L'agenda di Joi
Hebraica Nizozot/Scintille
Tesha be-Av e la folle idea del Terzo Tempio

Tra sogni proibiti e fatti che hanno cambiato la storia del mondo. E (forse) continuano a cambiarla

Su tesha be-Av (quest’anno il 30 luglio), giorno di lutto per la duplice distruzione del Tempio (e per gli eventi tragici che ne sono derivati al popolo ebraico in esilio), c’è molto da pensare. Nel calendario ebraico è un pungolo teologico-politico che dal 70 e.v. – vale a dire da quasi due millenni – non smette di ‘pro-vocare’, in senso etimologico: chiama ed esorta ‘in avanti’, fa guardare oltre, spinge a pre-vedere ciò che verrà. E’ giorno di digiuno serio, secondo soltanto a Yom Kippur, ma è anche giorno di profezia. Non dice forse la tradizione rabbinica che il messia nascerà a tesha be-Av?
Leggiamo nel Talmud babilonese, trattato Makkot 24a-b, di quattro maestri, i maggiori della loro generazione – Rabban Gamliel, Rabbi Elazar ben Azaryà, Rabbi Yehoshua e Rabbi Aqivà – che, salendo a Gerusalemme, contemplarono dall’har ha-tzofim [il monte Scopus] le rovine del Bet ha-miqdash (il Tempio, che era stato l’incontrovertibile testimonianza della Presenza divina in mezzo a Israele) e videro persino una volpe che si aggirava tra quelle sacre rovine (la volpe è qui un rimando intertestuale, che fa eco a Eichà 5,18, la meghillà delle lamentazioni, che si suole leggere nelle sinagoghe al buio, seduti a terra). I quattro, dice il Talmud, fecero quel che prescrive l’halakhà: si strapparono i vestiti in segno di lutto; ma mentre i primi tre maestri piangevano, rabbi Aqivà al contrario rideva (metsacheq). Sollecitato a spiegare il suo riso, apparentemente irriverente nei confronti del lutto collettivo, questi rispose citando Isaia e Zaccaria, e ragionando sui fatti: come si era realizzata la profezia della ricostruzione del tempio distrutto dai babilonesi (nel 586 a.e.v.), così si sarebbe realizzata anche la profezia della ricostruzione del tempio distrutto dai romani (nel 70 e.v.); in previsione di ciò si rallegrava. Al che, i tre compagni hanno esclamato: “Aqivà, tu ci consoli, tu ci consoli!”. Morale: nella distruzione è possibile vedere, come fece Rabbi Aqivà in spirito di profezia, anche la redenzione; allo stesso modo hanno da sempre interpretato la storia i maestri di Israele, spingendosi al punto, come accennato, di vedere nel giorno di tesha be-Av il natale del re-messia (o della regina-messia, se sarà donna) che riporterà a casa, in eretz Israel, gli esiliati e ricostruirà il Tempio, il terzo. Persino quel minimalista di Maimonide – minimalista in fatto di profezie, messianismo e miracoli – non si discosta su questo punto dalla tradizione.

Ma fino ad oggi la profezia-consolazione di Rabbi Aqivà non si è realizzata. Israele non ha ancora assistito alla ricostruzione del Tempio distrutto e tesha be-Av è ancora soltanto giorno di lutto, sebbene le volpi, vere o metaforiche, non si aggirino più sull’har ha-bait perché vi stata costruita una bella moschea. Da qui alle domande: “fino a quando? vi sarà mai un terzo Tempio per Israele?” il passo è breve. Ecco il tabù, ovvero la questione su cui non si può (non si deve?) parlare o ragionare, come se il divieto halakhico per gli ebrei di salire oggi sull’har ha-bait si estendesse ai discorsi, ai pensieri, alle speranze. Ma speranze, pensieri e discorsi non rientrano nei quattro cubiti di halakhà, la quale si occupa delle azioni degli esseri umani e non delle loro idee o aspirazioni, si occupa della storia e non dell’era messianica. Quel tabù, beninteso, è più che giustificato, al di là dell’halakhà. Tutti sappiamo cosa siano le ragioni legali (il diritto internazionale è cosa seria) e il contesto geo-politico (con i rischi di una conflagrazione della regione) nel quale vive da oltre settant’anni lo stato di Israele, che è uno stato nazionale e non il Regno messianico, ecc. ecc. Inoltre, da una prospettiva prettamente religiosa i veri ostacoli non sono giuridici o geo-politici ma soprattutto teologico-halakhici. Dov’è il/la messia, anzitutto? Dov’è la vacca rossa le cui ceneri devono purificare popolo e sacerdoti? E dov’è il kohen gadol che deve dirigire i lavori dei kohanim purificati? A che scopo riattivare i sacrifici animali due volte al giorno, allorché proprio Maimonide – uno dei maggiori codificatori kalakhici di tutti i tempi – ci ha spiegato come quei sacrifici non fossero che ‘concessioni divine’ a un popolo ancora incapace di staccarsi completamente da metodi idolatrici, appunto i sacrifici animali, per servire Iddio benedetto? Non leggiamo nei profeti e non insegnano i maestri che opere di giustizia e tefillà (il culto del cuore) sono superiori a ogni versamento di sangue animale? Che se ne farebbe oggi il popolo ebraico di un terzo Tempio?

