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Cultura
Il Teatro Arcobaleno della Galilea, un modello di pace e dialogo

Compie 20 anni il gruppo teatrale della Galilea, composto di ebrei, musulmani, cristiani, drusi e circassi, religiosi e laici

Quest’anno il Teatro Arcobaleno compie 20 anni. Non solo 20 anni di attività teatrale, ma soprattutto di iniziative dedicate alla pratica della convivenza tra arabi ed ebrei. L’attività di questa scuola di teatro, infatti, ha inizio nel 2001 a Kerem Ben Zimra, nelle colline della Galilea, area dove, da sempre, vivono una accanto all’altra le due comunità.
Nel 2001, quando scoppia la seconda Intifada, il gruppo teatrale originario, composto solo dalla parte ebraica, viene invitato in Italia nel corso di un progetto per portare in viaggio ragazzi israeliani colpiti dal terrorismo. Ma al ritorno, la fondatrice Angelica Edna Calò, membro del Kibbutz Sasa – a pochi chilometri dal teatro – e docente di performance art al Teh Hai College di Kiriat Shmone – sempre in Galilea – capisce immediatamente la necessità di fondare un teatro comunitario, in modo da coinvolgere i ragazzi arabi della zona, proprio nel periodo in cui gli attentati terroristici erano in corso in tutto il Paese: “Era necessario creare integrazione immediatamente, nel pieno del conflitto, perché il dialogo è il miglior l’antidoto contro la violenza, attraverso la conoscenza reciproca. La Galilea è un teatro naturale di storie, leggende e drammi tra differenti culture, tradizioni e religioni. Da questa splendida dissonanza – racconta Calò – nasce l’incontro di ragazzi e ragazze diversi per lingua e mentalità, ma vicini nei cuori, tutti desiderosi di mettersi in gioco, di collaborare e portare un messaggio di speranza al resto del mondo.

I protagonisti principali del Teatro Arcobaleno sono, infatti, un manifesto vivente del multiculturalismo della Galilea: città e villaggi, kibbutzim e moshavim, ebrei ed arabi, cristiani e musulmani, drusi e circassi, religiosi e laici. Nel 2004, grazie al premio ricevuto dal Sacro Convento di Assisi, sempre Calò, assieme all’amica palestinese Samar Sahhar – con cui ha cominciato a collaborare proprio durante gli anni dell’Intifada – affianco al teatro costituisce Beresheet LaShalom, fondazione che ha permesso di allargare i confini del palcoscenico con lo scopo di formare una leadership giovanile, tramite lo studio delle arti, dell’educazione ai valori umani, della mediazione e della negoziazione. Questo grazie allo sviluppo di rapporti di convivenza tra abitanti di diverse culture, religioni e provenienze, che conoscendosi l’uno con l’altro consolidano al tempo stesso la propria identità personale, studiando le origini del proprio popolo per poter apprezzare la differenza come ricchezza: “Negli anni – continua Calò – questo ci ha permesso anche di uscire dai confini di Israele, portando la nostra compagnia all’estero come esempio di convivenza, attraverso workshop e spettacoli dall’esperienza formativa. Non c’è niente come il palco per superare barriere sia fisiche che mentali. Persino durante la pandemia, tramite la piattaforma zoom, siamo riusciti a continuare le nostre attività online che ci hanno unito come non mai”.
Tanto che il 4 settembre porteranno al Teatro Zvavta di Tel Aviv, nel corso del Festival Kol Kore (“Tutto può succedere”) l’opera “Beresheet – In principio”, una pièce pedagogica che grazie al linguaggio del teatro-danza esprime il desiderio profondo di pace e armonia, insito nel cuore di tutti coloro che hanno partecipato a questo ambizioso progetto: “Tornare in Italia con il nostro spettacolo – conclude Calò – sarebbe un sogno che diventa realtà“.

Fiammetta Martegani
collaboratrice

Curatrice presso il Museo Eretz Israel, nasce a Milano nel 1981 e dal 2009 si trasferisce a Tel Aviv per un Dottorato in Antropologia a cui segue un Postdottorato e nel 2016 la nascita di Enrico: 50% italiano, 50% israeliano, come il suo compagno Udi. Collaboratrice dal 2019 per l’Avvenire, ha pubblicato nel 2015 il suo primo romanzo “Life on Mars” (Tiqqun) e nel 2017 “The Israeli Defence Forces’ Representation in Israeli Cinema” (Cambridge Scholars Publishing).


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