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Cultura
Mantovano ebraico

Storie e testimonianze di una delle più importanti comunità ebraiche italiane, molto presente in città ma anche lungo il territorio segnato dal corso di Oglio, Mincio e Po

A Mantova, nella splendida basilica di Sant’Andrea, è conservata un’opera nota come la Madonna degli Ebrei. Dipinta da un anonimo del XV secolo, raffigura una Madonna in trono col Bambino attorniata da diversi personaggi. Uno di questi è San Girolamo, che offre alla sacra coppia il modellino di una chiesa. Ai loro piedi si vedono quattro persone, due delle quali recano sul mantello un cerchio giallo, segno infamante imposto dai Gonzaga agli ebrei. Nello stesso quadro due angeli sovrastano il trono reggendo una tabella con la scritta: Debellata hebraeorum temeritate. Nel 1998 la presenza di quest’opera nella cattedrale più importante della città è stata al centro di un acceso dibattito: un amministratore locale ne aveva chiesto la rimozione in quanto antisemita e il trasferimento al Museo Diocesano.

Al di là delle relativamente recenti questioni, l’importanza del quadro va decisamente ben oltre il suo piuttosto modesto valore artistico. Testimonia infatti dei rapporti tra la città di Mantova e la sua comunità ebraica, che già nel Quattrocento ricopriva un’importanza non indifferente. La raffigurazione infamante degli ebrei, così come quel modellino di chiesa, che altro non è che quella di Santa Maria della Vittoria, fa riferimento a una vicenda che si è svolta tra il 1493 e il 1496. Protagonista è stato un importante rappresentate della comunità giudaica locale, il banchiere Daniele da Norsa. Questi aveva acquistato un palazzo in borgo San Simone, nell’attuale via Monteverdi e aveva chiesto di poter rimuoverne dalla facciata una immagine sacra. Il vicario del vescovo gli aveva dato il permesso, dietro il pagamento di un compenso, ma la sua decisione era andata a cozzare contro l’animosità del popolo, che era sceso in piazza protestando contro il presunto sacrilegio e vilipendio alla religione cristiana. Apparentemente estraneo alla questione, anche perché impegnato in guerra, Francesco II Gonzaga era stato a quel punto richiamato alle sue responsabilità. Gli si erano rivolti sia gli ecclesiastici sia da Norsa, ovviamente con intenzioni opposte.

Per farla breve, il povero banchiere aveva dovuto non solo abbandonare la propria casa, che era stata rasa al suolo per fare posto a una cappella, ma aveva anche dovuto finanziare la costruzione della chiesa insieme a un dipinto, la Madonna della Vittoria, commissionato niente mento che al Mantegna. Oggi quel capolavoro si trova al Louvre, ma prima delle spoliazioni napoleoniche faceva da pala d’altare nella chiesa costruita al posto della casa del banchiere, quella Maria della Vittoria inaugurata nel 1496 in onore alla vittoria di Francesco Gonzaga a Fornovo e da tempo ormai sconsacrata.

La sconfitta del povero da Norsa va inquadrata in una situazione cittadina che vedeva comunque gli ebrei in grado di confrontarsi con i più alti rappresentanti della società dell’epoca, sia della Chiesa sia del Ducato. Erano stati i Gonzaga infatti ad averne favorito l’insediamento in città, concedendo loro inizialmente l’autorizzazione a praticare l’attività feneratizia, ossia di prestito con interesse, preclusa ai cristiani. Giunti da Roma come dalla Francia e dalla Germania, non più solo prestatori ma dediti anche alle scienze e alle arti, come i medici della famiglia Portaleone o il musicista Salomone Rossi, gli ebrei di Mantova nel corso del XVI secolo avrebbero raggiunto la ragguardevole cifra dei tremila abitanti, circa il 7% della popolazione complessiva. Gran parte di loro resiedeva nei pressi della contrada di San Salvatore e di Santo Stefano, attorno alle attuali vie Calvi e Bertani, ottenendo nel 1513 la dispensa papale per edificare la loro prima sinagoga, la Norsa Torrazzo, una delle tre sinagoghe di rito italiano che sarebbero state costruite da lì al Seicento. Risalivano al Cinquecento anche le tre sinagoghe di rito tedesco che si affacciavano su piazza della Concordia. È sempre su questa piazza, nei pressi della Rotonda di San Lorenzo, che nel 1612 sarebbe stato installato uno dei cancelli del famigerato ghetto, imposto da Roma anche alla città dei Gonzaga. Come riportato nella Urbis Mantuae Descriptio di Gabriele Bertazzolo risalente al 1628, gli ingressi si trovavano agli sbocchi delle vie Giustiziati e Bertani, in via Dottrina Cristiana e in tre punti lungo via Calvi. I cancelli sarebbero stati abbattuti solo nel 1798, per ordine del Direttorio della Repubblica Cisalpina, mentre da qualche anno gli Asburgo d’Austria saliti al potere nel 1708 avevano emanato le Patenti che concedevano le prime libertà agli ebrei.

