Cultura
Saul e la strega di Endor

Una satira nera che fotografa le ultime ore di un uomo potente posto davanti alla propria fine

Dentro un cerchio tracciato nella polvere, una vecchia dai seni avvizziti. Intorno a lei, come in un film di Tim Burton, vediamo affastellarsi l’intero arsenale dell’orrore: candele, un libro scritto in caratteri incomprensibili ma certo magici, fauni, gufi, pipistrelli e creature mostruose, una coppia di galli neri, fiamme in cielo e, in secondo piano, una battaglia e il mare in tempesta. E poi due donne che nutrono un capro dalle molte corna, altre che bevono e offrono libagioni, una impugna una scopa. Non è un’anticipazione di Halloween, la festa delle streghe e delle zucche che anche in Italia riscuote anno dopo anno crescente popolarità, ma un quadro a olio del 1526 del pittore olandese Jacob Cornelisz van Oostsanen in mostra al Rijksmuseum di Amsterdam. Il titolo? Saul e la strega di Endor.

Quello di van Oostsanen non è l’unico dipinto che raffigura un episodio biblico che difficilmente lascia indifferenti. Si tratta infatti, almeno a prima vista, di una vera e propria storia di negromanzia, con tanto di travestimento, evocazione degli spiriti dei defunti e profezie annesse. Eppure è nota la posizione di netto rifiuto della negromanzia della tradizione ebraica antica. Devarim/Deuteronomio, per esempio, chiarisce che “non si dovrà trovare in mezzo a te chi brucerà il figlio o la figlia come offerta sacrificale, non chi fa sortilegi o l’indovino, il mago o lo stregone, l’incantatore, il medium o il negromante”. La posizione di totale rifiuto, come si vede, è inequivocabile. D’altro canto, proprio l’insistenza nel condannare magia e stregoneria fa pensare che queste fossero avvertite come un problema; fossero, cioè, diffuse più di quanto chi ha composto i testi biblici avrebbe voluto. Gli studiosi hanno rilevato tracce di pratiche magiche nel Tanakh, in particolare in alcuni libri profetici e nei Salmi, e c’è chi ha ipotizzato una stratificazione di credenze nei testi di cui rimarrebbe relativamente poco – ma pur sempre qualcosa – per interventi redazionali successivi alle prime stesure. Nulla, in ogni caso, di particolarmente esplicito, se paragonato a testimonianze coeve nell’area del Mediterraneo orientale. Con un’eccezione significativa: l’episodio della strega di Endor descritto nel primo libro di Shemuel/Samuele.

Alla vigilia di una battaglia decisiva contro i filistei, e poco dopo la morte del profeta Shemuel, re Saul si rivolge a Dio ma non ottiene risposta. Di notte, senza i simboli regali e opportunamente mascherato, si reca allora da una “donna evocatrice di spiriti” a Endor. Saul, che pure in precedenza ha messo a morte e bandito medium e indovini, desidera che lo spirito di Shemuel gli dica che cosa lo aspetta l’indomani. Quando compare il profeta evocato dalla strega, la donna capisce che ha di fronte il re di Israele, Saul però le dice di non temere nulla da parte sua e allora lei gli descrive la visione. A questo punto comincia il dialogo diretto tra Shemuel e Saul. “Perché mi hai disturbato evocandomi?”, chiede il profeta, e alla spiegazione del re ribatte che Saul perderà il regno e domani, a compimento della battaglia, sarà con i suoi figli e tanta parte delle schiere del suo esercito nel regno dei morti. Proviamo a frazionare alcuni elementi salienti dell’episodio per cogliere la complessità della scena.

Di notte – L’intero episodio si svolge di notte, forse perché le tenebre sono considerate indispensabili per il compimento di sortilegi e riti magici, oppure perché ad esse corrisponde l’oscurità dei morti che si vuole evocare. Ma c’è anche un’altra spiegazione, proposta da Giuseppe Flavio nelle Antichità giudaiche, secondo cui Saul lascia l’accampamento militare nottetempo per non essere visto dai suoi uomini. Dimostra ben poca fiducia nelle proprie armi, infatti, un comandante che alla vigilia dello scontro si reca da una medium per conoscerne in anticipo il risultato, senza considerare che facendolo viola non solo la Torà, ma anche l’editto contro gli stregoni da lui stesso precedentemente emanati. Simile alla lettura di Giuseppe Flavio quella di Yitzchak Abravanel, per cui Saul sceglie di andare dalla strega di notte perché nessuno dei suoi sudditi e compagni si accorga della sortita.

