L'agenda di Joi
Cultura
La non appartenenza come identità

La recensione dei libri “Cento punti di ebraicità” e “Cento punti di lesbicità” di Anna Segre

Due libretti smilzi, che scovarli in libreria puó essere impegnativo, 100 e ancora 100 punti che potrebbero far pensare a un edito quasi comico, tipo facile facile… Ma non lasciatevi ingannare: caratteristica principale di Anna Segre è l’essere estremamente sintetica, e qui, in 100 punti di lesbicità (secondo me) e 100 punti di ebraicità (secondo me) editi entrambi da Elliot, usa la parola come spada, che fende e sfiletta ad un sol tempo, e fa della metafora geniale esplicazione di concetti che occorrerebbero interi volumi per spiegare. Provare per credere.

La protesta come motore
In ognuno di questi punti c’è un mondo. E su ognuno di essi, si potrebbe scrivere un intero capitolo, come per i versi della Torà, interpretati e sempre reintrepretabili (mi rendo conto dell’irriverenza del paragone, per la quale chiedo scusa). Dunque 200 punti, da leggersi anche in ordine sparso, da soli o in compagnia, per ognuno una possibile interpretazione diversa, a seconda del tipo di lettore, ma tutti dedicati a tutti. Nonostante. Nonostante i titoli. Così volutamente stigmatizzanti. Si parlerà di lesbicità ed ebraicitá. No. Anna Segre scrive di argomenti che toccano ciascun individuo, indipendentemente dalle preferenze sessuali o dalla religione, racconta episodi della sua vita che rievocano emozioni collettive, pensieri che danno da pensare, in un circolo virtuoso di scambio continuo tra l’autrice e il lettore. I due libri sono uno. Il primo punto di lesbicità, ad esempio, parla della nonna ebrea, che rileggeva gli stessi libri rigirandoli di volta in volta, come fanno gli ebrei con il testo sacro. Ebbene, non sarebbe questo un punto di ‘ebraicitá’? E invece no. E se leggete ‘il’ (unico!) libro, si capisce perché. Questo partire dalla stessa tela si scandisce per l’intera lettura, divenendone il filo rosso. Tutto sembra scaturire dalla protesta: protesta per non ‘contare’ all’interno della religione ebraica quanto un uomo, e protesta anche come rivendicazione del proprio orgoglio omosessuale.

La non appartenenza come identità
Orgogliosamente donna, lesbica, ma anche orgogliosamente ebrea? Mi domando perché l’autrice, che si definisce laica, antidogmatica, contraria alla religione, abbia sentito il bisogno di scrivere 100 (anzi, almeno 100) punti sulla sua ebraicitá. 100 punti quanti sono i punti sulla ‘lesbicità’, come se i due aspetti ‘contassero’ allo stesso modo, non uno più dell’altro. Quindi la forza della rivendicazione sessuale sembra essere uguale a quella della rivendicazione di appartenenza religiosa. E le due forze sembrano compenetrarsi, quasi a trarre linfa l’una dall’altra, in una evidente/apparente contraddizione. Alcune librerie ‘femministe’ comprano esclusivamente i 100 punti di lesbicità, e, analogamente, alcune istituzioni ebraiche preferiscono diffondere esclusivamente i 100 punti di ebraicità. Ma io credo che il significato dei libri stia proprio nella loro inscindibilità. Dove l’explicit è il ‘non appartenere’, punto di inizio e punto di fine comune. Non appartenenza che si traduce in ‘identità’. Tutti noi ci identifichiamo per appartenenza. Provate a farlo per ‘non appartenenza’. Provate a farlo a partire dalla poesia di Anna Segre che riporto qui.

NON APPARTENERE

Se non avessi cittadinanza

Lingua madre

Cognome

Se non avessi patria

Divisa

Partito

Se fossi priva di nemici

E volessi solo interlocutori?

Se non avessi lingua

Religione

Vestiti a contraddistinguermi?

Se non avessi titoli

Particelle semantiche a sostenermi

Nessuna identità da sbandierare

In conflitto con un’altra?

Esisterei?

Se non avessi comandamenti

Leggi

Verità più vere di altre in prima pagina,

Saprei qualcosa?

Non darmi l’ottimo consiglio

Di non farmi notare

Per le cosce e per le idee

Per i gusti e la gioia,

Perché anche la gioia è molto punita,

Non dirmi che sarò di nuovo come mia nonna,

Vergognosa del mio desiderio

Della mia intelligenza,

Che sarò di nuovo donna solo donna e non più persona,

Perché la mia patria è babele,

Non ci rinuncerò facilmente.

In questa visione diventa ovvio dover poter parlare di tutto, dire ‘ebrea’ e ‘lesbica’ in un’unica parola e, al contempo, in un’unica persona. Così come i due titoli ne compongono in realtà uno solo: Cento punti di lesbicità e di ebraicità.

I due libri saranno presentati alla libreria Feltrinelli di via Manzoni a Milano, alle ore 18 del 29 novembre. Ne parlano, con l’autrice, Luca Paladini, Monica Romano e Daniela Ovadia. Letture di Fabio Di Rosa.

Emma Halfon

Ebrea nata a Tripoli, ex profuga, femminista, madre di quattro figli, ha studiato a fondo con Anna Segre le tematiche della sua opera.


1 Commento:


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *