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Una domanda a Valentina Pisanty

Pregiudizio, odio e identità nel linguaggio contemporaneo

Il politicamente corretto nel linguaggio quotidiano può essere veramente un antidoto all’antisemitismo?

Risponde Valentina Pisanty, semiologa e docente di semiologia presso l’Università di Bergamo. Studiosa del negazionismo della Shoah e del razzismo.

L’etichetta del politicamente corretto comprende troppe cose e avere una posizione univoca significa semplificare troppo. Da parte di chi ne sostiene la necessità, il politicamente corretto serve per limitare o per usare con cautela termini che sono offensivi o implicitamente denigratori. Il politicamente corretto però viene anche usato unicamente in termini satirici e parodici per stigmatizzare quegli atteggiamenti semplicistici con cui i detrattori ritengono che la sinistra voglia risolvere i problemi esistenti, cioè semplicemente cambiando nome alle cose. Oggi siamo arrivati addirittura alla satira e a criticare proprio il concetto di politicamente corretto. Da destra le critiche perdono di vista ciò che c’era di buono, cioè l’invito a prestare attenzione all’uso delle parole. Ci sono delle parole che vengono usate unicamente in senso oltraggioso, sia consapevolmente che non. Ma il risultato finale è che queste parole non possono venire usate perché il loro impiego implica l’intenzone di offendere.

La parola ebreo non fa parte di queste. Però la locuzione di origine ebraica denota un timore da parte di chi la pronuncia nell’utilizzo della parola ebreo. Che è neutra, o meglio ha avuto una connotazione negativa durante il fascismo. Ma non usarla significa non essere neutri rispetto al suo significato. E ancora, il politicamente corretto applicato all’ebraismo mi sembra qualcosa di complicato o forse non necessario. Negli Stati Uniti per esempio occorre paralre di politicamente corretto rispetto agli afroamericani perché razzismo e pregiudizio sono ancora radicati nel presente, ma non credo sia così per quanto riguarda l’ebraismo. C’è invece un problema identitario. Anzi, di politica dell’identità che penso sia stata una deviazione per la sinistra che si è concentrata sul riconoscimento e la definizione di gruppi specifici, con l’orgoglio dell’appartenenza. Sono modelli americani, piuttosto distanti da noi, che fanno perdere di vista i reali problemi, aggirati, ma  non certo risolti,  agendo semplicemente sul modo con cui li nominiamo. Occorre piuttosto cercare le cause della discriminazione e intervenire su queste.

Ciò vale anche per l’antisemitismo. Gli odierni antisemiti hanno imparato bene a non cadere nelle trappole linguistiche. La sostanza non cambia, gli stereotipi sono gli stessi che erano presenti durante il fascismo, come l’ebreo sradicato, ipercritico, diverso che ora rientra nella categoria di intellettuale (e se l’intellettuale da colpire è anche effettivamente ebreo, allora ci si può lasciare andare al repertorio più classico). L’antisemita resta tale, ma non è rilevato linguisticamente. Non solo. La falsa identificazione degli ebrei con Israele e l’appoggio dichiarato a Israele da parte delle destre ha spostato l’attenzione su un altro problema. Chi si dichiara a favore dello stato ebraico viene automaticamente assolto, così come gli ebrei associati a Israele non sono più oggetto di discriminazione. Questo è un tema che meriterebbe di essere affrontato nello specifico, ma fa luce su un altro fatto: l’ebreo diasporico continua a essere oggetto di pregiudizio e di odio.

Poi ci sono i social e il linguaggio aggressivo e senza freni che caratterizza alcune pagine o alcuni post. Sembra quasi che esprimersi in quel modo sia un atto liberatorio, che la libertà di espressione coincida con il dire le cose peggiori con i toni peggiori, ridicolizzando chi è contro con la semplice etichetta: siete i soliti politicamente corretti. E questo è possibile per la polarizzazione dei social: o sei libero e dunque ti arroghi il diritto di parlare senza civiltà, o sei represso e ipocrita.

In conclusione, benvenga il politicamente corretto se significa prestare attenzione al linguaggio per esprimersi in modo rispettoso e civile. Viceversa, se politicamente corretto significa semplicemente nominare con altre parole problemi che restano irrisolti o usare altri termini in sostituzione di parole neutre e non ingiuriose, non serve, anzi è persino dannoso. Si finisce poi, come nel caso della parola ebreo, per rivendicare con orgoglio dati di fatto. Come se io dicessi: sono orgogliosa di essere castana….


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