Hebraica
Sacro, profano, puro e impuro

Dalle Scritture all’etica, viaggio nei salti di paradigma compiuti dalla doppia antinomia antica quanto l’uomo

Nella percezione contemporanea della religione e della religiosità, i termini “sacro”, “profano”, “puro”, “impuro” rimandano perlopiù a categorie metaforiche di derivazione biblica – eccezion fatta per l’ebraismo, per il quale “puro e impuro” hanno tuttora una valenza pratica nel rispetto, ad esempio, delle normative sui cibi proibiti o concessi. Tuttavia, si tende a considerare quelle della purità e dell’impurità come nozioni tecniche, imperative sì ma non propriamente “reali”. Il sacro, poi, è quanto di più quintessenzialmente spirituale si possa immaginare.
“Derivazione biblica”, abbiamo detto – e perciò è il caso di chiedersi: è così che, per quanto possiamo dedurre, queste quattro idee basilari vengono concepite ed espresse? In altre parole: la nostra percezione di sacro, profano, impuro e puro è ancora sovrapponibile alla loro formulazione scritturale?
Dopo quasi due millenni e mezzo, la risposta sarà, chiaramente, no. Eppure, la radice di ciò che nella tradizione giudaico-cristiana si è conformata come concezione di queste due doppie categorie è piuttosto antica – e risale all’epoca critica del Secondo Tempio (ovvero dei secoli V a.e.v-I e.v.). Epoca nella quale si produsse un cambiamento di paradigma: dal parallelo sacertà // (im)purità a quello, a noi più familiare, santità // purezza.

Una doppia antinomia
Ma andiamo con ordine. In primo luogo, quali sono i termini ebraici per questo quadruplice sistema concettuale? E, in seconda istanza, dove troviamo una formulazione di tale sistema nei testi biblici? Per rispondere ad entrambe le domande, rivolgiamoci a due versetti in particolare: Levitico 10,10: וּלְהַבְדִּיל, בֵּין הַקֹּדֶשׁ וּבֵין הַחֹל, וּבֵין הַטָּמֵא, וּבֵין הַטָּהוֹר. “[YHWH disse ad Aronne:] distinguere tra sacro e profano e impuro e puro”.
Ezechiele 44,23: וְאֶת-עַמִּי יוֹרוּ, בֵּין קֹדֶשׁ לְחֹל; וּבֵין-טָמֵא לְטָהוֹר, יוֹדִעֻם. “E istruiscano il mio popolo sulla differenza tra sacro e profano e impuro e puro”.
Da qui possiamo risalire alla terminologia ebraica: ciò che noi traduciamo con sacro è qadosh, profano è chol, impuro è tame, mentre puro è tahor. Dai due versetti, inoltre, due cose balzano all’occhio. La prima è che si tratta di categorie tra le quali è necessario fare distinzione, e che dunque si configurano in una doppia antinomia: sacro contro profano, impuro contro puro. La seconda questione riguarda l’ordine dei termini: se sacro è differente da profano e impuro lo è da puro, esiste allora una qualche corrispondenza tra sacro e impuro? Ovvero: perché il testo non recita i termini in un ordine più prevedibile (per noi), ossia “sacro e profano, puro e impuro”? È un espediente retorico – una disposizione chiastica – o c’è davvero un parallelismo tra sacro e impuro (e profano e puro)? A dare una risposta esaustiva e – vedremo – inaspettata ci pensa un saggio di Paolo Sacchi pubblicato da Morcelliana nel 2007, dal titolo Sacro/profano impuro/puro: nella Bibbia e dintorni.
Secondo Sacchi, sacro/profano e impuro/puro non è un chiasmo, bensì una forma di parallelismo. Anzitutto dobbiamo chiarire che, delle quattro parole, due sono “marcate” e due sono “non marcate”, nel senso che le prime portano un significato positivo, pieno, mentre le seconde sono una negazione di tale significato. Di conseguenza la nostra stringa può essere resa: “sacro/non-sacro e impuro/non-impuro”. Proviamo allora a capire che cosa abbiano in comune due concetti apparentemente lontani, se non contrastanti, come “sacro” e “impuro”.

Sacro e impuro
Partiamo con il sacro. Nella Bibbia, o meglio in alcuni dei testi che compongono questo Testo, kadosh è quanto promana dalla divinità e rappresenta una vera e propria forza ultraterrena che ha la facoltà di danneggiare o annichilire l’uomo. Basti pensare al fatto che, in Esodo 33,20, Mosè non può vedere Dio in faccia perché “nessun essere umano può guardarmi e restare vivo”. Il sacro può uccidere, è una potenza reale e realmente pericolosa. Ecco, il pericolo è ciò che accomuna sacro e impuro. L’impuro, infatti, è un sacro diminuito, una forza pericolosa che può erodere l’integrità della salute dell’uomo. Originariamente, perciò, il puro, più che una qualità attiva, descriveva l’assenza di quel quid potenzialmente nocivo (eppure parte dell’ordine naturale) che è il tame, l’impuro. Perché allora, ad esempio, il sacerdote doveva trovarsi in stato di purità quando accedeva al sancta sanctorum del Tempio? Proprio perché doveva essere il più integro (fisicamente) possibile per affrontare la temibile forza della sacertà ivi concentrata.

Sacro e puro, una questione etica
Come si è passati allora ad associare al sacro non l’impuro ma il puro? Come anticipato, il salto di paradigma avviene nel corso dell’epoca del Secondo Tempio, quando la religiosità ebraica sviluppa una più marcata e chiara tendenza etica. Fondamentalmente, quando il peccato passa da trasgressione contro l’ordine costituito a macchia nell’interiorità dell’individuo che lo commette. Macchia che viene associata – forse per il potere di contaminare, di sporcare, di rendere meno integro – con l’impurità. Questo connubio tra peccato e impurità (accennato nella Bibbia già in Isaia 6,5-7) diverrà fulcro dell’apocalittica della comunità essena di Qumran – ma anche dell’insegnamento di Gesù. A questa interpretazione in direzione morale dell’impurità corrisponde una pari spiritualizzazione di ciò che impuro non è, ovvero del puro, tahor. Puro che viene ora caricato sì di significato autonomo, in una costellazione ideologica dove esso contrasta semanticamente la negatività del tame, impuro, sullo sfondo di un qadosh, sacro, sempre meno tangibile.
La storia di questo cambiamento concettuale è assai complessa e si dipana attraverso un sostanzioso
corpus di testi quali i cosiddetti apocrifi dell’Antico Testamento (come 1Enoc e Giubilei), i manoscritti del Mar Morto, i vangeli stessi. A rammentarci che – e quanto – cruciale furono per l’Occidente di eredità giudaico-cristiana i secoli a cavallo dell’anno zero. Anche nel linguaggio che ancora oggi rivela meccanismi di pensiero sedimentati in venti secoli di storia.

Ilaria Briata
Collaboratrice

Ilaria Briata è dottore di ricerca in Lingua e cultura ebraica all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato con Paideia Editrice Due trattati rabbinici di galateo. Derek Eres Rabbah e Derek Eres Zuta. Ha collaborato con il progetto E.S.THE.R dell’Università di Verona sul teatro degli ebrei sefarditi in Italia. Clericus vagans, non smette di setacciare l’Europa e il Mediterraneo alla ricerca di cose bizzarre e dimenticate, ebraiche e non, ma soprattutto ebraiche.


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