L'agenda di Joi
Diritti umani
Alla radice del diritto (o del dovere?)

Il dibattito tra ebraismo e diritti umani in Israele

Sebbene la relazione storica tra i movimenti per i diritti umani e l’ebraismo sia molto stretta (in particolare negli Stati Uniti) non tutti gli studiosi concordano sul fatto che vi sia un nesso tra i fondamenti religiosi e i diritti moderni. Un dibattito particolarmente vivace in Israele, dove il tema dei diritti umani si intreccia con quello della convivenza tra religione e democrazia.

Pur essendo rabbini, non si può certo dire che i membri dell’associazione Rabbini per i diritti umani raccolgano consensi unanimi. In Israele, dove si concentra la loro attività, sono considerati traditori della patria da una consistente fetta della popolazione o, al meglio, disfattisti che apportano armi ideologiche a chi vuole negare allo Stato di Israele il diritto di esistere.
Eppure, secondo Rabbi Levi Weiman-Kelman che ne è presidente, la loro attività a favore dei diritti umani è espressione naturale del loro ruolo religioso. “I diritti umani sono presenti nella dottrina e nelle norme ebraiche. Ne costituiscono un elemento fondante e per questo, in quanto uomini di fede e maestri delle nostre comunità, non possiamo fare a meno di batterci ogni volta che li vediamo violati nel nostro stesso Paese. Non è solo una questione di protezione dei soggetti più deboli, ma una attività strettamente legata al nostro ruolo, che è quello di mantenere elevato lo status morale del popolo ebraico”.
Fortemente collegati alle battaglie a favore della popolazione palestinese sia nello Stato d’Israele sia nei territori occupati, i Rabbini per i diritti umani tengono a ricordare che la loro sfera di azione è molto più vasta e comprende la tutela delle minoranze interne allo Stato ebraico (soprattutto i beduini e le popolazioni nomadi del Sud di Israele), nonché quella dei migranti africani, che incontrano in Israele gli stessi fenomeni di intolleranza e rigetto che sono ormai comuni a quasi tutti i Paesi occidentali. La loro azione si estende anche al dialogo intereligioso e all’educazione, con programmi per la diffusione della conoscenza dei diritti umani all’interno delle scuole del Paese.
“In un’epoca in cui una visione isolazionista e nazionalista della tradizione ebraica si fa sentire spesso e con vigore, i Rabbini per i diritti umani danno vita alla responsabilità ebraica tradizionale per la salvezza e il benessere dello straniero, del diverso, del debole, del convertito, della vedova e dell’orfano” recita il loro statuto.

Riparare il mondo
I detrattori sottolineano come, all’interno del gruppo, prevalga la componente ebraica conservative e riformata, mentre sono poco rappresentati gli ortodossi (sebbene alcuni rabbini che aderiscono, almeno formalmente, alla corrente principale dell’ebraismo siedano nel comitato direttivo dell’associazione).
A confermarlo è anche Shuki Friedman, direttore dell’Israel Democracy Institute’s Center for Religion, Nation and State, un think-tank che si prefigge lo scopo di “far fronte alla sfida che emerge dalla doppia natura di Israele quale stato-nazione ebraico e democrazia liberale. Lo scopo del Centro è la creazione di un quadro all’interno del quale possa svilupparsi la relazione tra l’ebraismo e la democrazia quali componenti gemelli dell’identità israeliana”, come recita la mission dell’istituzione insignita dal Governo del prestigioso Israel Prize, un premio riservato a chi favorisce la crescita scientifica e culturale del Paese.
“Gli ortodossi non stanno più riparando il mondo”, ha scritto Friedman in un recente editoriale sul quotidiano Haaretz, riferendosi al precetto del tikkun olam, ovvero della riparazione del mondo dalle ingiustizie che costituisce un elemento cardine dell’ebraismo. Secondo Friedman, proprio il fatto che le denominazioni non ortodosse abbiamo fatto proprio e reso centrale il tema della riparazione del mondo ha messo in difficoltà l’ortodossia, che pure ha quel principio tra le proprie norme etiche fondanti tanto quanto le altre denominazioni. Il suo editoriale si conclude con un invito al mondo ortodosso a tornare a occuparsi di queste tematiche, per il bene della società di cui fanno parte.

I diritti umani, una questione ebraica?
Proprio in quel contesto, forse anche per reazione all’”appropriazione” del tema dei diritti da parte della Riforma (esemplificata dalla notissima fotografia che ritrae Rabbi Abraham Joshua Heschel, uno dei massimi pensatori riformati che sfila alla destra di Martin Luther King durante la marcia antisegregazionista di Selma del 21 marzo 1965), si leggono spesso testi che mettono in luce l’ebraismo quale religione dei doveri, più che dei diritti.
Ma non tutti gli studiosi concordano. David Novak, teologo e rabbino conservative, autore del capitolo Jewish Theory of Human Rights all’interno del volume Religion and Human Rights, edito da John Witte e M. Christian Green nel 2011 per Oxford University Press, ribadisce le basi alachiche (cioè normative) dei diritti umani, ovvero di diritti appartenenti al singolo in quanto individuo e non in quanto membro di un gruppo etnico o sociale.
“Se si studiano i testi ebraici, si scopre che dietro ogni dovere c’è in realtà un diritto. Il dovere di osservare certe regole alimentari discende dal diritto di nutrirsi adeguatamente; il dovere di attenersi alle leggi della purezza familiare deriva dal diritto di vivere una vita sessuale felice all’interno della coppia. Ed è concesso al debole, allo sfruttato, di far ricorso ai tribunali umani, anche religiosi, per vedersi riconosciuto un diritto naturale”, spiega Novak.
Anche uno dei grandi pensatori dell’ortodossia moderna, Yeshayahu Leibowitz, ha affrontato il tema dei diritti umani alla luce delle norme ebraiche e in particolare in relazione all’esistenza dello Stato di Israele. Anche le tesi di Leibowitz sono considerate “estreme”, sebbene si tratti di una figura grandemente rispettata anche nel mondo ortodosso, ma offrono interessanti spunti di riflessione sulla relazione tra religione e Stato, libertà individuale e norme di gruppo, diritti di genere ed eguaglianza sociale che fanno parte del “bagaglio culturale” della moderna ortodossia.
“Israele è un grande laboratorio di riflessione sulla relazione tra ebraismo e diritti umani” conclude Friedman. “Non passa giorno senza che si discuta di diritto di guerra, di diritti delle minoranze, di migrazione, di diritto di famiglia ed eguaglianza di genere, di diritti LGBTQ, di legge civile e legge religiosa… E anche il mondo religioso comincia a entrare nel dibattito. Non si tratta di correnti mainstream, ma queste persone, che si definiscono osservanti, discutono sempre più di etica ebraica, e questo non può che essere un bene. Certo, si tratta di movimenti che nascono dal basso, come quello delle donne ortodosse per la Pace che lavorano fianco a fianco con donne mussulmane e cristiane: ma è un fenomeno inatteso e interessante, che va favorito e sostenuto”.

Daniela Ovadia
Membro del Direttivo, Redazione JOIMag

Ex Hashomer Hatzair , giornalista con formazione in neuroscienze, ha fondato e dirige l’Agenzia Zoe che si occupa di informazione medica e scientifica.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *