L'agenda di Joi
Hebraica
Purim, una festa di teatro e sovversione

Perché e che significato ha mettersi nei panni dell’Altro, meglio se si tratta di un altro decisamente impensabile

La celebrazione di Purim (la festa “delle sorti”) viene spesso definita il “carnevale ebraico”, in considerazione del fatto che sia il carnevale cristiano che Purim hanno luogo in corrispondenza del passaggio dall’inverno alla primavera e, soprattutto, sono caratterizzati da uno spirito comico e dissacrante. La tendenza a creare sovrapposizioni tra il calendario liturgico ebraico e quello cristiano è però riduttiva, tanto da creare definizioni bislacche come “Natale ebraico” per Hannukkah – una festa che sì si svolge nello stesso periodo del Natale cristiano ma che poco ha a che vedere con la nascita di una figura messianica. L’espressione “carnevale ebraico” potrebbe risentire dello stesso atteggiamento di familiarizzazione semplificativa del diverso, volta a rendere comprensibile un fenomeno di una cultura estranea tramite l’utilizzo di riferimenti lessicali noti e condivisi dai più. Certo, Purim non è semplicemente una versione ebraica del carnevale cristiano: la mitologia alla base di Purim, ovvero la storia di Ester e il salvataggio degli ebrei persiani da una persecuzione politica, è ben differente dal festeggiamento pre-quaresima nel cristianesimo.

È indubbio però che Purim e il carnevale cristiano condividano elementi intrinseci alle modalità di festeggiamento, come il banchettare smodato e il travestimento – in altre parole, Purim e carnevale hanno in comune lo “spirito”. Dal punto di vista della storia delle culture, il filosofo e critico letterario russo Mikhail Bakhtin definì questo spirito sovversivo, caratterizzato dalla licenza di agire in modo eccentrico e sacrilego, la “concezione carnevalesca del mondo”. La riflessione di Bakhtin nacque in relazione all’estetica grottesca della satira francese Gargantua et Pantagruel di François Rabelais (XVI secolo) e alla poetica della molteplicità di voci nei romanzi russi di Fyodor Dostoevsky (XIX secolo). Quella del “carnevalesco” è però una categoria facilmente applicabile a culture che esulano dal canone occidentale – e il caso del Purim ebraico è eloquente.
Lo studio di Bakhtin sul carnevalesco ha presupposti letterari, per quanto il carnevale come concezione del mondo “roesso” (“al rovescio”, come direbbe Ruzante) funzioni bene come etichetta culturale e antropologica tout court, al di là che sia espresso per mezzo di testi. Cosa può dirci allora la letteratura ebraica su Purim come stato carnevalesco dell’anima? La risposta, sorprendentemente, porterà alla luce ulteriori aspetti del carnevalesco Bakhtiniano – primo tra tutti il senso di collettività incarnata.
Nella cultura ebraica, i testi associati alla celebrazione di Purim documentano una tendenza performativa: non a caso il teatro ebraico, nel rinascimento, nasce proprio come manifestazione culturale occasionale, ovvero associata a Purim. Si vedano i cosiddetti Purim Spiel, le “recite di Purim” in Yiddish della tradizione ebraica del continente europeo, le cui prime testimonianze risalgono alla metà del 1300 in area germanica. Effettivamente, per lunghi secoli l’ebraismo aveva dimostrato diffidenza rispetto al mezzo espressivo del teatro. Tra le eccezioni troviamo il drammaturgo ebreo alessandrino Ezechiele il tragico (II secolo e.v.), di cui sono pervenuti i frammenti di una tragedia in greco sull’esodo, che tuttavia non ebbe seguito in ambiente ebraico. Per il resto, i rabbini della tarda antichità esternarono un veto quasi irrevocabile su bate tartaiot we-qirqasim, “teatri e circhi”, istituzioni centrali della cultura greco-romana che non vennero adottate dalla corrente rabbinica dell’ebraismo palestinese, a differenza delle meno sospette e irrinunciabili terme. Lo stigma per le arti performative finì sostanzialmente per decadere nel rinascimento – ed ecco che rientrano in gioco Purim e carnevale.

Una testimonianza interessante sul teatro ebraico in tempo di carnevale viene dal cronista veneziano Marin Sanudo il giovane, che nei suoi Diarii alla data 3 aprile 1531 annota del divieto rivolto ai cristiani, da parte delle autorità serenissime, a partecipare alla “bellissima Comedia” messa in scena dagli ebrei nel ghetto veneziano. A ben guardare, il 3 aprile 1531 coincide con il 13 adar II 5291, data in cui cadeva per l’appunto Purim. Mezzo secolo più tardi, a salire alla ribalta delle cronache sarà una tragedia originariamente composta dall’ebreo portoghese Salomon Usque e rimaneggiata nel 1612 dal celebre rabbino veneziano Leon Modena. Neanche a dirlo, protagonista del dramma, in lingua italiana, è Ester, l’eroina di Purim.
Gli albori del teatro ebraico in Italia, perciò, sembrano indissolubilmente connessi alla celebrazione di Purim. E gli esempi non finiscono qui. Prima di testi teatrali veri e propri come l’Ester di Leon Modena, la storia letteraria registra casi di testi non esplicitamente teatrali ma nondimeno teatrabili, ossia pensati per essere, oltre che letti, fruiti tramite una performance. Di questa cultura drammatica embrionale parla Maria Luisa Mayer Modena in un articolo del 2011 su Altre modernità. Curioso è il caso della Massekhet Hamor, il Trattato dell’asino, pervenuta in un manoscritto conservato alla Biblioteca Statale Mosca (collezione Ginzburg, n° 278). Il breve testo consiste di un dialogo tra un rabbino e un asino, ambientato nell’aula di un tribunale rabbinico dove l’umano e l’animale parlante sono convocati dopo un incidente di cui si deve stabilire la colpa. L’opera è attribuita a Gedalya Ibn Yahya, un celebre cabalista vissuto tra Ferrara, Pesaro e il Piemonte nel Cinquecento. Nonostante il titolo in ebraico, la Massekhet Hamor è composta in un pastiche di ebraico e nord-italiano trascritto in caratteri ebraici. Il tema della saggezza dell’asino ben si confà alla licenziosità incoraggiata durante Purim: a essere blasfemo non è solo il contenuto che mette sullo stesso piano un pio e sapiente ebreo e la più bistrattata delle bestie ma anche e soprattutto la commistione tra “lingua sacra e parole di vanità” (v. 9). E Purim è difatti l’occasione per la composizione di questo gioco letterario, come chiariscono gli ultimi versi, che augurano una festa traboccante di cibo e imbriacature. Gioco letterario – visto che l’autore era un intellettuale ben avvezzo alla lingua sacra – che si presta naturalmente alla performance in virtù del botta e risposta tra rabbino e asino e delle introduzioni didascaliche a tale dialogo.

In area italiana, la messa scena della festa sacra di Purim – che sia in formato classicamente teatrale o che sia con una performance collettiva meno rigida e formale – è contraddistinta dall’uso del vernacolo a discapito dell’ebraico come lingua liturgica. Di nuovo è in veneziano che è redatta la settecentesca Mascheretta veneziana, mentre la lingua franca del mediterraneo del XVIII e XIX secolo (un amalgama di giudeo-spagnolo e giudeo-italiano) caratterizza la Cantiga di Purim alla moresca.
Oltre che con il teatro, dunque, Purim sembra avere un legame preferenziale anche con le lingue volgari in cui le comunità ebraiche si esprimevano. La ragione si radica nel precetto per cui il rotolo di Ester, il libro biblico al centro della liturgia di Purim, va letto e spiegato a tutti, anche a coloro che non conoscono l’ebraico. Purim rappresenta perciò il momento perfetto per il festeggiamento carnevalesco come definito da Bakhtin: Purim permette cioè alla collettività di sentirsi tale grazie a una messa in scena della mitologia ebraica dove i confini tra opposti vengono cancellati – Mardocheo e Aman, buoni e cattivi, lingua sacra e lingua profana, letteratura alta e narrazione popolare. Ed è proprio il potenziale perturbatore di Purim, che si realizza nel rito collettivo della teatralità, a ricordarci di svestirci di ogni intellettualismo e metterci nei panni dell’Altro più impensabile. Almeno una volta all’anno.

Ilaria Briata
Collaboratrice

Ilaria Briata è dottore di ricerca in Lingua e cultura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato con Paideia Editrice Due trattati rabbinici di galateo. Derek Eres Rabbah e Derek Eres Zuta. Ha collaborato con il progetto E.S.THE.R dell’Università di Verona sul teatro degli ebrei sefarditi in Italia. Clericus vagans, non smette di setacciare l’Europa e il Mediterraneo alla ricerca di cose bizzarre e dimenticate, ebraiche e non, ma soprattutto ebraiche.


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