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The Unorthodox: parla il regista, Eliran Malka

Abbiamo incontrato a Roma il cineasta israeliano: “Chi è laico si sente obbligato a cambiare continuamente”

Uno dei film più interessanti della quattordicesima edizione del Pitigliani Kolno’a Festival – Ebraismo e Israele nel cinema, in corso a Roma fino al 20 novembre nelle location della Casa del Cinema  e del Pitigliani, è certamente The Unorthodox, (tit. orig. Habilti Rishmeim), scritto e diretto dal giovane cineasta Eliran Malka, nato nel 1980 a Nahariya, una piccola città del Nord di Israele.

Presentato nella sezione “Sguardo sul nuovo cinema israeliano“, il film affronta il tema del “gioco politico”, della coercizione religiosa e pone l’accento sul DNA degli ebrei sefarditi e sulla loro incapacità di integrarsi veramente nella società “occidentale” israeliana.

La storia prende il via quando la figlia di Yakov Cohen viene espulsa da scuola per ragioni etniche , lui decide di reagire. Siamo nel 1983 e Yakov, un tipografo che vive a Gerusalemme, è solo uno come tanti. Non ha le giuste conoscenze nè  il denaro, ma una grande forza di volontà,  che permette sia a lui che agli altri Ebrei sefarditi nelle sue stesse condizioni di alzare la testa.

Yakov chiama a raccolta due amici, e insieme decidono di fondare il primo gruppo politico di Ebrei Sefarditi di Gerusalemme: non i classici tipi in giacca e cravatta, piuttosto quelli che si costruiscono la propria strada con umiltà partendo dal basso, dotati di uno spiccato senso dell’umorismo e di tanta voglia di riscatto.

Il progetto dei tre amici non segue un preciso piano politico, ma il loro amore per il prossimo e la tenacia che li contraddistingue, li porta a realizzare una delle più sorprendenti campagne elettorali che il Paese abbia mai conosciuto.

Il film ha vinto il Premio per la Miglior Regia e quello per la Miglior Sceneggiatura all’ultima edizione dell’Israeli Film Academy. Abbiamo parlato di The Unorthodox e delle sue tematiche con il regista Eliran Malka, che abbiamo incontrato alla Casa del Cinema di Roma.

Possiamo affermare che il film mostra come la politica possa ancora produrre idee meravigliose, che hanno un impatto sulla vita di tutti noi? Le grandi idee della politica sono sempre destinate a scontrarsi con la realtà o c’è ancora una speranza?

“Mi chiedi se viviamo in una tragedia o se c’è ancora qualche speranza? Dopo molto tempo che è uscito il film, non conosco ancora la risposta. La storia è quella di ogni partito politico, con un momento iniziale basato sulla passione e sulle idee e un periodo successivo, quando il partito diventa molto grande e si istituzionalizza. La speranza è che i politici si ricordino le idee da cui sono partiti, se no si è destinati a diventare l’ennesimo partito, come tutti gli altri”

Come ha trovato i documenti e il materiale per ricostruire le radici del partito Shas, nato all’inizio degli anni Ottanta?

“C’è stato un grande lavoro dietro. Siamo partiti da zero, poiché era un tema che nessuno aveva già trattato in un film, e abbiamo dovuto fare numerose interviste alle persone di quell’area, non solo in termini politici. Abbiamo dovuto rendere le immagini e le location come se fossero veramente degli anni Ottanta, tutto ciò che si vedeva sullo schermo doveva sembrare coerente con quel decennio. E’ stato molto complicato, ma è davvero divertente per un regista ricreare quel tipo di atmosfere”.

Si può affermare che il film The Unorthodox racconti della dissociazione tra il partito originale e la sua incarnazione oggi?

“Sì, è come se fossero due partiti politici diversi, come è nato negli anni Ottanta e come è diventato oggi. Ma ci sono ancora speranze che le cose possano cambiare di nuovo, se si mette al centro l’idea che un partito nasce dalle persone e per le persone”.

Qual è il maggiore ostacolo all’integrazione degli ebrei sefarditi nella società “occidentale” israeliana?

“Non c’è esattamente un vero e proprio ostacolo, in realtà ogni società vede i cambiamenti in modo differente. Se tu sei laico, ti senti come obbligato ai costanti cambiamenti. Ogni cambiamento è molto veloce, nella società occidentale, ma se sei ultaortodosso, ogni cambiamento è lento e richiede almeno 25 anni. Solo adesso gli ultraortodossi si stanno relazionando con gli smartphone e con le apparecchiature elettronici. Probabilmente, tra 25 anni i sefarditi saranno maggiormente integrati nella società occidentale”

In che modo il cinema può aiutare ad avvicinare culture diverse?

“Quando vedi un film voli in un pianeta diverso, un pianeta dove non sei mai stato prima d’ora e vieni coinvolto da storie di persone di cui non hai mai saputo nulla prima d’ora. Adesso è più difficile, perché puoi vedere un film dallo smartphone in ogni posto in cui ti trovi ed è minore il tasso d’attenzione, ma, fondamentalmente, un film ti trasporta in modo profondo all’interno di una storia umana, che assume spesso un significato universale“.

Lei è cresciuto in una famiglia religiosa Mizrahi nella città israeliana settentrionale di Nahariya, poi si è trasferita a Gerusalemme oltre dieci anni fa per frequentare la Ma’aleh School of Television, Film and Arts. Quali sono le maggiori differenze tra queste due città?

La stessa differenza che c’è tra Napoli e Roma. Nahariya è una piccola città sulla costa, vicina al mare, di 40.000 persone, un po’ isolata e all’antica. La amo e lì ho i miei genitori. Gerusalemme è l’essenza stessa di Israele, in cui puoi vedere ogni tipo di società al suo interno, un mix perfetto di culture e religioni”.

Che rapporto ha con l’Italia e con i cineasti italiani?

“Uno dei registi che più mi ha fatto desiderare di studiare cinema è Paolo Sorrentino. Quando ero molto giovane sono andato al Jerusalem Film Festival, dove trasmettevano Il Divo: non ho capito una sola parola di italiano, non c’erano nemmeno i sottotitoli, ma sono rimasto impressionato da com’era diretto il film, dalla fotografia, dal ritmo e dal suo stile. Da allora ho visto ogni film di Sorrentino, amo in particolare La Grande Bellezza e Le conseguenze dell’amore. Inoltre mi è piaciuto moltissimo anche la serie The Young Pope, che mi ha influenzato molto. Più che i classici, come Fellini e Rossellini, del cinema italiano apprezzo Gomorra di Matteo Garrone e La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana Trovo che ci siano molti aspetti in comune tra italiani e israeliani: sono entrambi caldi e aperti, esprimono le loro emozioni e non hanno paura di esternare le loro passioni”.

Gabriele Antonucci
Collaboratore

Giornalista romano, ama la musica sopra ogni altra cosa e, in seconda battuta, scrivere. Autore di un libro su Aretha Franklin e di uno dedicato al Re del Pop, “Michael Jackson. La musica, il messaggio, l’eredità artistica”,  in cui ha coniugato le sue due passioni, collabora con Joimag da Roma


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