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Femminismo e uguaglianza di genere nell’ebraismo

Donne che parlano di donne prestando attenzione ai problemi femminili e assumendo un punto di vista femminile sulle cose…

“L’Antico Testamento non è terreno per sessuofobi. Inizia con un uomo e una donna tutti nudi che si intrattengono in un giardino con un serpente, roba che neanche negli show di Cicciolina, e poi giù di omicidi, stragi, incesti, stupri e molestie sessuali assortite. Se i fanciulli sapessero che l’Antico Testamento, al netto delle pecore, è un Game of Thrones molto più sanguinario, l’ora di religione diventerebbe la più gettonata della settimana”. Comincia così il nuovo libro di Lia Celi, Quella sporca donnina (Utet), dodici storie di prostitute famose per raccontare che “nemmeno il mestiere più antico e deprecato del mondo ha mai potuto umiliare la forza delle donne”. E la prima storia è proprio una storia della Torah, quella di Rahab. “Se c’è un contesto in cui non possiamo aspettarci di trovare la parità di genere, è l’Antico Testamento. Il patriarcato è stato brevettato lì (…).  Patriarcale sì, il contesto biblico, ma non sessuofobico”. E spiega perché: “per mettere in guardia gli israeliti dalle prostitute, ne descrive nei dettagli le attrattive: le loro labbra stillano miele, le loro parole sono più carezzevoli dell’olio, sono sempre agghindate, profumate e seducenti. La narrazione delle gesta erotiche delle sorelle Ohola e Oholibah, che abbordano in topless maschioni egiziani dai membri faraonici e dalle eiaculazioni pirotecniche, è un vero e proprio spot a luci rosse firmato Ezechiele (23, 20-21)”. La penna ironica e scanzonata di Celi poi tratteggia la storia di Rahab per arrivare alla domanda delle domande: perché ebraismo e cristianesimo che nei loro testi sacri ammettono di dovere tanto a una prostituta, sono le religioni più bacchettone e proibizioniste del mondo?

A proposito di Eva, per riprendere il discorso di Lia Celi dall’inizio, non si è mai finito di interpretare, spiegare e criticarne la storia. A cominciare dalla sua nascita, che potrebbe sancirne la posizione subalterna per Dna. Non sono la costola di nessuno è un libro uscito di recente a cura di Paola Cavallari (Gabrielli editore), che raccoglie una serie di saggi sul peccato di Eva. E Lidia Maggi, pastore valdese, fa una disamina molto approfondita della genesi della figura femminile nel saggio Il fianco sfiancante. E il gioco si fa serio. “Quello che le nostre Bibbie traducono con uomo, dovrebbe essere tradotto con terrestre”, spiega Maggi, dunque una creatura tratta dalla terra come poi la donna sarà tratta dal terrestre. Le due creature potranno allora camminare fianco a fianco nella piena corrispondenza reciproca. Ecco, secondo Maggi una simmetria di relazioni tra “terra-terrestre e terrestre-donna avrebbe dovuto impedire di interpretare come subordinato lo status femminile rispetto a quello maschile”. Non solo. La distinzione di genere è successiva alla loro creazione: il terrestre diventa maschio solo quando la donna sarà condotta al suo cospetto. Ma in quel momento le da un nome, Eva, sottraendola all’alterità: perde il mistero. D’altra parte, il terrestre si rivolge a Dio o a se stesso cantando di felicità per la presenza di lei perché è completamento di quella parte di sé che gli era stata sottratta. Allora, si chiede Maggi, come può vivere il desiderio se ridotto a semplice restituzione? E ancora, “è desiderio se la mancanza non suscita ricerca ma appropriazione?” Il terrestre si appropria dell’altra e il mito svela quanto sia scadente un desiderio ridotto a mero possesso. Che si reifica attraverso il nominare: “L’uomo le da un nome”, spiega Maggi, “e il nome che la donna riceve è funzionale alla sua relazione con l’uomo: nome che annulla l’alterità per ricondurla a sé”.  In effetti, seguendo il ragionamento di Lidia Maggi, anche Eva commette lo stesso gesto. Accanto a lei c’è l’uomo pronto a condividere, benché passivamente, il frutto rubato, uomo silente a sua volta, ma corresponsabile della disubbidienza. I fatti poi precipitano come sappiamo, e nulla resta come prima. Uomo e donna si determinano nella differenza, instaurando però una relazione di rivalità (ribaltata solo nel Cantico dei Cantici).   Leggi anche: l’amore ai tempi del Cantico dei Cantici, l’amore ai tempi di oggi

Bene, Adamo ed Eva sono un archetipo, presente da sempre in ogni coppia. L’augurio, anzi, l’invito di Maggi, a conclusione del suo saggio, è quello di leggere, leggere, leggere. Per capire, interpretare, spiegare. E per riprendersi, in quanto donne, un ruolo di parità che metta a tacere ogni storia di inferiorità.  Ecco, Lia Celi e Lidia Maggi: due mondi, certo, due sguardi decisamente diversi. Ma nel considerare la donna, il suo ruolo nel mondo, una volta di più ammutolito da banali sopraffazioni, pongono questioni ancestrali, costitutive della nostra visione del mondo: chi è Eva? Chi sono le donne della Bibbia (o delle Bibbie)? In quei Libri dei libri si teme la sessualità o piuttosto il genere femminile? Si teme l’uguaglianza o l’incapacità di gestire la differenza? Attualmente, concentrandoci sul presente, occorre considerare la questione di genere. Alla domanda su quale sia il ruolo della donna nell’ebraismo si aprono scenari molteplici, almeno pari al numero di ebraismi possibili.

Miriam Camerini, drammaturga attrice e studentessa alla scuola di rabbinato ortodosso di rav Herzl Hefter a Gerusalemme, risponde proprio con queste parole: “Non esiste un ruolo della donna nell’ebraismo, esiste una miriade di ebraismi, fatti di tradizioni particolari in cui si inserisce la considerazione della donna, frutto di secoli di storia. Lo si vede anche dai testi di Alakhah; ci sono indicazioni su come vivevano le donne nel 1600 in Polonia, nel 1400 in Spagna…”. Dunque, la storia modella la condizione femminile, plasmandola sugli stili di vita di ogni epoca. A ben vedere è un serpente che si morde la coda, una di quelle questioni che hanno un’assonanza con la domanda: è nato prima l’uovo o la gallina? La Torah è una guida e la contemporaneità dialoga continuamente con le sue parole, grazie al lavoro di interpretazione dei rabbini, dalla Minshnà in poi.

Diane Cohen, rabbina a Santa Monica, propone un contrasto sostanziale tra la Torah e le sue interpretazioni successive: stando al testo biblico, sottolinea Cohen, uomo e donna sono stati creati a immagine divina. E allora, si chiede, se tutti, uomini e donne, siamo creati a immagine divina, come potrebbero i nostri ruoli essere così diversi? La sua risposta sta nel lavoro dei rabbini sin dal Talmud e, poi, nei fondamentalismi: “Credo che meno una comunità è fondamentalista, più è aperta alle donne, è aperta a credere in loro e nelle loro crescita (a Dio piacendo). Donne che diventano giudici, capi di governo, rettori delle università. E sì, anche rabbini e cantori…”. Di quei tanti ebraismi in effetti è sempre difficile rendere conto, cercare di spiegare e soprattutto rappresentare. La serie Netflix Unorthodox per esempio si muove lungo riprese strette sulla comunità di Setmar, e la domanda che gli spettatori ebrei si sono fatti spesso è se il pubblico non ebreo sia in grado di capire che quello non è l’ebraismo, ma solo una sua particolare declinazione. Lo stesso accade con la declinazione femminile dell’ebraismo.