Eppure è impossibile espungere la memoria del Tempio dalla vita ebraica e le leggi sui sacrifici sono Torà me-Sinai. Vi sono frammenti di tesha be-Av sparsi ovunque nel giudaismo: nell’Amidà (la preghiera quotidiana), nella birkhat ha-mazon (il rigraziamento sul pasto), nel rito del matrimonio, sulle pareti delle case ebraiche… La stessa preghiera è sempre rivolta verso misrach, oriente, se ci si trova a occidente; ma è rivolta verso ma’arav, occidente, se ci si trova a oriente rispetto alla terra di Israele, perché il centro cui ci si ‘orienta’ nella preghiera non è un vago oriente, ma il Tempio, punto focale della spiritualità ebraica, onfalos simbolico del mondo (in ebraico tabbur ha-arez), vero Maqom/Luogo in cui terra e cielo si toccano. Gerusalemme e il Tempio sono inscindibili, costituiscono una storia sola ma anche un’unica metafisica ebraica, dalla quale dipendono sia il senso sia il destino del popolo di Israele. Chiamatela tradizione, o fede, o più laicamente mito, il valore ebraico di quest’endiadi non muta. Come vietarsi, allora, di sognare il terzo Tempio, se continuiamo a evocarlo e a celebrarlo quotidianamente come centro ideale delle nostre vite? Di tutti i paradossi del giudaismo, questo non è certo il minore. Possiamo giudicare il sogno – magari a ‘ragion storica’ veduta – provocatorio o utopico o surreale, o semplicemente folle e foriero di scontri apocalittici, non per questo il paradosso, con l’idealità che lo ispira, viene meno.
Se cercassimo di leggere il tutto da una prospettiva di lunga durata, dovremmo dire che i fatti di cui a tesha be-Av si coltiva memoria religiosa hanno cambiato non solo la storia del popolo ebraico, ma anche la storia del mondo: secondo molti studiosi autorevolissimi (tra cui Jacob Neusner, talmudista ‘alternativo’ rispetto alla scuola oggi maggioritaria, quella di rav Adin Steinsaltz), sia il rabbinismo sia il cristianesimo delle origini sono entrambi ‘risposte’ alla distruzione del Tempio del 70 e.v. (ma non è qui il momento di spiegare come, sotto molti riguardi, abbiano ragione).

Chiuderò i miei pensieri pro-vocatori su tesha be-Av con una delle massime più affascinanti, leggermente oracolare, della letteratura ebraica antica, attribuita a Jochanan ben Zakkaj, colui che, mentre il secondo Tempio bruciava per mano dei romani, preferì fondare il bet ha-midrash di Yavne salvando – cioè riformando – così il giudaismo: “Se hai un albero tra le mani e qualcuno ti dice: ‘Ecco, il messia sta venendo’, finisci prima di piantare il tuo albero, poi esci ad incontrarlo. E se i giovani ti dicono: ‘Saliamo a ricostruire il Tempio’, non prestare loro ascolto; ma se gli anziani ti dicono: ‘Andiamo a distruggere il Tempio’, ascoltali! La costruzione dei giovani è distruzione e la distruzione degli anziani è costruzione, e una prova di ciò è Roboamo figlio di Salomone” (Avot de-rabbi Nathan, B, 31).
(PS. Si rifletta su quel che sta accadendo in Turchia e il cambio d’uso di Santa Sofia: da chiesa a moschea, da moschea a museo, e ora da museo di nuovo a moschea… Se il mondo cristiano ortodosso ne rivendicasse l’originaria destinazione, sarebbe un precedente utile per il terzo Tempio?).

Massimo Giuliani
collaboratore

Massimo Giuliani insegna Pensiero ebraico all’università di Trento e Filosofia ebraica nel corso triennale di Studi ebraici dell’Ucei a Roma


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