Oggi dell’antico ghetto si possono rintracciare i confini e in qualche modo riconoscere la struttura degli edifici, ma gran parte dell’area è stata profondamente trasformata dagli sventramenti di inizio Novecento. Nessuna delle antiche sinagoghe è rimasta in piedi, con l’ultimo tempio, la Sinagoga Grande di via Calvi 30, abbattuta nel 1938 dai fascisti e solo una, la Norsa Torrazzo, edificata come si detto nel 1513 e rifatta nel 1751, è stata ricostruita tra il 1899 e il 1902 in un’altra sede, in via Govi 13, dove tuttora è in uso. Non visibile dalla strada, si affaccia sul cortile interno dell’antico edificio comunitario di tre piani che nel 1825 ospitava una casa per anziani. Ha la stessa pianta, struttura e decorazioni di quella antica, della quale conserva anche gli arredi. Dalla pianta rettangolare, ha i due lati più lunghi rischiarati da ampie finestre e interrotti a metà lunghezza da due nicchie circolari. In ciascuna di esse, in posizione sopraelevata e anticipati da tre gradini, si trovano l’aron e la tevà settecenteschi, in legno riccamente istoriato. Sulle pareti sono stati riprodotti, grazie a dei calchi, gli stucchi della vecchia sala. Per trovare antichi documenti, libri e registri dal 1522 al 1810 si può fare riferimento all’antico archivio della sede comunitaria mentre una parte consistente della antica biblioteca della Comunità è conservata presso la Biblioteca comunale e l’Archivio Diocesano. Parte degli antichi oggetti salvati dalle devastazioni del Novecento sono conservati invece nelle collezioni di Palazzo Ducale.

Tornando all’aperto, nel centro storico, una delle poche testimonianze architettoniche della antica comunità si può ammirare al numero 54 di via Bertani, principale arteria dell’ex ghetto. È qui che si affaccia lo splendido palazzo detto “del Rabbino”, con una magnifica facciata del Seicento interamente decorata con fregi e mascheroni. Tra i dettagli più interessanti, le sei belle formelle che riportano storie della Bibbia e il balcone in ferro battuto sovrastante il portone di ingresso. Spostandosi invece in via Legnano si trova il cimitero ebraico, un tempo fuori le mura e qui spostato nel 1797.

Per trovare altre testimonianze di quella che è stata una delle più importanti comunità ebraiche italiane è necessario uscire dai confini della città e muoversi lungo il territorio segnato dal corso di Oglio, Mincio e Po. È in questa area che parallelamente agli insediamenti mantovani si svilupparono quelli di una quarantina di altre comunità, i cui appartenenti erano impegnati prevalentemente nel prestito, col favore degli stessi Gonzaga, e in seguito anche all’agricoltura e al commercio, entrambi favoriti dalla vicinanza ai corsi d’acqua.

Tra le più importanti, la comunità di Sabbioneta risale al 1436. Qui il fondatore della città Vespasiano Gonzaga non volle né un ghetto né un quartiere ebraico, ma favorì invece l’integrazione. Agli iniziali prestatori si aggiunsero molti altri professionisti, tra cui la famiglia Foà, passata alla storia per aver creato in quella che era chiamata la “piccola Atene dei Gonzaga” la celebre stamperia che, a metà ‘500, produsse volumi di grande pregio, e dei Forti, grandi proprietari terrieri che nel corso del ‘700 diedero forma al complesso abitativo di Palazzo Forti.

Quanto ai luoghi di culto non vi è traccia della prima sinagoga cinquecentesca, che si presume sorgesse sull’antica rocca, ma si può in compenso ammirare l’interno neoclassico del tempio ristrutturato nel 1824, attualmente di proprietà della Comunità Ebraica di Mantova. La sinagoga era il frutto di una comunità che andava ormai assottigliandosi sempre più, ma ricca ed emancipata, che nel corso del secolo si è distinta per personaggi come il generale Giuseppe Ottolenghi e il medico Pio Foà. Dopo avere rifiutato nel 1820 di passare sotto la tutela della ben più numerosa comunità di Mantova, quella di Sabbioneta aveva dato l’incarico a Carlo Visioli, noto architetto dell’epoca e nativo del luogo, di ampliare la preesistente sinagoga seicentesca. Questa si apriva su via Campi, strada che insieme a via Pio Foà e a piazza San Rocco delimita l’isolato dove si concentravano le abitazioni degli ebrei e che a sua volta doveva essere risistemato da Visioli.

Fuori dalla Porta Imperiale si trova invece il cimitero ebraico, la cui ultima sepoltura è quella dell’ingegnere Vittorio Forti e risale al 1937. Si può visitare solo su richiesta o in occasione della Giornata Europea della Cultura Ebraica, a differenza della Sinagoga che invece è regolarmente visitabile con gli stessi orari dei principali monumenti gonzaleschi di Sabbioneta.

