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David, Abramo, Giacobbe, Miriam, Rahab e Giona: un racconto a più voci

In occasione della Giornata europea della cultura, Firenze pensa ai percorsi interiori, sfidanti, quelli che ci cambiano la vita. E li racconta attraverso i personaggi biblici

Quest’anno il tema della Giornata della cultura ebraica in Italia e in Europa, appena conclusa da pochi giorni, era “percorsi”. Un titolo aperto, perfino troppo. Per ironia della sorte è stato deciso poco prima della terribile fase Covid, del lockdown che ci ha tenuti fermi, chiusi in casa, intensificando la nostra voglia di leggere, di ritagliarsi uno spazio per sé ma anche portando alla luce paure e scenari poco rassicuranti circa il futuro. Altro che percorsi. I viaggi non li abbiamo fatti fisicamente, li abbiamo desiderati, ricordati, interiorizzati. Questo mi ha fatto fare una riflessione, mentre componevo il programma della Giornata della cultura 2020, il mio ultimo impegno come assessore della Comunità Ebraica di Firenze dato che il mio mandato sta per scadere. Perché non parlare dei percorsi della nostra vita, di quelle sfide, di quelle contraddizioni o cambiamenti che incidono sulla nostra identità e caratterizzano il corso dell’esistenza, dandole un significato? Mi sono venuti subito in mente personaggi del mondo della letteratura, emersi da libri letti di recente, ma poi ho pensato: perché non partire dal libro più importante per noi, il Libro, cioè la Bibbia? Il libro che ha molto da insegnare a chiunque sia interessato di scrittura e di composizione narrativa, tanto è pieno di passioni, capovolgimenti, dialoghi, leggende. Certo, per i religiosi la Bibbia non è un libro qualunque, contiene una verità rivelata; lungi dall’ignorare questo, credo che si possa tuttavia concentrare l’attenzione anche su altri aspetti narrativi, concedendosi una lettura moderna e stimolante. Naturalmente l’idea mi veniva dai geniali studi di Robert Alter, soprattutto il celeberrimo “L’arte della narrativa biblica”, una specie di caposaldo che tutti coloro che si interessano non solo alla cultura ebraica ma alla letteratura tout court dovrebbero leggere e rileggere, dato che è una miniera di citazioni, collegamenti, fonti e legami con la tradizione ma anche con lo stile e l’intreccio di un’opera.  Alter invita il lettore a godere della Bibbia come se si trattasse di un romanzo. In fondo non abbiamo analizzato così altri grandi libri mitici del passato come l’Odissea o l’Iliade? Ci esorta a considerare le grandi figure bibliche alla stregua di personaggi, cercando di cogliere aspetti diversi, contraddizioni, come se “la loro individualità fosse lo strumento scelto dal Dio biblico per il suo esperimento con Israele e con la storia”.
La Bibbia offre un grande affresco di dettagli storici reali e aneddoti leggendari. Basti pensare al personaggio forse più Shakespeariano, più passionale di tutti: il re David. Sicuramente ci fu un David  realmente esistito, che combattè contro Saul, fondò una dinastia, ebbe un figlio di nome Salomone, ma esiste anche un rifacimento immaginifico della storia (chi non ricorda il leggendario duello tra David e Golia, intriso di puro folklore) che ne  costruisce il carattere psicologico: un assassino, un ambizioso, un manipolatore di Saul come delle proprie mogli.

