Cultura
Quella volta che Bob Dylan e Gene Simmons…

Storia dell’incontro più improbabile della storia del rock

Due modi opposti di concepire l’arte della musica e le sue finalità: è questo che distanzia in maniera siderale Bob Dylan e Gene Simmons dei Kiss.

Il primo, all’anagrafe Robert Allen Zimmerman, il più grande cantautore vivente, premio Nobel nel 2016  per aver creato una nuova espressione poetica nell’ambito della grande tradizione della canzone americana,  evita qualsiasi contatto con i media ed il pubblico. Scontroso, vive ritirato, si sposta su una casa-camper e praticamente rilascia un’intervista ogni vent’anni. Compare in pubblico solo per i concerti che snocciola in un Neverending tour iniziato il 7 giugno 1988 (da allora si è esibito all’incirca tremila volte), ma quando è sul palco non parla o nel migliore dei casi pronuncia qualche sillaba.

Il secondo, Gene Simmons (Chaim Witz nato in Israele, a Tirat HaCarmel nel 1949, sua madre Florence è stata rinchiusa in un campo di concentramento nazista quando aveva 14 anni) è il linguacciuto cofondatore dei Kiss  (ha una leggendaria “long tongue” che è  diventata un simbolo del gruppo e che srotola in concerto per la gioia dei fan radunati nella organizzatissima Kiss Army).
I Kiss sono il gruppo mascherato che in cinquant’anni di carriera ha venduto cento milioni di album e che quest’anno sta per concludere la sua carriera con il mastodontico The end of the road tour che passerà da Milano il 2 luglio. Simmons, che nei Kiss suona il basso e canta, è l’uomo che ha trasformato la sua band in un brand, in un’icona della cultura popolare americana esattamente come i supereroi dei fumetti Marvel.
Il logo KISS compare su migliaia di prodotti: dalla Coca Cola a Hello Kitty, al Monopoly Kiss. Simmons, alieno a qualsiasi coerenza musicale, incurante dei critici che hanno quasi sempre  stroncato brutalmente i dischi della band, è un campione del marketing e del merchandising.
“I critici? Siamo sicuri che siano una forma di vita necessaria? Molti di loro  chiedono ancora i soldi alla mamma, io possiedo un pezzo d’America. Ecco la  differenza” è una delle battute cult dell’uomo che va in scena travestito da demone-vampiro.  La sua filosofia in uno dei suoi  quote  preferiti: “Money absolutely buys happiness”.

Ecco,  incredibile a dirsi, ma un giorno, in gran segreto, questi due esseri umani, apparentemente inconciliabili, si sono seduti in una stanza e hanno scritto una canzone insieme  dando vita ad una delle  collaborazioni più bizzarre e  inimmaginabili  della storia della musica. “Se non compri il biglietto, non  puoi vincere alla lotteria” spiega Simmons. “Così ho chiamato il manager di Dylan e gli ho detto che volevo parlargli. Lui, subito mi ha chiesto che cosa volessi da Bob. E io, senza esitazioni: semplice, vorrei scrivere una canzone con lui. Beh, dopo due giorni arriva un van davanti a casa mia. Si apre la porta e scende Bob Dylan con la chitarra in mano. Dice al suo autista di passarlo a riprendere verso sera… Ero basito. Ci siamo seduti e abbiamo iniziato a strimpellare. A dire la verità, non capivo bene che accordi stesse facendo perché lui parla molto mentre suona”.

Il  risultato di questo surreale incontro è Waiting for the morning light (presente  nell’album solista di Simmons intitolato con una ‘certa raffinatezza’  Asshole). Musica di Dylan, parole di Simmons. Come suona la canzone? Come un brano caduto dalla luna. Non è Dylan Style, ma nemmeno Kiss Style, è un ibrido incomprensibile, difficile persino da classificare. Quel che passerà alla storia non è certo la sua bellezza, ma il surreale incontro su cui nessuno  avrebbe mai scommesso un dollaro. Tranne Simmons, naturalmente.

Gianni Poglio

Giornalista, autore, critico musicale. Dopo numerose esperienze radiofoniche e televisive, ha fatto parte della redazione del mensile Tutto Musica e del settimanale Panorama (Mondadori). Dal 2015 conduce i talk show del Panorama d’Italia Tour, con interviste “live” ai protagonisti della musica italiana.


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