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“Tehran”: una serie, una spy-story, un progetto politico

La recensione dell’attesa serie appena arrivata su Apple Tv

Devo ammetterlo, quando ho iniziato a guardare Tehran su Apple TV, con aspettative altissime – forse troppo alte –  le prime puntate della serie non mi avevano emozionato granché. Era scattato l’inevitabile confronto con Fauda e credo che come me il paragone l’abbiano fatto in tanti. Anche lì si parla di spionaggio, il nemico però è Hamas e il leading character è il carismatico Doron Kabilio (Lior Raz), ufficiale di un commando di forze speciali a cui ne succedono di tutti i colori: sbaglia, uccide, si innamora di una donna araba, perde il padre barbaramente assassinato. In Tehran invece il personaggio principale è Tamar Rabinyan (Niv Sultan, dai bellissimi occhi da cerbiatta), una spia informatica che entra in Iran scambiando identità con una hostess e che non riesce a tornare indietro in Israele una volta che la missione fallisce. Il ritmo della serie inizia in sordina, è più lento, meno incentrato sull’azione, e Tamar non è Doron. Anche lei non è perfetta, però non ha lo stesso tono muscolare, né fisico né psicologico: è esile, spaurita, sembra la ragazza della porta accanto, la tipica compagna dell’università con i suoi jeans, il computer portatile e lo zainetto sulle spalle. In comune i due invece hanno un’altra caratteristica voluta dallo script: entrambi condividono qualcosa di intimo e personale con il loro nemico in termini genetici. Doron è un ebreo di origini arabe e Tamar un’iraniana la cui famiglia è fuggita in Israele.
A Teheran è rimasta solo la zia che si è convertita e sposata a un musulmano ben inserito nella società islamica. Quando Tamar in fuga si rifugerà da lei, il fantasma della patria perduta si risveglierà in modo conflittuale e la donna ammetterà con la nipote che se gli ebrei iraniani hanno un occhio a Teheran e uno a Gerusalemme, beh, lei ha deciso di chiudere quello che guarda la Terra Santa, anche se la negazione comporta un dolore atroce, taciuto, che non è possibile condividere né con il marito né con la figlia che per ironia della sorta è un’attivista della Jihad. Quindi Tamar, puntata dopo puntata, si ritroverà ad affrontare la sua doppia identità, a confrontarsi con il paese che i suoi hanno dovuto lasciare e in cui ora lei è costretta a restare incastrata. Della sua vita privata, del suo prima non sappiamo molto, ma in qualche modo non importa. E’ una qualunque, la sentiamo vicina. E’ una spia come noi. Forse non ha il fascino di una Nikita o di una Carrie Mathison, la star di Homeland, ma questo suo essere una ragazza israeliana normale, dal profilo basso, fa sì che scatti una sorta di identificazione immediata nello spettatore, una tenerezza che ci fa sempre stare con il cuore in mano e il respiro sospeso, come se si trattasse di una parente, di un’amica nei guai: riuscirà a scappare, le faranno del male, la tradiranno? 
La serie poi ha un altro grande, innegabile merito. Quello di raccontare l’Iran cercando di mantenere obiettività, senza demonizzarlo. Anche i personaggi cattivi non lo sono mai completamente,  primo tra tutti il capo della polizia segreta, Faraz Kamali (un eccellente Shaun Toub) che sa essere spietato con i sospettati durante i suoi interrogatori e un attimo dopo scambiare tenerezze al telefono con la moglie malata. In questo senso, il principio è lo stesso di Fauda. Certo, i buoni sono gli israeliani, su questo non si discute; ma anche i terroristi hanno famiglie a cui vogliono tornare, sentimenti feriti, passioni e dubbi. Tehran è una serie che arriva al momento giusto, quello degli accordi di Abraham, che da una parte rimescolano le carte nel gioco delle alleanze, dall’altra intensificano l’ansia che l’Iran diventi il paladino potente della causa palestinese, di cui i paesi arabi sembrano non volersi più occupare. E’ il grande avversario che potrebbe sganciare l’atomica, un’entità minacciosa e astratta che entra nei sogni trasformandoli in incubi, che avvelena il quotidiano. Il pregio di Tehran è proprio di aprire una finestra su questo mondo sconosciuto, su un paese di cui non solo gli spettatori israeliani ma anche noi sappiamo ben poco. In fondo, anche in termini cinematografici o di fiction, chi sono i narratori moderni della società iraniana? Forse il più noto è lo scomparso Abbas Kiarastami, ma quanto le sue opere erano e sono davvero conosciute al grande pubblico?
La serie ci mostra una metropoli moderna  – anche se è stata girata a Atene – una città lontana dal cliché lugubre del nostro immaginario, in cui sono presenti varie realtà culturali e una complessa atmosfera politica. Ci sono i dissidenti come MIlad con il quale Tamar ha una storia, i giovani che vogliono cambiare le cose. Ci sono gli ebrei costretti a convertirsi. Ci sono quelli che sono stanchi, disgustati dal regime ma non lo dicono apertamente, limitandosi a volgere altrove lo sguardo quando qualcuno viene impiccato ma magari danno una mano quando capita l’occasione. Inoltre, i dialoghi sono recitati in due lingue, persiano ed ebraico, gli attori spesso sono veri iraniani in esilio e questo aumenta il valore dell’operazione facendola diventare non solo una bella spy-story ma anche un progetto “politico”, con una sua etica e un messaggio preciso: che il nemico non è un mostro, va conosciuto e capito (un concetto non così scontato dato che, insieme alle lodi, si sono sollevate molte critiche e accuse di favoreggiamento, addirittura di nuocere alla causa di Israele). Che si deve continuare ad avere fiducia nelle singole persone, anche quando sarebbe facile racchiuderle in stereotipi minacciosi, generati dal panico e dal sospetto. 
Laura Forti
collaboratrice
Laura Forti è una delle drammaturghe italiane più rappresentate all’estero. I suoi testi sono stati tradotti e messi in scena in molti paesi e pubblicati in Germania e Francia. All’attività di scrittrice affianca quella di docente, insegnando scrittura teatrale e creative writing. Collabora come giornalista con radio e riviste nazionali e internazionali. In ambito editoriale, ha tradotto per Einaudi I cannibali e Mein Kampf di George Tabori. Nel 2019 è uscito per Giuntina il suo romanzo “L’Acrobata” e, alla fine del 2020, il successivo, “Forse mi padre”, edito dallo stesso editore.

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