Cultura
Orly Castel-Bloom, un nuovo titolo della signora del romanzo israeliano

La recensione di “Romanzo egiziano” pubblicato da Giuntina

Finalmente, dopo un’assenza durata otto anni, Orly Castel-Bloom, la signora del romanzo israeliano, è tornata ad affacciarsi sugli scaffali delle librerie italiane.
Non me ne vogliano gli altri autorevoli nomi femminili della narrativa israeliana, ma se esiste una scrittrice capace di dominare le strutture del romanzo e i loro segreti, piegandoli magicamente a ogni proprio desiderio questa è senza dubbio Orly Castel-Bloom. La sua ultima prova, Romanzo egiziano, uscita in Israele nel 2015 e pubblicata da Giuntina qualche mese fa, ne è un’ulteriore testimonianza.
Tuttavia, per la prima volta in Romanzo egiziano la Castel-Bloom abbandona post-modernismo e distopie per narrare le vicende della propria famiglia di origine, attraverso gli ideali, le sofferenze e gli amori dei suoi membri. Al centro della storia ci sono soprattutto le peripezie dei due fratelli Kastil, Vita e Charlie, membri attivi del movimento giovanile marxista-sionista Ha-shomer Ha-Tzair del Cairo, i quali alla fine degli anni ’40 decisero di emigrare con le loro future mogli, Adele e Vivienne, nel Kibbutz Ein-Shemer a nord-est di Hadera nel nuovo Stato indipendente di Israele.

Secondo la tradizione familiare, Vivienne discendeva dall’unica famiglia ebraica che aveva scelto di non prendere parte all’esodo verso la Terra Promessa, rimanendo quindi in Egitto, mentre i Kastil riferivano le proprie origini a sette fratelli ebrei spagnoli giunti a Gaza dopo la traumatica espulsione dalla Spagna, i cui eredi si sarebbero insediati al Cairo secoli dopo. L’arrivo in Israele, però, non preserva i Kastil da un nuovo, tragico sradicamento. Espulsi in maniera drammatica dal kibbutz a causa di una disputa ideologica, le due coppie furono costrette a trasformare radicalmente le proprie esistenze, trasferendosi nel nord di Tel Aviv, dove condussero una vita medio-borghese, molto lontana da quella sognata.
Nonostante gli evidenti richiami autobiografici del romanzo, non dobbiamo lasciarci ingannare dalle apparenze, né tantomeno dal titolo il quale è volutamente fuorviante. O almeno così appare per chiunque si aspetti un’epopea familiare dalle forme tradizionali, analoga a quella proposta, ad esempio, da Meir Shalev nel suo Roman rusi (letteralmente “Un romanzo russo”, ma tradotto in italiano col titolo “La montagna blu”). A proposito, la somiglianza tra i due titoli è casuale oppure no. Benché l’autrice faccia riferimento a eventi storici ben precisi, la narrazione non segue alcun ordine cronologico convenzionale e risulta un flusso incontrollato di aneddoti e di memorie. Non a caso, il critico Omri Herzog ha definito Romanzo egiziano “il libro più radicale di Orly Castel-Bloom”, e per un’autrice che ha creato le trame profondamente innovative di Dolly City (1992) e di Parti umane (2002) non è una cosa da poco. Ovviamente non c’è niente di fortuito nella struttura del romanzo. Ad esempio, il capitolo dedicato alle vicende della famiglia Kastil ai tempi della cacciata dalla Spagna, è collocato nel cuore del libro, trasformandosi nel nucleo dal quale una forza centrifuga spinge fuori le generazioni successive, costrette poi a una vita errabonda e faticosa.

Un altro aspetto fondamentale del romanzo è l’assenza della figura dell’eroe-protagonista. Al contrario, incontriamo una ridda di personaggi, alcuni dei quali non possiedono neanche un nome, ma attraversano gli eventi con generici appellativi familiari (la figlia grande, la figlia piccola, la figlia unica). Forse perché la reale protagonista del romanzo è la storia stessa. Una storia frammentata, che scorre vorticosamente, mentre gli individui, le persone comuni cercano di reggersi in piedi nel tentativo di non farsi travolgere da tragedie e fallimenti collettivi o privati. La psicologia odierna definisce questa capacità degli esseri umani di persistere nelle situazioni più difficili come “resilienza”. Per quanto provi un’antipatia personale nei confronti di questo termine, così abusato nel nostro tempo, bisogna ammettere che, sotto molti aspetti, esso si adatta a molti degli episodi narrati nel romanzo. Basta ricordare le esortazioni di Vita alla figlia ad abbattere gli ostacoli della propria dolorosa esistenza come fossero montagne da scalare ‒ Yallah, yallah Kilimangiaro! Yallah, yallah Everest! E se è lo stesso Vita a instillare il dubbio che esista comunque un limite alle possibilità di azione dell’uomo, facendo appello al ben noto fatalismo arabo, la storia finale di Lucia, apparentemente svincolata dal resto della narrazione, mostra come nella lucidità e nell’amore per la vita risieda la chiave per avere la meglio sulla morte.

 

 

Orly Castel – Bloom, Romanzo egiziano, 190 pagine, 17 euro, Giuntina

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


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