Sempre a Visioli era stata affidata anche la sinagoga di Viadana, località sul Po dove nel 1443 era stato istituito un banco di prestito. Qui la comunità si era sviluppata concentrando abitazioni e attività tra via Bonomi e vicolo San Filippo e aveva per secoli utilizzato una sinagoga completamente affrescata i cui pochi resti pittorici sono oggi conservati nel Museo cittadino. Ai primi dell’Ottocento si chiese all’architetto di Sabbioneta di progettare una grande sinagoga neoclassica. Il tempio, per quanto giunto a uno stadio avanzato di costruzione, non fu mai ultimato a causa del declino demografico della comunità dopo l’Unità d’Italia. Di proprietà privata e sede occasionale di eventi culturali, la sinagoga si presenta oggi in via Bonomi 31 come un imponente ambiente circolare completamente disadorno, sormontato da una cupola finestrata sorretta lungo le pareti da colonne ad archi monumentali.

Può essere visitata solo approfittando di eventi particolari anche la sinagoga di Rivarolo Mantovano. In questa località a 35 km da Mantova i Gonzaga permisero nel 1522 ai fratelli Joseph, Solomon e Lazzaro, figli di Moses Levi, di aprire un banco. Il gruppo si sarebbe infoltito nel tempo con l’arrivo di commercianti e studiosi, mentre con il passaggio all’Austria gli ebrei si sarebbero occupati per la prima volta anche di agricoltura e industria. Tra le imprese più importanti quella della famiglia Finzi, che introdusse un nuovo metodo di lavorazione della seta. Fin da subito la comunità di Rivarolo ha anche avuto una sua sala di preghiera. Ristrutturata in stile Rococò nel Settecento, è stata ceduta nel 1903 alla Società di Mutuo Soccorso fra gli operai rivarolesi che l’ha utilizzata come sala da riunioni. Tuttora in buono stato di conservazione, ha la curiosità di recare sopra al vano dell’aron un ritratto di Giuseppe Garibaldi, che nel 1864 era stato nominato presidente onorario della Società.

Fa un po’ storia a sé la comunità di Ostiano, così come le sorti della sua sinagoga e del suo cimitero. In questo comune ora in provincia di Cremona che nel Quattrocento era sotto il dominio dei Gonzaga la presenza ebraica risale presumibilmente ai primi del XVI secolo. Documenti dell’epoca fanno supporre l’esistenza ai tempi di un banco feneratizio mentre al 1575 risalgono le Costituzioni sinodiali con le quali il vescovo di Brescia (sotto la cui diocesi si trovava al tempo il paese) scoraggiava i contatti tra ebrei e cristiani, che avrebbero dovuto tra l’altro evitare di farsi curare da medici ebrei. Nel 1596 fu concessa a Michele Porto l’autorizzazione a tenere un banco di prestito mentre nei primi decenni del secolo successivo fra’ Francesco Gonzaga, divenuto nel frattempo signore di Ostiano, elaborò i Privileggi delli Hebrei in Hostiano, per regolare, tra l’altro, i rapporti tra ebrei e cristiani.

Per limitare i contatti tra le due comunità, agli ebrei fu in qualche modo imposto, pur senza istituire un ghetto, di risiedere presso il Castello, fatto costruire dai Gonzaga e, in quanto sovrastante rispetto al borgo di Ostiano, sufficientemente separato dalle dimore cristiane. In particolare, gli ebrei andarono a vivere nel XVII secolo presso il Palazzetto, detto la Casa del Governatore, e in un altro edificio adiacente, provvedendo ad abbellirli e ad ampliarli, entrandovi in possesso nel 1713 e costruendovi tra l’altro anche una Sinagoga. Ampia e rettangolare, abbellita da volte e illuminata da finestroni, la sala di preghiera restò in funzione fino all’inizio del Novecento, quando gli ebrei lasciarono la cittadina e la Sinagoga cadde in rovina. La buona notizia è che dopo un abbandono durato più di un secolo, la Casa del Governatore un anno fa è stata finalmente restaurata dall’amministrazione di Ostiano, che nel frattempo l’aveva acquistata da privati, e la sua elegante facciata è tornata a splendere in piazza Castello. Si deve invece alla tenacia di un privato non ebreo, Giuseppe Minera, falegname bresciano in pensione, se il cimitero ebraico istituito a fine Settecento in località Montagnetta si è salvato dalla rovina grazie a un attento e amorevole restauro che va avanti dalla fine degli anni Ottanta. Con il via libera della Soprintendenza, la partecipazione della Comunità Ebraica di Mantova e i fondi messi a disposizione da una importante azienda bresciana e della Fondazione comunitaria nonché da una mecenate americana, il cimitero è stato recentemente messo in sicurezza e il muro perimetrale è stato ricostruito. Inoltre, le sue 41 pietre tombali sono state salvate dalle erbacce che le invadevano e ripulite grazie all’intervento amorevole (e gratuito) del signor Minera, che ne fa da custode e da guida come è avvenuto in occasione dell’ultima Giornata Europea della Cultura Ebraica.

 

Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


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