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Una domanda a Claudio Vercelli

Un pensiero intorno ai concetti di politically correct e libertà

Il politicamente corretto nel linguaggio quotidiano può essere veramente un antidoto all’antisemitismo?
Risponde Claudio Vercelli, storico e giornalista

Per politicamente corretto ci si riferisce ad «un orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti, nel quale cioè si evita ogni potenziale offesa verso determinate categorie di persone. Secondo tale orientamento, le opinioni che si esprimono devono apparire esenti, nella forma linguistica e nella sostanza, da pregiudizi razziali, etnici, religiosi, di genere, di età, di orientamento sessuale o relativi a disabilità fisiche o psichiche della persona» (Enciclopedia Treccani online). La storia di questa prassi, soprattutto in campo linguistico, data nel suo avvio addirittura alla presidenza Roosevelt, quando si iniziò a comprendere quale fosse la saldatura che intercorreva tra la coesione sociale in una società multiculturale, razzismo e atteggiamenti quotidiani, di cui la lingua è un vettore strategico. Di passo in passo, dal mondo anglosassone, in sé fortemente stratificato per via dei processi migratori, un tale indirizzo è arrivato anche in Europa e, quindi, in Italia. In linea di principio, il presupposto di introiettare, collettivamente e individualmente, il bisogno di un limite non tanto a ciò che si dice ma al modo in cui lo si fa, soprattutto in un contesto pubblico, laddove si ha quindi a che fare con le infinite ricadute su innumerevoli interlocutori, dovrebbe essere ascritto non al campo dei vincoli bensì a quello delle libertà.

Si è infatti più liberi quando si ragiona su come si sta comunicando, ovvero quando ci si interroga sulla natura, e quindi la congruenza, delle parole che usiamo rispetto a noi stessi e a quanti ci circondano. Dopo di che, come troppe volte capita, se una prassi di merito, che dovrebbe ancorarsi alla spontaneità, si trasforma invece in un abbecedario vincolante, stabilendo a priori la pronunciabilità o meno di certe parole – a prescindere dal contesto in cui vengono prodotte, socializzate e consumate – il rischio che si transiti velocemente verso un divieto, da molti avvertito come sanzionatorio, omologante, ritualistico, asfissiante, di cui liberarsi non appena possibile, è dietro l’angolo. L’interdizione alla pronuncia, peraltro, storicamente non ha mai impedito che gli interdetti non passassero alle vie di fatto quando se ne generavano le opportunità. Se l’antisemitismo, così come i razzismi, sono incorporati nelle stereotipie linguistiche, la lotta contro l’uno e gli altri non può fermarsi al solo livello della lingua. Poiché altrimenti rischia di generare un’eterogenesi dei risultati: si combattono i pregiudizi, infatti, non con una visione innaturalmente proibizionista della comunicazione ma con un investimento culturale che, per avere efficacia, deve anche e soprattutto integrarsi con le trasformazioni sociali e con una forte saldatura tra diritti civili (i diritti di identità e alla differenza) e diritti sociali (i diritti ad una effettiva eguaglianza di opportunità). Non si generano libertà e giustizia con la costruzione di aree perimetrali dove il tabù della pronuncia finge un consenso di giudizi che, invece, non sussiste nei fatti.


1 Commento:

  1. Lingua e bisogni essenziali, ossia smascherare il pregiudizio per combattere i meccanismi economici che producono diseguaglianze. Nella società digitalizzata della profilazione degli individui quali strumenti restano, se anche le relazioni sociali sono orientate da grappoli di fake news?


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