Contrappasso – Uno scenario da Inferno dantesco. Saul, colui che ha messo al bando chi evoca spiriti e predice il futuro, di fronte al silenzio di Dio si reca dalla strega. È possibile che il riferimento a un editto contro i medium sia stato aggiunto per dare ancora più forza, tramite contrasto, all’episodio della rievocazione a Endor. Allo stesso tempo, evidenzia come tutti gli uomini, perfino i re, nei momenti di debolezza, di sconforto o di paura possono fare scelte dettate dal traboccare dell’irrazionalità che altrimenti non avrebbero mai fatto.

Rito e riconoscimento – Quando la medium vede Shemuel sorgere dall’oltretomba, grida e rimprovera Saul (che, ricordiamolo, è travestito per non passare per quello che è) di averla ingannata. Perché non riconosce il re prima? E quale rito impiega per evocare il profeta morto? Il midrash è significativamente laconico a riguardo riportando che la donna “fece quello che fece e disse quello che disse”. Poiché la negromanzia non è solo proibita, ma è anche inefficace, secondo alcuni rabbini la donna non è davvero in grado di evocare gli spiriti dei defunti e dunque inganna coloro che le si rivolgono. Dunque il suo grido sarebbe di stupore, perché non si aspetta che i suoi sortilegi fraudolenti evochino davvero il profeta Shemuel, che tuttavia appare per intervento miracoloso di Dio. Il testo biblico non dice il nome della negromante, il midrash specifica invece che si tratta di una certa Tzephanià, madre di Avner.

Elohim – Dopo l’apparizione di Shemuel e il grido della strega, Saul chiede che gli riporti che cosa ha visto. E la donna risponde: “Ho visto Elohim salire dal sottosuolo” (elohim ra’iti olim min-haaretz). Secondo alcuni qui il termine Elohim indica la parte divina che è nell’uomo, cioè l’anima. Una delle più importanti traduzioni antiche, il Targum Yonathan, rende Elohim con “angeli”, mentre David Kimkhi sceglie “grande uomo” (ci sono passi nel Tanakh in cui Elohim sembra assumere questi significati). Un altro problema è relativo all’uso del verbo al plurale. Elohim è forma plurale e non è dunque sorprendente che sia al plurale anche il verbo (olim: salgono). Però alla frase successiva la donna dice “è un vecchio che sale (olè, forma singolare dello stesso verbo) indossando un mantello”, riferendosi a Shemuel. Forse allora la donna ha visto all’inizio due o molti spiriti, ma poi ha focalizzato l’attenzione sul solo Shemuel. Secondo un midrash riportato nel Talmud, Shemuel chiede a Moshè di accompagnarlo, ritenendo a torto che la chiamata corrisponda a quella del giorno del giudizio. “Sali con me”, dice Shemuel a Moshè, “perché non c’è nulla di quanto hai scritto nella Torà che io non abbia adempiuto”.

L’apparizione di Shemuel – Quando la medium evoca Shemuel, Saul le chiede di descriverne l’aspetto, deduciamo quindi che il re non vede nulla. Poi però Saul e Shemuel conversano in piena autonomia, senza altri interventi della donna fino quasi alla fine dell’episodio. Spiega un midrash che la strega vede il morto ma non lo sente, mentre Saul (che potrebbe per esempio sedere in una stanza contigua ma separata da un muro oppure dietro uno spigolo della parete) non vede ma sente. La donna descrive Shemuel vestito con quello che sembra essere il suo mantello, come capiamo dall’immediato riconoscimento da parte di Saul. Da questo possiamo pensare che i morti conservino anche nell’oltretomba i vestiti che indossavano in vita. Nonostante il riferimento all’abito del profeta, alcuni hanno ipotizzato che a venire evocata non sia la persona ma solo la sua ombra. Che si tratti di un’apparizione soprannaturale è peraltro chiarito dall’insistenza con cui il testo ricorda che Shemuel è morto ed è stato sepolto. Tuttavia, secondo quanto leggiamo nel Talmud, durante i primi dodici mesi dopo il decesso lo spirito si aggira inquieto intorno al corpo (dobbiamo quindi pensare che il corpo di Shemuel sia sepolto a Endor?). Ancora una volta, i tentativi di alleggerire l’episodio del rito negromantico rappresentano la più chiara prova che questo veniva (viene) considerato un problema.

