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Cultura
Moebius e Jodorowsky, viaggio nelle pieghe della psiche umana

“La folle del Sacro Cuore”, storia a quattro mani di due grandi visionari

Fino al 4 ottobre 2021, al Museo Archeologico Nazionale di Napoli è in corso l’esposizione Moebius alla ricerca del tempo, dedicata alle opere dell’illustratore e fumettista francese Jean Henri Gaston Giraud, massimo esponente del fantastico contemporaneo mancato nel 2012. Che ad essere celebrato in continuità con il più tradizionale dei retaggi culturali, quello classico, sia un maestro del fumetto – medium artistico spesso bistrattato, forse per via di quel nome diminutivo – è un buon presagio per il superamento dell’ostinata dicotomia italiana tra alto e basso. Tanto più che, se proprio cerchiamo le cose alte e profonde e importanti (come se l’epica e la mitologia seriale non fossero, nelle nostre vite, importanti e formative), troveremo terreno fertile per sinapsi raffinate nell’opera di Moebius. Basti pensare alla serie mistica 40 jour dans le Désert B e alle ancor più rigorosamente misticheggianti illustrazioni per il Paradiso di Dante – entrambe in mostra a Napoli.

40 jours dans le désert B

Dal punto di vista dell’afflato spirituale o teologico, è significativa la collaborazione di Moebius con un altro dei sommi visionari del Novecento, l’ecclettico scrittore, drammaturgo e cineasta cileno Alejandro Jodorowsky. Alla coppia Jodorowsky-Moebius si devono infatti classici contemporanei come la space opera L’Incal e il libretto erotico-esistenziale Artigli d’angelo – nonché una compianta collaborazione scenografica per la mai realizzata resa cinematografica di Dune, la saga fantascientifica di Frank Herbert.

C’è un’opera ulteriore del duo che spicca come fonte di riflessione sul sacro e sull’anima, prestandosi a interessanti interpretazioni interreligiose in virtù del sostrato autobiografico delle radici ebraiche di Jodorowsky: si tratta del romanzo La folle del Sacro Cuore, pubblicato in tre volumi nel corso degli anni 90.
Il protagonista Alain Mangel, nato Zaccaria Mangelowsky in una famiglia ebraica ortodossa e divenuto professore guru di filosofia heideggeriana alla Sorbona, è al tempo stesso una maschera tragica di Jodorowsky e un prototipo caricaturale dell’intellettuale continentale popstar. Ebreo secolarizzato con una passione per la predicazione evangelica sulla gratuità dell’amore, è in fondo un nevrotico sessantenne che, sceso dalla cattedra, razzola male e, tra fallimenti matrimoniali e tresche universitarie, si ritrova solo e abbandonato. Non fosse per un’appetibile giovane allieva incline ai deliri mistici (“la folle del Sacro Cuore”, per l’appunto), che lo conduce suo malgrado in una improbabile avventura dove sesso, droga e spionaggio si intrecciano con impensate escalation spirituali.
La cifra narrativa che caratterizza La folle del Sacro Cuore, non a caso, gioca sullo sposalizio tra due livelli: quello picaresco dell’intreccio, fatto di truffe malavitose, peripezie del basso ventre e banalità consumistiche del mondo d’oggi, e quello magico della simbologia psichica che rinsalda ogni volta il patto di sospensione dell’incredulità.

Il tutto inizia con l’incursione nel reale di una metafora teologica: Alain viene precettato a un culto misterico dall’allieva Elisabetta, incinta di un Giovanni Battista messianico, e da una losca coppia speculare composta da un Giuseppe spacciatore nordafricano e una Maria erede di un boss del cartello colombiano della droga. Su queste premesse, il lettore aspetta pagina dopo pagina la fregatura: quand’è che Alain si sveglierà dal sonno della ragione e si scrollerà di dosso quel prosaico complotto indorato da un’aurea di sacralità un po’ new age? Eppure la storia non si risolverà mai in quella direzione, aggiungendo improbabilità a incredulità, forte invece di quella che si rivela essere l’unica, altra verità, costituita dalle esperienze simboliche e spirituali di ciascuno (soprattutto quelle di Alain/Zaccaria). Il filo della satira su cui scorre la narrazione è forse uno specchietto per le allodole, più che un rasoio. La realtà ultima, in un universo cinico e sarcastico dove tv e pubblicità fanno da padrone, è invece quella dei simboli che danno forma alle trasmutazioni psichiche dei personaggi. E questi simboli, nel più fecondo spirito di sincretismo, intersecano diverse costellazioni religiose.

