiudiziosi e di avversione preconcetta, fino agli atti di intimidazione e di deliberata violenza, nei confronti di chiunque (o qualsiasi cosa) evochi, ricordi, richiami l’ebraismo in tutte le sue manifestazioni – ha assunto una rilevanza crescente nell’agenda politica e culturale collettiva.

Anche qui c’è peraltro una duplice chiave di lettura, laddove i fenomeni sociali non si presentano mai come neutri, lineari, facilmente interpretabili e quindi immediatamente comprensibili grazie ad un solo ed esclusivo approccio: se per certuni l’antisemitismo è in aumento, tendenza rilevabile dal moltiplicarsi di atteggiamenti aggressivi, per altri conta non di meno il fatto che esso sia divenuto da tempo indice e ricettacolo di diversi problemi aperti nelle nostre società. A partire dagli effetti irrisolti dei processi immigratori, passando per le difficoltà nelle quali si trovano ad operare le democrazie sociali europee nell’età della globalizzazione e così via. In altre parole, l’antisemitismo è una sorta di contenitore di risentimenti, angosce e rabbiosità, dando agli uni e alle altre una voce facilmente riconoscibile, poiché utilizza tonalità e moduli espressivi divenuti abituali per una parte degli ascoltatori.

Dentro questo insieme di considerazioni, pertanto, sussiste senz’altro un preciso problema di politica della comunicazione pubblica. Il clamore e l’enfasi, ovvero le modalità del rilancio della “notizia” di un gesto antisemitico, è un aspetto a sé, da non sottovalutare e che come tale deve essere analizzato. Se da una parte è senz’altro denuncia di un atto intollerabile e quindi inaccettabile per buona parte del consesso umano, dall’altro rischia di produrre il ben noto effetto di amplificazione (e quindi, in immediato riflesso, di voglia di emulazione) che si accompagna ad ogni sensazionalismo. Un bel problema: se non ci si può astenere dal palesare il proprio rifiuto, e se esso va espresso senz’altro in maniera corale, chi si è prodotto in quelle oscene esibizioni si aspetta, in tutta probabilità, di osservare le reazioni collettive, misurando il “successo” della sua performance proprio sulla base delle risposte che ne derivano. La stessa spettacolarizzazione del gesto insulso diventa allora una parte delle ragioni del gesto medesimo. Qualcosa del tipo: “vediamo l’effetto che produce il lanciare il sasso contro un vetro”. Più il fragore è intenso, assordante, lacerante maggiore è la soddisfazione di chi ha gettato la pietra. La risonanza di certe manifestazioni di ostilità – infatti – non è data solo dalla reale forza di chi le pone in essere ma dalle ricadute mediatiche che queste raccolgono. Come si esce, quindi, da una situazione dove si è presi tra due fuochi, rischiando comunque di non riuscire ad affrontare il vero problema poiché esso rischia sempre di riuscire a sfuggirci dalle mani? Evidentemente il punto non è dato dal “quanto” ma dal “come” e dal “perché”. Le scritte rivelano al medesimo tempo identificazione, stigmatizzazione e proscrizione. Sono particolarmente agghiaccianti in quanto si rivolgono non solo ad una generalità di individui ma, quasi sempre, anche e soprattutto a specifiche persone. A volte indicandole per nome, in altri casi riferendosi per immediata associazione di idee ad esse. La battaglia contro l’antisemitismo richiama, non a caso, la più generale questione dell’hate speech, dei discorsi d’odio, che da sé non costituiscono l’infrazione di un galateo ma la progressiva disintegrazione, attraverso la denigrazione e la diffamazione collettiva, delle ragioni della coesione sociale. C’è un problema di igiene della lingua, in un’età di progressivo imbarbarimento delle comunicazioni, come anche di strategie dell’informazione: ne l’uno né le altre sono stati affrontati, al netto dei buoni propositi, delle dichiarazioni di principio tanto compiaciute quanto destinate a rimanere sulla carta. Ma se c’è una involuzione in corso, sarà bene prendere atto che qualora essa non venga in qualche modo arrestata, rischia di travolgere non solo alcune minoranze ma, prima o poi, la stessa maggioranza che si pensa altrimenti al riparo da certi effetti dilaceranti.

 

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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