Motivata da questi spunti, per me interessantissimi, ho messo insieme una tavola rotonda con un parterre di ospiti provenienti da ambiti volutamente diversi: lo scrittore Wlodek Goldkorn, il rabbino Gadi Piperno, la giornalista Maria Cristina Carratù, la regista Miriam Camerini e il biblista valdese Daniele Garrone.  A ognuno di loro avevo chiesto di scegliere un personaggio e di darcene una lettura, raccontandone il percorso. Non potevamo che partire dal patriarca per eccellenza, il padre dei due popoli, Abramo. Personaggio curioso: sappiamo solo che nasce a Ur, nella terra dei Caldei, ma fa la sua prima apparizione in scena alla veneranda età di 75 anni, quando Dio gli rivolge la famosa frase, “Lech lechà”, da molti interpretata poeticamente come “và verso te stesso” ma che alla lettera vuol dire proprio: vattene. Fai fagotto e parti senza indugio verso la terra che ti indicherò. Il percorso che Abramo fa nella Bibbia inizia da lì, non sappiamo nulla del prima, né di cosa lo abbia portato a diventare da politeista monoteista, a sposare un principio etico unico. Da quel momento però fa un sacco di cose: combatte contro i dieci re, fa passare  la moglie Sara per sua sorella e senza darsi tanto pensiero acconsente che diventi l’amante del faraone egiziano. Wlodek Goldkorn, che lo aveva scelto, lo vede così: un calcolatore, un mediatore, capace di influenzare perfino l’opinione di Dio su Sodoma e Gomorra.
Sicuramente l’episodio più importante nella vita di Abramo, o perlomeno, quello che ci colpisce di più per la crudeltà della richiesta e il prezzo chiesto in cambio della fedeltà, è la legatura di Isacco. Cosa avrà provato Abramo quando è arrivato quel terribile ordine? Ancora una volta non lo sappiamo perché in quella lunga camminata nel deserto per raggiungere il monte del sacrificio padre e figlio non si parlano. Tra di loro regna un silenzio pesante, che Leonard Cohen ha provato a descrivere in una struggente ballata, in cui si indulge sui gesti più che sulle parole: la scure d’oro nella mani del padre, gli alberi che si rimpiccioliscono, il lago “come lo specchio di una signora”, la sosta per bere vino e Abramo che getta la bottiglia che si rompe in mille pezzi e prende per mano il figlio, l’aquila che passa alta sulle loro teste. Goldkorn lo vede così Abramo: un uomo duro, pronto a sacrificare il figlio, addirittura a inventarsi un angelo, un messaggio divino arrivato all’ultimo momento, per uscire dalla scelta tragica. Una scelta tra cose opposte, apparentemente inconciliabili, come sostiene un altro scrittore, Jonathan Safran Foer, autore di “Eccomi”, che fa notare come Abramo abbia detto la stessa frase, “Hinneni”,  a Dio, al figlio e all’angelo. Ma come poteva “esserci” allo stesso modo per Dio e per Isacco, scindersi in due, davanti a quel bivio contraddittorio? Per Safran Foer, questa è l’essenza stessa dell’identità ebraica: esserci come uomini di fede, esserci per i doveri di padre, di madre, per la patria, ma esserci anche per se stessi, per i propri bisogni e i propri valori. 
Certo, che nonno e che padre impegnativo aveva Giacobbe, sostiene con un sorriso Gadi Piperno e che bella responsabilità sulle sue spalle: il primo a chiamarsi Israele! Il suo percorso è articolato, ricco di cambiamenti: da secondo figlio diventa il primo, rubando la primogenitura per quel famoso piatto di lenticchie (che sublime trovata drammaturgica), sposa la moglie che non gli piace ma poi riesce a prendersi anche l’amata Rachele, lotta con il fratello Esaù tutta la vita ma alla fine lo affronta e ci fa pace, inaugurando un altro grande topos letterario biblico, il conflitto tra fratelli e il perdono che vedrà in seguito come protagonisti Giuseppe, i fratelli che lo vendono e di nuovo Giacobbe che finisce la sua vita in Egitto.