La reazione del profeta – Quando Saul comprende di essere di fronte a Shemuel si prostra a terra. Ma il profeta lo rimprovera: “Perché mi hai disturbato evocandomi?”. L’ironia del testo si fa feroce, perché il giorno seguente Saul e i suoi figli raggiungeranno Shemuel nell’oltretomba. È stata notata la somiglianza tra la reazione di Shemuel e alcune iscrizioni funerarie fenicie che mettono in guardia da scoprire le tombe e disturbare i morti, aggiungendo talvolta che chi ne sarà responsabile verrà escluso dal mondo dei vivi, che è proprio quello che presto accadrà a Saul. Il re morituro è quindi colpevole non solo per aver chiamato a sé un morto invece del Dio dei vivi per conoscere il futuro, ma anche per aver disturbato i morti, con cui i vivi non devono interferire.

Il giorno del giudizio – Per il Talmud la reazione di Shemuel è di paura, ritenendo di essere stato chiamato a giudizio da Dio. “E se Shemuel, il giusto, temeva il giudizio, quanto più dobbiamo temerlo noi!”.

Le colpe di Saul – Il testo biblico, per bocca di Shemuel, adduce a Saul due colpe specifiche precedenti il silenzio di Dio agli appelli del re e il seguente episodio di Endor. Sono due colpe di omissione, relative cioè a quello che Saul avrebbe dovuto fare e invece non ha fatto: “Non hai ubbidito alla voce del Signore e non hai dato corso alla violenza della sua ira contro Amalek”. La raccolta di midrashim Wayqrà rabbà specifica invece che le colpe del re sono cinque, tra cui l’uccisione degli abitanti di Nob, aver risparmiato Agag, la disobbedienza a Shemuel, l’evocazione di un defunto e non essersi rivolto a Dio.

La strega ospitale – Alle ultime parole di Shemuel che profetizza la sua morte in battaglia, Saul cade a terra sconvolto. La negromante, su cui il testo ha taciuto durante il dialogo precedente tra il re e il profeta, gli offre allora da bere e da mangiare. Saul è debole perché non tocca cibo da un giorno, tuttavia in un primo momento rifiuta, per poi cedere a fronte dell’insistenza della donna. La strega ospitale uccide allora il vitello grasso, ne cucina la carne e la offre al re e ai suoi servi insieme a pane azzimo preparato in fretta. Giuseppe Flavio sottolinea la generosità della medium, nonostante la legge biblica, peraltro disattesa clamorosamente dal re di Israele, per lei preveda la condanna a morte.

La storia di Endor esprime secondo alcuni le credenze prevalenti in seno al popolo di Israele, come a tutti quelli della regione, nei tempi più antichi, precedenti la svolta monoteistica compiuta intorno al VII secolo. Per altri, invece, l’intero episodio non è altro che un sogno di Saul, frutto della sua immaginazione turbata alla vigilia della battaglia fatale. Ma il testo sembra ribellarsi contro questa ipotesi estrema. Troppo facile è anche pensare che tutto riposi su una frode compiuta dalla strega ai danni del re stanco, affamato e sovreccitato. Più interessante è ritenere il testo la satira nera e impietosa di un uomo potente durante le ore che precedono la sua fine. Re Saul si reca dalla strega per conoscere il futuro, ma al termine della vicenda è annientato nel fisico e nello spirito, disperato come può essere solo chi vede prefigurata la propria rovina. Viene infine rifocillato dall’ultima degli ultimi, una medium per cui la legge prevederebbe la morte. Ma, come sappiamo, sarà il re caduto e non la donna a morire. Il rovesciamento della sorte di Saul, abbandonato da Dio, è compiuto.

Giorgio Berruto
collaboratore
Cresciuto in mezzo agli olivi nell’entroterra ligure, dopo gli studi in filosofia e editoria a Pavia vive, lavora e insegna a Torino. Ama libri (ma solo quelli belli), musei, montagne

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