C’è una progressione esistenziale, tra queste metafore spirituali, che in parte si sovrappone con la crescita anagrafica –i nfanzia, giovinezza, età adulta, vecchiaia – e in parte descrive semplicemente il viaggio di Sisifo di un’anima che cerca di fare la pace con sé e con ciò che la circonda. La base biografica del racconto parte da un in principio ebraico e freudiano: la prima forma di una psiche è quella scaturisce dalle dinamiche, in tal caso violentemente traumatiche, di un nucleo familiare che modella l’individuo tramite i contrasti con i genitori. Alain, da adulto, ricorda con terrore reverenziale l’atto della circoncisione, che da buon filosofo post-psicanalitico legge come castrazione da parte del padre macellaio kosher; la presenza materna non è meno oscura e tentacolare (e molto yiddish), incarnata da un ragno tropicale à la Louise Bourgeois.
All’assimilazione della tragedia dell’infanzia – che per Alain avviene con la lettura del Talmud e l’apprendimento delle dottrine ebraiche –– seguirà, ineluttabilmente, una folgorazione sulla via di Damasco, rischiarata da un tripudio di metafore cristologiche e alchemiche (lasciando quindi spazio a Jung, anziché a Freud). Il nocciolo dell’avventura spirituale de La folle del Sacro Cuore si condensa infatti nella mimesi dell’avvento di un messia, con i protagonisti che impersonano le due coppie di santi genitori Maria-e-Giuseppe ed Elisabetta-e-Zaccaria. Dei quattro, è Maria a prestarsi all’evoluzione in chiave alchemica: anziché partorire un Gesù, Maria diviene un Cristo androgino, una “Jesusa”, che porta in un solo corpo gli archetipi opposti e complementari del maschile e femminile. Archetipi che sono opposti e complementari solo per necessità di espressione a parole ed elucubrazione in concetti semplici. Per citare un passo dal già menzionato Dune, ci troviamo ad applicare “la mentalità del coltello: tagliare ciò che è incompleto, e dire ‘Ora è completo perché finisce qui’”.

La semplificazione metafisica di cui sono colpevoli religioni e filosofie occidentali si risolve nell’ultima fase di trasformazione dell’anima. Protagonista attivo torna ad essere Alain. Nel ventre umido della foresta pluviale, il nostro riesce finalmente a dissolvere il proprio ego, a far esplodere la coscienza individuale in una sintesi con l’universo dove non c’è più discontinuità tra “io” e il resto del mondo. Questa illuminazione finale sarà merito dell’arcana sapienza amerinda e dei suoi potenti strumenti psicotropi: per Alain, ingerire ayahuasca e funghi allucinogeni significa digerire la natura e diventare essa stessa in un atto di comprensione senza più confini.
La saggezza di Jodorowsky non si ferma alla parabola spirituale però: il viaggio psichico raccontato ne La folle del Sacro Cuore non arriva univocamente al successo conclusivo. Al contrario, non passeranno molti anni prima che il protagonista perda la memoria del proprio risveglio magico tra le pieghe della quotidianità. Accoccolato nella bambagia di un focolare parigino, Alain ricorderà le vicissitudini della sua anima come una “follia” della compagna Elisabetta, fortunatamente abbandonata in favore della normalità familiare. E, però, il frutto di quel risveglio spirituale continua a sussistere nella realtà, incarnato dal figlio Giovanni/Battista – un bambino come tutti, che gioca al parco coi coetanei ma che non si tira indietro dal compiere miracolose risuscitazioni da manuale, quando serve e quando nessuno vede. In questo paradosso narrativo si riassume la danza tra i due livelli di realtà, dove all’esistenza quotidiana si avvicenda la dimensione simbolica dell’anima. Ed è qui che, in ultimo, il sogno sopraffà la ragione. Per una volta – o ancora una volta – è più facile immaginare che spiegare: non poteva non essere un fumetto ad insegnarcelo.

Ilaria Briata
Collaboratrice

Ilaria Briata è dottore di ricerca in Lingua e cultura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato con Paideia Editrice Due trattati rabbinici di galateo. Derek Eres Rabbah e Derek Eres Zuta. Ha collaborato con il progetto E.S.THE.R dell’Università di Verona sul teatro degli ebrei sefarditi in Italia. Clericus vagans, non smette di setacciare l’Europa e il Mediterraneo alla ricerca di cose bizzarre e dimenticate, ebraiche e non, ma soprattutto ebraiche.


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