Non meno importanti nella Bibbia sono le figure femminili, ci dice Miriam Camerini citando la sua omonima, Miriam, la sorella di Mosè, la prima profetessa, colei che danza e canta al passaggio del Mar Rosso. Le donne sono creatrici e creative, portano l’elemento fluido, acquatico, e la storia di Miriam ne è pervasa: lo stesso attraversamento del Mar Rosso è un parto colorato di sangue, per arrivare alla libertà, nelle acque viene calata la culla di Mosè neonato di cui Miriam bambina si prenderà cura trovandogli come levatrice la madre stessa, con incredibile astuzia. Una regista che lavora dietro le quinte, che guida e motiva oltre al fratello altre donne, che è capace di ribellarsi al leader, di ammalarsi di lebbra e guarire. 
Le donne sono portatrici di valori nuovi, aggiunge Maria Cristina Carratù, che, a sorpresa, ha scelto un personaggio apparentemente minore, la prostituta o albergatrice Rahab, che appare nel libro di Giosuè. Vive ai margini di Gerico, sulle mura della città, e ospita le due spie ebree mandate sul posto. Rahab li ospita, li salva, li fa scappare con una corda, chiede clemenza quando il luogo cadrà in mano all’esercito nemico e le viene detto di calare dalla finestra una matassa rossa per riconoscere la sua casa e risparmiare lei e i suoi parenti. Una traditrice quindi, un’opportunista. Ma davanti ai terribili soldati, percepiti da tutti gli altri come mostri assetati di sangue e violenza, Rahab dice: io non ho paura. Non li teme, non li vede disumanizzati ma li riconosce individui che hanno bisogno di aiuto, mettendovisi a tu per tu. Gerico è una roccaforte, un insieme di mura spesse (alcuni studiosi l’hanno paragonata al labirinto, confrontando Rahab con Arianna); Rahab ne fa crollare le difese, rompe il limite tra dentro e fuori, aprendosi all’altro, rifiutandosi di considerarlo estraneo e soltanto cattivo, riscoprendone l’umanità.
E infine, quanta ironia nel Libro di Giona, che siamo andati a ripercorrere con Daniele Garrone che ce ne ha fatto scoprire perfino gli aspetti “comici”. Perché non sempre nella Bibbia tutti rispondono alla chiamata di Dio con un “Eccomi” (Mosè ce lo ha ampiamente dimostrato). Quando Giona riceve l’incarico di andare a Ninive a predicare fa un bel dietrofront e si reca a Tarshish. Scappa e Dio lo insegue; si imbarca e Dio manda una tempesta. “Buttatemi a mare, sono io il responsabile” dice ai marinai attoniti, che non vorrebbero sacrificarlo per la loro incolumità ma che poi sono costretti a farlo. Ed ecco che arriva il pesce, che è punizione e salvezza, e lì dal profondo dell’angoscia Giona eleva il suo pensiero a Dio, si pente (per questo a Kippur leggiamo il suo libro). Va a Ninive predica contro gli abitanti, avverte che Dio li ucciderà e, miracolo, loro gli credono, il loro Re si pente e vengono risparmiati. Non è affatto contento Giona (ecco tornare l’ironia di cui parla Garrone): ma come, tutto quel viaggio, quella missione, e poi Dio fa marcia indietro? Si consola piantando un alberello di ricino che gli faccia ombra e Kadosh Baruhù gli manda un verme a distruggerlo, la calura a seccarlo. E quando si lamenta dell’ingiustizia Dio gli risponde (uno dei più bei dialoghi della Bibbia): “secondo te non avrei dovuto aver pietà di Ninive e ora ti lamenti perché ho sacrificato un sempice albero”? 

E’ stato bello ascoltare tanti punti di vista diversi, tante voci, tante letture; in ognuna ho colto passione, ricchezza, immedesimazione, empatia, segno che la Bibbia è davvero il più grande Libro di tutti i tempi e riesce ancora a parlarci, a farci riflettere, a metterci in crisi, ci spinge a cercare nuovi significati e interpretazioni.
Ed è questo in fondo il destino, la scommessa del nostro popolo: il percorso ebraico, che abbiamo cercato di raccontare, in questa mia ultima Giornata della cultura.
Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata” e, alla fine del 2020, il successivo, “Forse mi padre”, edito dallo stesso editore.

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