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Qualche domanda a proposito della serie Netflix, “Unorthodox”

Da un incontro in streaming messo a punto dal magazine americano The Forward

Avete visto la mini serie Netflix Unorthodox? Noi ne abbiamo parlato con Laura Forti che ha scritto per noi una bellissima recensione dal titolo La serie Netflix Unorthodox o della libertà di ritrovare se stessi. Una promessa. Che in effetti guida tutti i movimenti della protagonista, ma anche lo spettatore, che inevitabilmente si trova ingaggiato in un botta e risposta con se stesso. Quello consueto, che occorre a decifrare un’opera letteraria, cinematografica o artistica, naturalmente, accanto a quello più personale e intimo. Ma questa volta entra in gioco anche il botta e risposta relativo alla conoscenza di una piccola comunità newyorkese, quella di Satmar, implicazioni etiche e religiose incluse. Insomma, una serie che fa riflettere. Tanto che il magazine americano The Forward ha organizzato un incontro in streaming con Alexa Karolinski, una delle due registe, l’Yiddish editor Rukhl Schaechter, insieme a tre persone che hanno abbandonato la comunità haredì: Chavie Weisberger fondatore di Footsteps, un’organizzazione che sostiene le persone durante la transizione; Rabbi Abby Stein, autrice del libro “Becoming Eve;” e Eli Rosen, attrice nella serie e consulente.

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L’incontro naturalmente è stato un successo: oltre duemila persone collegate e una pioggia di domande più simile a un diluvio, su ogni singolo aspetto della vita (sesso incluso) di uomini e donne di quelle comunità. Poi il tempo è scaduto e le domande inevase sono state convogliate in un articolo, con le risposte della regista e del direttore di Footsteps. A cominciare da una considerazione che qui in Italia ha monopolizzato il pensiero di molti spettatori ebrei: la serie è da “approvare” o ha in sé un potenziale che potrebbe rafforzare l’antisemitismo? Karolinski risponde che l’antisemitismo non nasce praticamente mai dall’intrattenimento ebraico, ma sottolinea il ruolo di marito e cugino, i “terribli” cacciatori di Esty, la protagonista, quali vittime a loro volta di un sistema troppo rigido e chiuso. Due ingenui, impreparati alla vita, soprattutto il marito di Esty, che fa tenerezza nel dover constatarela distanza abissale dalla moglie ritrovata: lei al culmine di un percorso di emancipazione, pronta a fare pace con le incomprensioni tra loro, ma decisa a tenere la rotta; lui incapace di tenerla, di perderla…

Si è ragionato poi sul perché più facilmente gli uomini abbandonano la comunità haredì e non le donne, su quali siano i percorsi e quale il supporto delle associazione che le sostengono. Su come i tribunali si comportano rispetto ai figli, in caso la madre abbandoni il padre e la comunità (molto spesso, in nome della continuità, i giudici tolgono i figli alle madri per lasciarli nell’ambiente in cui sono cresciuti fino a quel momento, non per forza coincidente con la loro serenità) e se, in seguito all’abbandono, queste persone rimangono osservanti.

Quale messaggio desiderate che arrivi al pubblico soprattutto non ebreo?, chiede una partecipante. Risposta: “Che nulla è monolitico. Che non esiste un tipo di ebreo o di vita ebraica e che noi, come ogni altra comunità, siamo imperfetti”. Parola di Karolinski.

 


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