L'agenda di Joi
Cultura
Tra cosmopolitan e pastrami: ripensando a Carrie Bradshaw e a Mrs Maisel

Attraverso le vicende delle loro protagoniste, The marvelous Mrs Maisel e Sex and the City narrano anche dell’evoluzione dei costumi e delle relazioni sociali. Tra sinagoghe, Jewish deli e principesse viziate

Lo confesso: sono ossessionata da Mrs Maisel. Vi dirò di più: sono ossessionata da Mrs Maisel almeno quanto lo sono stata in passato da Carrie Bradshaw. Se per caso non avete idea di che cosa io stia blaterando, scioglierò subito l’arcano. Mi riferisco a Miriam-Midge Maisel, protagonista dell’omonimo comedy drama targato Amazon e all’eroina dell’ormai mitologica serie Sex and the City, interpretata da Sarah Jessica Parker. Qualora ancora brancoliate nel buio, vi consiglio di colmare al più presto la vostra lacuna. Del resto, non dovrete fare troppa fatica: potrete trovare entrambi gli show sulle principali piattaforme di TV on demand. Lo so, lo so: è ormai tempo di abbandonare telecomando e salotto e di abbracciare a piene mani il tanto sospirato ritorno alla normalità. Prima di farlo, però, vorrei tentare un confronto tra queste due newyorchesi superglamour, senza dubbio tra i personaggi femminili più icastici che le serie televisive abbiano prodotto negli ultimi vent’anni.

Non si tratta, cioè, soltanto di intrattenimento. O dell’esibizione di guardaroba da urlo con colonne sonore straordinarie. Attraverso le vicende delle loro protagoniste, The marvelous Mrs Maisel e Sex and the City narrano anche dell’evoluzione dei costumi e delle relazioni sociali, utilizzando un linguaggio spesso simile, seppur con le dovute peculiarità. La prima, infatti, apre una finestra sugli anni ’50-’60, la seconda, invece, ha traghettato una generazione di giovani donne ‒ e di uomini, perché no? ‒ nel cuore del terzo millennio. Sotto molti aspetti, The marvelous Mrs Maisel racconta la genesi di un processo evolutivo di cui Sex and the City rappresenta la fase posteriore. Attenzione: non finale, ma posteriore. Molte delle difficoltà che Midge deve affrontare si ripresenteranno, infatti, quarant’anni dopo alle ragazze terribili di Sex and the City, soprattutto per quanto riguarda il ruolo della donna all’interno della società e le aspettative a esso legate.

Eppure, se consideriamo gli albori della vicenda di Midge, lei e Carrie Bradshaw non potrebbero essere più incompatibili. L’una devota moglie della buona borghesia ebraica dell’Upper West Side, l’altra affermata giornalista single dell’Upper East Side. Il talento di Midge cova, però, sotto la cenere ed è destinato a esplodere esattamente quando la sua vita sentimentale e familiare va in pezzi. La parola “parlata” diventa per lei lo strumento di affermazione del sé, aprendole il cammino verso la liberazione dagli stereotipi imposti dalla società, prima di tutto dalla sua famiglia d’origine. Non solo: il crollo del suo mondo le fa comprendere l’assurdità della dimensione nella quale ha vissuto fino a quel momento. Anche Carrie utilizza la parola per farsi strada, benché nel suo caso si tratti della parola scritta. Entrambe amano un’espressione ardita, senza veli, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con gli uomini e il sesso. Se tuttavia ciò consente a Carrie Bradshaw di raggiungere la fama, a Miriam la libertà di parola costa spesso la prigione (permettendole però di conquistare la stima del leggendario Lenny Bruce).

