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Hebraica
Tamar Ross: il femminismo ebraico secondo me

La filosofa israeliana si racconta alla M. G. Levin Lecture dell’Università di Bar Ilan

Vorrei mostrarvi come la rivoluzione femminista, forse il più significativo rinnovamento nel mondo occidentale liberale dei tempi moderni, abbia non soltanto trasformato aspetti significativi della vita ebraica” ma anche “sortito importanti effetti sul pensiero ebraico”.

A parlare è Tamar Ross – docente emerito al dipartimento di Filosofia ebraica di Bar Ilan – in occasione della M. G. Levin Lecture, un appuntamento annuale che ha ospitato negli scorsi anni interventi di esponenti di rango internazionale, come Michael Walzer e Rav Jonahatn Sacks.
How does Feminism Change the Study of Jewish Thought? Il perspicuo titolo della conferenza di Ross potrebbe destare perplessità: la vita reale è fuori dalle università e, per quanto il momento speculativo sia importante, i cambiamenti di cui il femminismo è vettore interessano, in primis, i rapporti interpersonali e sociali. Pure, la via indicata da Ross – e da lei stessa percorsa – muove lungo un crinale in cui esistenza concreta e riflessione si richiamano vicendevolmente. In antitesi a qualsiasi impermeabile distinzione tra mondo della contemplazione – dello studio – e mondo dell’azione – dove ci si batte per un miglioramento dello stato di cose – Ross mostra come la personale condizione femminile, e la sua declinazione in femminismo, abbia un impatto determinate nel modo di approcciarsi all’ebraismo, contribuendo così a plasmarne il profilo e a modificarne le concrete forme in cui si declina nel quotidiano. Grande è lo studio perché porta all’azione, ricordando le fonti della Tradizione.

In questo caso è lo studio stesso, nel momento del suo darsi, a mostrarsi azione. Dirimente per poter volgere a tale concezione, è il legame tra femminismo e pensiero post-moderno. Se, sulla scia dell’Illuminismo, il “modernismo” si caratterizza per la rivendicazione dell’universalità del pensiero – tale per cui il proprio oggetto di studio può essere approcciato in modo neutro, senza bias e interessi personali – il pensiero postmoderno riconosce “l’inevitabile parzialità di ogni conoscenza”. Si mette così in luce come il significato di un dato testo non consista solo nel suo contenuto, essendo piuttosto il risultato “dell’interazione tra il materiale che deve essere esaminato” e l’identità di colui che lo esamina, così come della relazione al contesto culturale. Il femminismo può così porre l’accento sul ruolo che il ‘genere’ gioca in questo processo. Certo, ricorda Ross, le femministe contemporanee divergono su diversi assunti e rivendicazioni, tuttavia “tutte concordano nel ritenere che la prospettiva femminista abbia qualcosa di importante da dire per sfidare l’egemone visione maschile della verità”. Anche nell’ebraismo.

Una sfida che prende abbrivio dalla propria condizione concreta per esprimersi nell’ambito intellettuale e, da qui, tornare al reale. Se in una prima fase del femminismo si è trattato di “rimuovere l’invisibilità delle donne”, è gradualmente emersa la necessità di non restituire questa ritrovata visibilità con un “prisma maschile”. Non solo, dunque, modificare ciò che viene rappresentato, ma tentare un vero e proprio cambiamento di prospettiva. La rivoluzione femminista “non ha lasciato indifferente l’ambito del pensiero ebraico, influenzandone anzi drasticamente la maggior parte dei suoi ambiti”. Tuttavia, rivolgendo l’attenzione alla filosofia ebraica, la situazione è “parzialmente differente”. Mirando a una “conoscenza universalmente valida” e guardando “all’umanità nella sua generalità” la filosofia occidentale avrebbe, storicamente, sottostimato le condizioni specifiche – come genere o religione – proprie al soggetto. Sarebbe proprio l’universale astratto, sovente fiore all’occhiello della speculazione, ad aver fatto da ostacolo all’irrompere di una riflessione, come quella femminista, che non solo è consapevole di non essere neutra – parlando a partire da una precisa condizione – ma che fa di questa particolarità la leva per ri-leggere tanto i testi quanto la realtà. È proprio affrontando questo nodo che Ross svilupperà, nel corso degli anni, il proprio originale contributo.

Andiamo, però, con ordine, chiedendoci anzitutto come si sia articolato l’impatto del femminismo nell’ambito del pensiero ebraico. Sulla falsariga di alcune tappe percorse dal femminismo, Tamar Ross distingue tre momenti. In un primo tempo, il femminismo ebraico aveva l’obiettivo di porre in risalto come la condizione femminile, semplicemente, non figurasse quale “tema di preoccupazione” nelle Fonti, essendo queste, nella sostanza, di matrice maschile. Alcune femministe, in una seconda fase, hanno intrapreso un percorso parzialmente diverso, ponendosi in ascolto critico dei testi della Tradizione e facendo emergere alcune “istanze egalitarie”. Tracce – questa l’idea di fondo – di una fase primigenia dell’ebraismo, antecedente la società patriarcale. Approccio “storicista” che si troverà superato da una critica, ancor più radicale, secondo la quale a fare problema sarebbe il fondamento stesso del monoteismo, ora indicato come una “proiezione” di necessità, speranze e paure del genere maschile. Proiezione ingombrante, che avrebbe relegato in ombra le forme tipiche di “spiritualità femminile”. Qualcosa dell’approccio storicista pare, tuttavia, rimanere, se è vero che di queste forme si cerca riscontro in alcuni settori, potenzialmente eterodossi, dello stesso ebraismo. Così, indica Ross, in molte hanno guardato alla tradizione mistica medievale, dove la corporeità e il femminile possono trovare maggior spazio. Ancora, la rinnovata attenzione a filosofi come Buber, Levinas ed Heschel potrebbe riflettere l’emergere di un paradigma maggiormente prossimo all’”etica femminile della cura”. Una sorta di “revisionismo soft”, dunque, che si fa ancora più accentuato in chi, come emerso nell’alveo del movimento Reform, vede nella centralità dell’Halakhà un paradigma “maschile” di religiosità.

