Cultura
Lo Yiddish, Chaim Grade e “La moglie del rabbino”

Storia e storie di un romanzo yiddish degli anni 70. Con una sorpresa

Da quando Elisabetta Zevi, dal suo studio zeppo di libri fino all’inverosimile nella storica sede di Adelphi in via S. Giovanni sul muro, decise qualche anno fa con una geniale intuizione che era venuto il momento di pubblicare per la prima volta in Italia La famiglia Karnowski di Israel Joshua Singer (120.000 copie vendute), si può dire che l’editoria italiana abbia conosciuto una vera e propria yiddish renaissance: molti altri titoli di Israel Joshua, inediti e non, sono usciti, così come del più famoso fratello minore Bashevis e della sorella Ester, e molto probabilmente ne usciranno ancora. All’interno di questo rinnovato interesse è da collocarsi anche la proposta di Giuntina con la traduzione di un altro grande della letteratura yiddish novecentesca, rimasto finora del tutto sconosciuto al pubblico italiano, Chaim Grade (1910-1982), del quale è stato appena pubblicato uno dei capolavori in prosa: La moglie del rabbino.
Se, prendendo a prestito un verso della poetessa israeliana Agi Mishol, la sua vita è ormai un piccolo trattino tra due date, bene, tra quelle due date è racchiusa non solo l’esistenza di Grade, ma anche quella di tanti ebrei (tra cui molti scrittori) dell’Europa orientale nel «secolo breve». Nato a Vilna, Grade riceve un’educazione tradizionale, basata sul Talmud e lo studio della halakhà – secondo la migliore tradizione lituana – ma anche della morale. Poco più che ventenne, tuttavia, abbandona il mondo religioso per tuffarsi in quello secolare della poesia, unendosi al movimento poetico Yung Vilne. Quella manciata di anni tra le due guerre è un periodo di grande fermento per la società ebraica dell’Europa orientale, da un lato chiamata alla modernizzazione dal crollo degli imperi zarista e austro-ungarico e dal ridefinirsi dell’intera mappa geografica della zona, dall’altro sollecitata dagli avvenimenti in Terra d’Israele e nell’Europa occidentale.

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Scoppia la guerra, Vilna è occupata dai nazisti nel 1941, Grade si rifugia in Unione Sovietica separandosi dalla moglie e dalla madre che non sopravvivranno allo sterminio della popolazione ebraica della città. Come moltissimi altri, dopo la fine del conflitto vive per qualche tempo in quella Polonia apertamente ostile così ben descritta da Wlodek Goldkorn ne Il bambino nella neve, poi si sposta a Parigi per emigrare infine negli Stati Uniti. È lì che si volge alla prosa, con la quale descrive l’ebraismo lituano in quel fatidico momento tra le due guerre mondiali. A questa seconda parte della sua produzione appartiene il romanzo La moglie del rabbino [Di rebetsn] del 1974, che, grazie a Shulim Vogelmann, ho avuto il privilegio di tradurre.

Tradurre una lingua in crisi (o forse alla ribalta)

Ora, tradurre non è una pura questione di parole da riversare da un idioma a un altro, è mettersi davanti a una tastiera e ribattere i pensieri di qualcuno nella propria lingua, replicando i gesti con cui l’autore li mise per iscritto nella sua: ho sempre visto qualcosa di molto intimo in questo atto, un essere ospite in un’altra vita, abitare per un certo tempo quel piccolo trattino tra due date.

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Tradurre Grade è anche praticare una lingua che oggi si incontra come idioma quotidiano solo nei quartieri degli haredim e nelle famiglie di pochi yiddishisti sparsi in tutto il mondo, che lo aggiornano e ne difendono il carattere secolare, spesso con più di un accento di nostalgia. Chi, come me, ama lo yiddish deve fare i conti con la consapevolezza della crisi di una lingua legata a un mondo che stava già cambiando velocemente ancora prima della seconda guerra mondiale, con i cliché in cui è costretta nell’epoca contemporanea (la lingua delle canzoni e delle barzellette; la lingua assassinata) e con il desiderio segreto di vederla tornare alla ribalta della storia.

Melting pot linguistico. E temporale

Perché? Perché ci sono idiomi che hanno una grazia speciale, e quella dello yiddish è ai miei occhi nella miscela di tedesco, ebraico e lingue slave che la caratterizza e ne fa un melting pot di suoni, latitudini e visioni del mondo: perfetta per la contemporaneità, a pensarci.
Se lo yiddish porta con sé il cliché della lingua scomparsa, anche il mondo che Grade descrive è spesso etichettato così, e certamente lo è se se lo si cerca nelle cittadine della Lituania. Ma se si fa un giro per le vie di Gerusalemme o di Bnei Brak si scopre che di fatto è vivo e vegeto: è un soggetto politico di grandissimo peso e oggetto di critiche feroci da parte degli israeliani laici. Questo era certo ben presente a Grade, quando ne scriveva agli inizi degli anni settanta del secolo scorso, ma ancor più vale oggi, in un’epoca che è stata definita da più parti come post-secolare. Il mondo dei «grandi della Torah» dai molti seguaci, dei giovanotti che studiano nelle accademie talmudiche (oggi finanziate in parte dallo Stato d’Israele), delle dispute accese su questioni politiche o di principio, dei religiosi sionisti e antisionisti costituisce una parte importante della società israeliana.
La stessa mescolanza di passato e presente aleggia nel titolo stesso del romanzo: Di rebetsn che, se tradotto letteralmente e nel contesto a cui si riferisce, significa in effetti «la moglie del rabbino», ma di fatto è il femminile di rebe, «rabbino», e potrebbe essere tradotto anche «rabbina» o «donna rabbino». Se il progetto esplicito di Perele, la protagonista, è di essere la moglie di un grande maestro del Talmud, tuttavia, alla luce dell’epoca in cui il romanzo fu scritto, e ancor più traducendolo e leggendolo oggi, vi si possono leggere in filigrana le istanze femminili di una partecipazione diretta al rabbinato. La prima donna a essere ordinata ufficialmente rabbino nella storia dell’ebraismo fu la tedesca Regina Jonas, giusto nel periodo tra le due guerre mondiali, nel 1935, e la seconda – negli Stati Uniti dove Grade viveva e scriveva – fu Sally Priesand, ordinata nel 1972. Di Rebetsn usciva nel 1974: sarà un caso?

 

 

Chaim Grade, “La moglie del rabbino”, traduzione di Anna Linda Callow, Giuntina

Anna Linda Callow
Collaboratrice

Anna Linda Callow è laureata in lingue orientali. Ha insegnato lingua e letteratura ebraica per molti anni all’Università degli Studi di Milano, ha tradotto dall’ebraico e dallo yiddish per varie case editrici. Ha recentemente pubblicato il saggio La lingua che visse due volte (Garzanti 2019).


1 Commento:

  1. Ho letto con grande interesse il libro “La moglie del rabbino” ed ho visto veramente i personaggi passare davanti ai miei occhi. E’ una storia davvero affascinante. Mi è piaciuto molto il personaggio Perele con la sua intelligenza vivace plasmata dal padre, la quale, nel profondo dell’anima, sente l’ingiustizia di non poter essere rabbino come lui solo perché donna.


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