Cultura
“L’ultima intervista”, un romanzo sull’arte di essere se stessi

Dialogo con lo scrittore israeliano Eshkol Nevo a partire dal suo nuovo libro

L’ultima intervista è il titolo del nuovo romanzo di Eshkol Nevo, uscito in Italia per Neri Pozza, con la traduzione di Raffaella Scardi. Un’idea geniale: trasformare in una traccia narrativa le domande che lettori e giornalisti pongono all’autore. Protagonista è uno scrittore che fa il punto sulla sua vita personale e professionale, andando sempre più a fondo nel suo mondo privato, fino a creare uno scenario intimo, sincero. Ma anche, per il lettore, destabilizzante: è come entrare in un quadro di Escher in cui è impossibile trovare il confine tra finzione e realtà. Poi però, condotti per mano dall’autore nelle pieghe più intime del suo personaggio e in quelle di una scrittura sapientemente bilanciata sui diversi animi che compongono il racconto, ci si lascia finalmente andare all’invenzione narrativa. Per stabilire, quindi, che L’ultima intervista non è affatto un’intervista. E non si tratta di un assunto surrealista: qui la persona di Eshkol Nevo non c’entra. Non si parla di lui, della sua professione e della sua vita privata. Oppure no? Ne abbiamo parlato con Nevo e gli abbiamo proposto un gioco: provare a rispondere ad alcune delle domande riportate nel libro. Eccole.

A quale domanda avrebbe voluto rispondere ma nessuno le ha mai posto?

“Cosa significa NEVO? Bene, grazie per avermi fatto questa domanda! È la montagna da cui Mosè guarda la terra promessa in cui Dio gli impedisce di entrare. Sarà a causa di questo cognome che scrivo spesso di nostalgia?”

Ha mai avuto paura di perdere l’ispirazione?

“Sì, ma poi mi sono dato una scadenza. E ora ho più paura di non rispettarla, piuttosto che di perdere l’ispirazione”.

Crede in Dio?

“No. Ma non mi sento superiore rispetto a chi invece ci crede”.

Cos’è per lei israeliano?

“Rimanere bloccati per strada e ricevere l’aiuto di molte più persone di quante avresti bisogno”.

Perché non scrive sulla Shoah?

“Perché altri scrittori possono farlo meglio di me. E in effetti lo hanno fatto”.

Pensa, in qualità di scrittore, di doversi impegnare politicamente?

“Non devo, voglio. Voglio che le mie figlie crescano in un paese pacifico, tollerante e liberale e sono disposto a pagare il prezzo per aver espresso quest’opinione nell’Israele attuale”.

Beh, allora le chiedo, anche se non è una domanda che lei propone nel suo libro, quale futuro vede per Israele

“Mi pare che stiamo giungendo alla fine di un brutto periodo nella breve storia di Israele, un’epoca in cui i valori base del sionismo e di Israele sono stati trascurati da un governo che ha quasi portato il Paese fuori dai binari. Spero che dopo due elezioni ravvicinate, sia giunto il tempo per gli israeliani di chiedersi: “Che cosa ci unisce? Quali sono i nostri comuni valori?”. Mi auguro che il prossimo leader sia capace di creare ponti tra le differenze, anziché accentuarle; che promuova il processo di pace anziché impedrlo”.

Com’è nato questo libro?

“Ho un mio blog come scrittore in cui ho inventato questo gioco di domande e risposte dove mi è permesso rispondere in modo oltraggioso alle domande ordinarie che solitamente mi vengono poste. Ma dopo qualche mese ho realizzato che stava diventando un romanzo sull’amicizia, l’amore, la nostalgia, la speranza (e la paura) di ricominciare.

Cosa significa per lei scrivere?
“Scrivere per me è la massima libertà”.

Eshkol Nevo,  L’ultima intervista, traduzion di Raffaella Scardi, Neri Pozza, pagine 416, 18 euro

 

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973 e da quando ha cominciato a scrivere, non ha più smesso (compulsivamente) di farlo. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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