Femminile o femminista? Parola, quest’ultima, ormai svuotata di significato rispetto a quello che aveva negli anni 70, spesso usata in maniera spregiativa o come qualcosa da cui è bene tenere le distanze (“Non sono femminista, ma…”) conserva però un obiettivo interessante: mettersi dalla parte delle donne. Così la rabbina francese Delphine Horvilleur si definisce femminista, le giornaliste americane di Lilith si dichiarano fermamente femministe e legate all’ebraismo ortodosso. Femminista nel senso di “avere una attenzione ai problemi femminili, cioè di assumere un punto di vista femminile sulle cose”, spiega Camerini, “o meglio, è femminismo prestare attenzione alle questioni di genere. Però attenzione: l’idea dell’uguaglianza tra donne e uomini è superata. Ora si parla di pari dignità, di uguaglianza valoriale, ma nella diversità. Cioè, si combatte per un ruolo pienamente femminile, per poter essere se stesse a pieno diritto”.
La svolta individualista è parte della nostra epoca, ma in più in ambito ortodosso, secondo Camerini, non c’è interesse all’uguaglianza nemmeno da parte delle donna, che vuole avere pari dignità, ma in ambiti e con funzioni precise e distinte dall’uomo. Le fa eco Sira Fatucci, responsabile memoria della Shoah e Giornata europea della cultura ebraica per UCEI e studiosa delle questioni femminili nell’ebraismo, che nega la possibilità di un’uguaglianza di genere, ma invita invece le donne ad appropriarsi dei ruoli importanti consentiti nell’ortodossia. “Sia nel mondo ebraico che conosciamo sia in quello ortodosso, le donne possono fare minian per conto loro. Circa 20 anni fa studiavo molto le cose ebraiche e l’halakhah e ho scoperto che si poteva uscire dalla mitzwà con letture della megillà di Ester al femminile, così ho dato vita a un minian di donne, con il benestare di rav Di Segni. Da allora è diventata una tradizione (a parte quest’anno, a causa del covid-19). Ecco, lo studio dunque può essere un modo per riappropriarsi di un ruolo importante e permesso al femminile”. Oltreoceano la situazione è diversa, i gruppi di preghiera al femminile sono ormai numerosi e le comunità reform guidate da donne in aumento. Jana De Benedetti è la prima donna rabbino della Louisiana. “Sono cresciuta in un contesto di tradizionale osservanza ortodossa”, racconta De Benedetti, “Fin dalla quarta elementare, il mio desiderio era diventare rabbino (anche se nessuna donna lo era mai stata prima). A 15 anni ho frequentato un campo estivo dove per me ed altre donne era possibile indossare tefillin, kippah e tallit. L’anno precedente al mio Bat Mitzvah, il primo rabbino donna è stata ordinata nel Reform Movement. Quando mi sono laureata in studi giudaici, la Reform Rabbinic School aveva lo stesso numero di studenti e studentesse. Pochi anni dopo, non c’erano quasi più uomini che studiavano per diventare rabbini o cantori”.   Leggi anche: Cosa significa per una donna diventare rabbino
Ma non basta. Il mondo reform americano è, stando al suo racconto, essenzialmente egualitario: “Non ci sono ruoli svolti da uomini che non possano essere svolti anche dalle donne. Quando ero alle elementari, c’era un dress code per la scuola pubblica. Noi bambine dovevamo indossare gonne e questo mi faceva pensare che avremmo dovuto tutti indossare i pantaloni. Questo forse fa di me una femminista, ma per me una femminista è una persona che deve lottare per raggiungere l’uguaglianza. Ecco, io non combatto. Sono stata la prima donna rabbino in Louisiana, ma solo facendo quello che amo. Sono molto benvoluta nella mia congregazione e rispettata nelle comunità interreligiosa. Penso a me stessa come a una persona che rispetta le tradizioni, a volte con modalità non tradizionali”. E non tradizionale è anche la visione di Diane Cohen che alla domanda se sia d’accordo nel considerare lo status della donna altro rispetto a quello maschile, risponde: “Il punto è questo: chi decide a chi spetta un determinato ruolo? Come può qualcuno, a parte me, decidere chi sono nel profondo? Come si può pretendere di assegnarmi un posto nella società in base al mio genere, indipendentemente dal talento e dalla capacità che possiedo? Solo Dio ed io sappiamo chi sono. A volte, penso che solo Dio lo sappia”. Stesso sguardo è quello che pone sul ruolo classico della donna preposta al ruolo di educatrice nel crescere i figli e nel consentire alla famiglia di condurre una vita ebraica: “Credo che il mondo contemporaneo si sia lasciato questa opinione alle spalle. Non è più solo la donna a fare da genitore. Fortunato è il bambino che ha due genitori impegnati e coinvolti, che si occupano dei giochi, dell’apprendimento e della disciplina. Una casa sana è quella in cui la madre non dice: “aspetta che arrivi tuo padre”. È bello quando un padre mostra interesse per le sue figlie quanto per i suoi figli e si assicura che tutti i suoi figli siano educati in modo ebraico, mostrando tanto orgoglio per la partecipazione delle sue figlie al bat mitzvah quanto per quella dei suoi figli al bar mitzvah. Questa è la realtà di oggi”.
Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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