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Storia mondiale degli ebrei: il grande racconto di un popolo

Se la nozione di popolo, di per sé irrinunciabile, non basta… Un viaggio lungo tremila anni nell’eterogeneità dell’esperienza ebraica. La recensione del libro curato da Pierre Savy per Laterza

Nel solco di una tradizione che va a tempo consolidandosi, già praticata nei paesi di lingua inglese e francese, anche l’editoria italiana di qualità sta iniziando a pubblicare volumi sulla «storia mondiale»dei protagonisti del passato e del presente. In traduzione, per la cura di Michele Sampaolo, e la curatela, con relativo aggiornamento ed integrazione, di Anna Foa, esce in queste settimane il volume a cura di Pierre Savy dedicato alla «Storia mondiale degli ebrei» (Laterza, Bari-Roma 2021, pp. 485, euro 28). Si tratta di un’opera collettanea, composta di una novantina di voci (da «1207 a.C., un ingresso drammatico nella storia: la stele di Merenptah» a «2006, proclamazione della Giornata europea della memoria») la cui ambizione è di coprire, attraverso l’accostamento di date significative ad eventi dirimenti, il senso della storia ebraica così come della storia degli ebrei.

Due aspetti, questi ultimi, non coincidenti: è storia ebraica, infatti, il racconto di sé, che promana dalla coscienza della propria presenza nel mondo, nel corso del tempo; costituisce storia degli ebrei, invece, il resoconto della traiettoria di vita di intere comunità, nel corso del tempo, da parte di coloro (ebrei e non) che ne hanno fatto oggetto di riflessione. L’una cosa, e l’altra, non costituiscono, nel loro intersecarsi, il prodotto di una distinzione superficiale, di lana caprina. Poiché la Wissenschaft des Judentums (traducibile, con estrema approssimazione, come «scienza del giudaismo», ossia approccio laico ed etero-diretto alla storia della presenza ebraica nel mondo), è un prodotto perlopiù del tempo corrente, quello che dall’illuminismo ebraico (Haskalah) in poi ha tematizzato la traiettoria dell’ebraismo come parte della storia della costruzione degli statuti di emancipazione e cittadinanza nei paesi europei.

Cosa c’entra, questa digressione con la recensione di un volume? In realtà molto. E non solo per l’oggetto di quest’ultimo. Poiché il problema di fondo semmai è, ancora una volta, il come si racconta, soprattutto ai non addetti ai lavori, la traiettoria esistenziale, nel corso di intere epoche storiche, di un gruppo che ha al medesimo tempo coltivato, preservato ma anche radicalmente mutato le proprie matrici di riferimento. Per capirci: non esistono gli «ebrei» e neanche l’«ebraismo» come se gli uni e l’altro fossero delle figurine astoriche, del tutto slegate dal contesto in cui operano. Mentre invece sussiste lo scorrimento del tempo che, nel momento stesso in cui cancella qualcosa, riproduce inesorabilmente anche tracce del passato. La pervicacia dell’ebraismo non è mai quella di essere al di sopra della storia (chiunque affermi altrimenti, potrebbe invece essere un impostore o comunque un contraffattore) bensì di essere nella storia. Trasformandola ed essendone trasformato. Il senso della Diaspora, in fondo, è anche questo: la consapevolezza non solo che si è ma che si potrebbe divenire. In quanto lo sguardo prospettico non rimanda esclusivamente al passato ma si volge al futuro.

Il volume di Savy ci dà essenzialmente conto di tutto ciò. E di altro ancora. Ossia, ci restituisce il senso della complessità della storia umana, la quale si alimenta sempre e comunque di discontinuità. La storia degli ebrei è essenzialmente il racconto di queste fratture, rese poi come periodizzazioni significative, tali in quanto capaci di rendere conto del senso di una più generale continuità. Della loro traiettoria esistenziale, ma anche del modo in cui l’umanità ha vissuto se stessa, per poi rielaborarsi dentro un quadro dove le intermittenze prevalgono sulle prevedibilità, si è quindi alimentato il modo in cui anche le società non ebraiche, in via di secolarizzazione, dal Settecento in poi, si sono descritte, in un percorso autobiografico che è quindi depositario del criterio stesso con il quale l’ebraismo ha rielaborato se medesimo. In parole povere, ragionare e parlare degli ebrei può servire soprattutto a capire come i non ebrei si siano raccontati. Nel passato così come in tempi a noi più prossimi. L’effetto di rispecchiamento è infatti dietro l’angolo.

Rimane il volume, in sé corposo, frutto non solo della redazione francese ma anche del lavoro, di integrazione, compiuto da diversi studiosi italiani (una quindicina, alcuni di essi tra i più noti nella comunità scientifica). L’organizzazione interna, in una pluralità di lemmi strutturati come altrettante cesure logiche e cronologiche, facilita di molto l’approccio. Se ne possono infatti leggere alcuni senza necessariamente soffermarsi sugli altri. Poiché ogni frangente storico ha una sua unitarietà, che è racchiusa nella voce che lo descrive. A tale riguardo, si potrà discutere dalla pertinenza di certe scelte rispetto ad altre, quindi di inclusioni così come di esclusioni, ma rimane il fatto che il testo che il lettore ha nelle sue mani si presenta come lo scorrimento logico di un percorso tanto complesso quanto eterogeneo.

Senza che per questo si perda, da subito, il senso dei discorsi che contiene. Il volume, infatti, si incarica immediatamente di evitare una lettura circolare della storia degli ebrei, per la quale ciò che avviene ad oggi sarebbe la realizzazione di quanto era premesso già nel passato. Ovvero, una sua sorta di inveramento quasi messianico. Così come si risparmia di affermare che il presente possa dare conto di tutto quanto è successo nel tempo trascorso. Non esiste nessun tono provvidenzialistico, per capirci, ma piuttosto il rapporto tra necessità e realtà, tra bisogno e suo soddisfacimento, tra identità e mutamento, tra comunità e individualità. Parole troppo complesse per essere comprese da subito? Non necessariamente. Poiché in questa storia mondiale il trauma che si lega alle cesure della storia si mitiga dinanzi al suo contenuto identitario. Ossia, alla capacità di resilienza che l’ebraismo ha mostrato nel corso del tempo, non rimanendo risucchiato, e quindi neutralizzato, dalle fratture storiche.

Il testo, a tale riguardo, coniuga le date più abituali della storia collettiva «insieme anche ad altre meno scontate e addirittura quasi sconosciute, che permettono di presentare interi squarci della storia ebraica o alcuni suoi momenti significativi». L’opera è quindi articolata in tre parti («Il Tempio e l’Esilio»; «Persecuzioni e radicamento dal Medioevo all’emancipazione»; «Emancipazioni e disastri dal 1791 ai giorni nostri»), suddivise a loro volta in una novantina di macrovoci, che vanno dal 1200 ante era volgare ad oggi. Non si tratta di un repertorio enciclopedico ma della costruzione di un’articolata intelaiatura che cerca di mettere in comunicazione ebrei ed ebraismo con storia globale. Inutile quindi cercare nelle pagine un mero sunto cronologico, al netto del procedimento espositivo che parte dal passato per attivare ai nostri tempi, mentre fondamentale è comprendere l’impegno dei diversi autori nel mettere in relazione la mutevole specificità ebraica – di cui se ne dà resoconto attraverso eventi, personalità, situazioni peculiari – con i tempi di riferimento.

Un’indiscutibile difficoltà, sottolineata da Pierre Savy, è quella di mettere a fuoco, senza equivoci, quale sia il vero soggetto di una biografia collettiva. Parlare di popolo ebraico, di Ebrei (intesi come comunità) e di ebrei (come appartenenti ad una confessione) non è sempre la medesima cosa. Se i termini possono risultare facilmente intercambiabili dal punto di vista del linguaggio di senso comune, su un piano più rigorosamente analitico non può dirsi la medesima cosa.

Poiché è la nozione stessa di popolo, di per sé irrinunciabile, a non riuscire a raccogliere l’estrema eterogeneità delle esperienze ebraiche nel corso di tremila anni di storia. Così come, tuttavia, la loro continuità. «L’esperienza ebraica possiede un contenuto e una certa continuità che consistono […] nel fatto stesso che questo popolo pensa di perdurare – tramite costruzioni culturali, e magari anche miti». Esiste una coscienza di sé che si perpetua nel tempo come anche, secondo Savy, «l’inserimento in una temporalità teologica comune.

Si tratta, prima ancora della storia degli storici, della elezione (divina), della promessa di una terra […], della conquista di questa terra, poi della dispersione e dell’esilio», elementi concatenati nello stabilire una linea di continuità ideale che si rinnova nel tempo, senza per questo consumarsi. Anche per queste ragioni, quindi, il volume si presta a letture tra di loro differenziate, ovvero basate sulla possibilità di scorrere le sue pagine non solo dalla prima all’ultima ma anche in senso opposto, partendo quindi dal presente per meglio ricostruire il significato del passato ebraico.

 

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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