Non è questa, tuttavia, la posizione di Ross. Non perché la filosofa sia meno radicale. Quanto, piuttosto, perché la sua radicalità è tale nella misura in cui si muove all’interno del perimetro della Tradizione e, nello specifico, della cosiddetta Modern Ortodoxy. In quei settori del popolo ebraico, dunque, che pur rispettando il tradizionale vincolo normativo alla Torah scritta e orale, si relazionano a pari titolo con la società moderna, prendendovi attivamente parte. Ross parla in prima persona, a partire dalla propria esperienza. Immigrata adolescente in Israele, la scelta di studi nell’ambito della filosofia ebraica fu “in larga parte determinata dal mio essere donna”. Non si trattava – continua – di un’esigenza “meramente accademica”, ma di un interesse “spirituale”, onde rendere intelligibile un’identità ricevuta per nascita ed educazione e comprenderne il rapporto coi valori della società secolare. Fu l’incontro con il pensiero di Rav Kook a determinarne l’indirizzo. Contrariamente al paradigma di “storia delle idee”, allora egemone in ambito accademico, e che ambiva a una descrizione “neutra” della storia e dei concetti dell’ebraismo, Rav Kook permetteva di porre in primo piano l’importanza dell’azione, della concreta condizione storica – collettiva, certo, ma necessariamente anche personale – nel permanente sviluppo dell’ebraismo. È insomma con lo sguardo a Rav Kook che sarà possibile, per la filosofa israeliana, declinare ebraicamente la consapevolezza, propria al pensiero post-moderno, dell’ineludibile ruolo che le nostre identità e condizioni di vita svolgono nell’orientare conoscenza e prassi.
La posizione di Ross nel dibattito sui rapporti tra genere ed ebraismo si delinea a partire da qui, riprendendo alcuni elementi più radicali della critica femminista ma, contrariamente ad alcuni esiti di questa, delineando una proposta che si vuole non solo congrua al monoteismo ma anche alla Tradizione. La critica: ciò che il connubio di femminismo e pensiero post-moderno mette in luce è l’inevitabile parzialità di ogni messaggio, orale o scritto, prodotto dall’uomo. Il femminismo verrebbe in tal modo a mettere in discussione la nozione stessa di testo rivelato. Se, infatti, la visione dell’uomo e della società veicolata dalla Torah è il riflesso di un ordine sociale patriarcale, ne risulta la difficoltà a confermarne la fonte trascendente che, per sua ‘essenza’, non può essere vincolata a un angolo di visione limitato nel tempo e nello spazio. Nella misura in cui lo stesso linguaggio è forgiato da un dato contesto culturale, “può qualsiasi messaggio, che rivendica lo statuto di rivelazione, esser tale”? Una risposta, viene, come si diceva, dal riferimento a Rav Kook: è guardando a questi, nota la filosofa, che ho delineato “l’approccio che chiamo cumulativo”, che mira a mantenere tanto la consapevolezza del bias (all’occorrenza, quello del genere), della parzialità, di ogni messaggio, quanto la fonte trascendente della Torah. Approccio “cumulativo” che vede come suo presupposto il superamento della “rigida dicotomia tra messaggio divino” e il processo umano di comprensione, interpretazione, mediazione. Indicando un assunto della Tradizione, se il Patto [tra il popolo ebraico e il Nome] mantiene il proprio messaggio “in ogni generazione” la rivelazione è allora “un processo in fieri, che mostra il suo significato ultimo solo attraverso il tempo”. Il contributo del femminismo all’ebraismo si inserisce in questo quadro. Nel momento in cui nelle comunità – continua Ross, sempre con riferimento alla corrente Modern Orthodox – si afferma una critica e una pratica femminista, il messaggio della Torah – senza perdere in nulla delle sue componenti originarie di tipo patriarcale– sarà mediato da questa nuova realtà, ricevendo nuovo senso e luce. La prassi e la condizione di vita di un frammento consistente del popolo ebraico, dunque, non può non avere un impatto sulla comprensione della Torah. Questo il portato ultimo, sembra di poter dire, del fecondo incontro tra l’eredità di Rav Kook, post-modernismo e femminismo nell’esperienza che si fa pensiero di Ross.

Cosimo Nicolini Coen
collaboratore

Cosimo Nicolini Coen ha studiato alla Statale di Milano, dove si è laureato in Ermeneutica filosofica e Filosofia del diritto, e all’Università Jean Moulin III, a Lione;  attualmente è dottorando a Bar Ilan. Ha pubblicato il libro Il segno è l’uomo per Durango Edizioni.

 


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