Non dimentichiamo poi le diverse forme di socialità femminile. Che cosa sarebbe Carrie senza il suo strepitoso quartetto di amiche? Che cosa sarebbe Midge senza la sua affezionata amica-manager Susie? Anche a questo proposito The marvelous Mrs Maisel descrive un percorso più tortuoso. Nelle prime puntate della serie la sola amica di Midge è la ultra-wasp Imogene, come lei moglie e madre, ma è l’incontro con Susie ‒ perfetta incarnazione dell’outsider, sessuale, identitario e sociale ‒ a decidere il suo destino. Non a caso, mentre Susie la aiuta a costruire una carriera, Midge si allontana dalla bionda Imogene, divenendo lei stessa un’outsider, per lo meno all’interno della sua società di provenienza. L’esempio di Midge sarà però di grande ispirazione per Imogene, che alla fine della terza serie si dedicherà anima e corpo a un’attività temutissima da tutte le madri di buona famiglia dell’Upper West Side: cercarsi un lavoro!

E l’amore? Croce e delizia di qualsiasi eroina romantica, non può mancare nemmeno in queste due serie. In un certo senso Midge e Carrie presentano delle analogie anche nelle loro storie d’amore. Entrambe sono lasciate dagli uomini di cui sono innamorate ‒ rispettivamente Joel e Mr. Big ‒ perché ritenute troppo “impegnative”. Resta memorabile al riguardo un episodio di Sex and the City intitolato Ex and the city, nel corso del quale per spiegare la tormentata relazione tra Carrie e Mr. Big viene chiamato in causa un mito assoluto del cinema hollywoodiano, The way we were di Sidney Pollack. Nel mondo esistono le ragazze semplici e le “ragazze Katie” (da Katie Morosky, il personaggio interpretato nel film da Barbara Streisand,).

Queste ultime sono selvagge, ribelli, indipendenti. Senza dubbio, Midge e Carrie sono esempi perfetti di ragazze Katie, perciò faticano a trovare una metà maschile capace di reggere i loro ritmi. Nonostante le separazioni e le liti, le due coppie non smettono di rincorrersi e, probabilmente, di amarsi. Per Midge e Joel non è ancora stata scritta la parola “fine”, mentre sappiamo che Carrie e Big sono riusciti a coronare il loro sogno d’amore. Forse più per accontentare i fan della serie che per una reale coerenza della trama. Tuttavia, mentre Midge comprende che per una donna della sua generazione intraprendere una carriera artistica implica la rinuncia a una vita familiare stabile, Carrie Bradshaw è più fortunata, benché la dicotomia tra successo e amore non sia del tutto risolta, inseguendo le protagoniste della serie per sei lunghe stagioni.

Veniamo ora a un altro aspetto fondamentale: l’ebraicità. L’identità di Midge/Miriam è evidente. La protagonista, infatti, si muove con disinvoltura tra sinagoghe e Jewish deli, esultando per aver finalmente ottenuto la presenza del rabbino a cena per la fine dello Yom Kippur. Volendo raccontare l’essenza della New York contemporanea, anche Sex and the City non si esime dal rappresentare l’ebraismo in vari episodi, mai però esplicitamente legati alla protagonista. Ciò nonostante, vari studiosi insistono nel voler attribuire al personaggio di Sarah Jessica Parker un qualche grado di appartenenza all’ebraismo. Così, per alcuni Carrie Bradshaw è una rielaborazione 2.0 della pampered princess, la “principessa viziata” ebraica, uno degli stereotipi più ricorrenti nei media statunitensi. Secondo altri, invece, è più plausibile la sua identificazione con una crypto-jew, vale a dire un personaggio non apertamente ebreo, la cui identità è però leggibile “nel suo viso, nelle sue nevrosi e in molto altro”. Questa discussione, però, non mi pare poi così influente: chi, infatti, può dire di non essere un po’ ebreo nella Jewish city per eccellenza? Insomma, il confronto è ricco e avvincente e potrebbe essere sviluppato in numerose direzioni. Oggi mi fermo qui, ma in attesa dell’attesissima quarta stagione di The marvelous Mrs Maisel ‒ la cui data di uscita in Italia non è stata ancora resa nota ‒ mi piace immaginare Midge e Carrie insieme, sedute al tavolo di un caffè da qualche parte verso Midtown, mentre mangiano un sandwich al pastrami e sorseggiano un Cosmopolitan, spettegolando di uomini e dell’ultimo locale alla moda del centro.

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *