Joi with
Uriya e Sameh, messaggeri di pace in chiave rap

Il primo è nato a Bersheva e il secondo a Ramle. Insieme hanno scritto #LetsTalkStraight, un duetto in ebraico e arabo per combattere i pregiudizi

“Prima ancora di cambiare il mondo, bisognerebbe cominciare dal cambiare noi stessi, e il nostro modo di vedere le cose”.
Sono le parole di Uriya e Sameh, mentre ci raccontano la loro storia seduti davanti ad un caffè nell’Habima Square di Tel Aviv.
Uriya Rosenman, classe 1990, educatore sociale di formazione e business developer in carriera, è nato a Bersheva, cresciuto nel nord di Israele, e ora vive a Tel Aviv.
Sameh ‘SAZ’ Zakout, classe 1983, attore e cantante, è nato a Ramle e ora vive a Jaffa, il quartiere arabo di Tel Aviv.
Uriya è ebreo e Sameh arabo, cresciuto in una famiglia mista di cristiani e musulmani. Ma, come il suo partner artistico, preferisce non identificarsi in nessuna appartenenza etnica o religiosa: “Siamo esseri umani, prima di tutto”.
La loro storia professionale è diventata anche la storia di un’amicizia, ma tutto è cominciato da un percorso, personale, iniziato da Uriya nel 2019 quando scopre per caso il video del rapper americano Joyner Lucas I’m Not Racist, che racconta il conflitto interno all’America dei bianchi e a quella degli afroamericani.

Questo progetto musicale lo ispira a imbarcarsi in una riflessione sulle dicotomie che dividono Israele: destra e sinistra, ricchi e poveri, laici e religiosi, arabi e israeliani. Questo conflitto, in particolare, diventa, per Uriya, l’aspetto più interessante da indagare, anche perché è quello che conosce di meno e che, per questo, lo porta a viaggiare in tutto il Paese, dai villaggi arabi alle colonie israeliane dove vivono gruppi estremisti come la Familia.
Dopo un anno di lavoro la sua versione rap sul conflitto arabo israeliano è pronta, ma manca ancora qualcosa: l’autenticità di un vero partner arabo, con cui poter esporsi in un confronto faccia a faccia. Fino a quando, circa un anno fa, conosce Sameh, rapper professionista già da 20 anni, con una serie di album e di premi alle spalle, da quando, nel 2012, ha gareggiato nel reality show israeliano Chai be La La Land.

I due compagni di avventura cominciano a lavorare insieme, rivedendo e i testi, sia dal punto di vista del contenuto che della forma, aggiungendo più arabo nella parte di Sameh.
“Non sono mancate le discussioni – afferma Uriya – ma hanno sicuramente portato all’apertura di un dialogo. Talvolta anche soffrendo, per via dei punti di vista diversi e per le difficoltà nel trovare un terreno comune che ci permettesse di farci dire davvero quello che pensavamo. Alla fine, non soltanto lo abbiamo trovato ma, da semplici colleghi, siamo diventati davvero amici, e oggi sappiamo che uno può contare sempre sull’altro, non solo nel lavoro.”

“Non c’è mai stato prima d’ora nel mondo della musica locale un faccia a faccia così vero, senza filtri e pregiudizi. All’inizio ero titubante – continua Sameh – perché anche se credo nella pace e nella convivenza, nella vita pratica le cose sono sempre più complicate. Ma conoscere Uriya mi ha dimostrato che un progetto come questo è proprio quello che serve per poter cominciare a costruire un dialogo, a partire dall’uso di un linguaggio condiviso. Persino l’utilizzo dell’arabo, lingua che in Israele parla solo il 5% dei cittadini ebrei, grazie alla nostra musica, ha conquistato l’intero Paese”.

Il successo è cominciato lo scorso maggio. Inizialmente avevano intenzione di uscire con il pezzo a marzo, in vista della quarta tornata elettorale consecutiva in due anni, ma il video clip non era ancora pronto, poi è cominciato il Ramadan e parallelamente anche il quarto conflitto con Gaza, durante il quale è dilagata la violenza anche nelle cosiddette “città miste”. Proprio in quei giorni hanno capito che non c’era altro tempo da perdere e che era il momento di dare alla luce il proprio “bambino”. Mai timing fu più azzeccato. Oltre a dilagare nei social media sono cominciati gli inviti nelle scuole e in altre istituzioni per parlare del loro progetto. L’eco è uscito dal Paese raggiungendo i quattro angoli del pianeta, dal New York Time alla BBC, per cui il 16 luglio Uriya e Sameh hanno organizzato un concerto speciale, invitando altri artisti che cantano sia in arabo che in ebraico, per poi chiudere con #LetsTalkStraight, il loro pezzo a quattro mani e due voci.
Oltre alla canzone, grazie alla collaborazione con Vadim Mechona, regista e produttore, ebreo della diaspora russa, i due artisti hanno realizzato anche un video in cui entrambi siedono in un’autofficina (dove lavorano, realmente assieme, arabi ed ebrei) improvvisando un tipico pranzo locale, a base di hummus, discorrendo del conflitto, per 6 minuti e 28 secondi, a suon di rap.
In #LetsTalkStraight i due cantanti si mettono dei panni dei due volti di Israele, ciascuno con le proprie ragioni, i propri torti e i propri risentimenti, cercando di rispecchiare le due narrative nazionali, spesso agli opposti, accecate dalla paura e nutrite da visioni semplicistiche e stereotipate.
“Parliamo chiaro”: così comincia il testo della canzone. Uriya accusa gli arabi per non prestare servizio militare, essere autori di delitti d’onore, non pagare le tasse e costruire case illegalmente. Sameh gli risponde che sono gli ebrei a essere razzisti, non voler vivere accanto agli arabi, sfruttandoli solo come manodopera e usando l’Olocausto come pretesto per ogni discriminazione nei loro confronti. “Non sono razzista, sono arrabbiato – concludono entrambi – Non abbiamo un altro Paese, ed è qui che inizia il cambiamento”.

È un video crudo, potente e azzeccato. “L’uscita di questo video è stato solo l’inizio – afferma Uriya – di una lunga maratona. Io ho finalmente cominciato a studiare arabo, ma è solo la prima tappa di un lungo progetto che ancora non sappiamo dove ci porterà”.
“Il conflitto arabo israeliano non si può risolvere in un giorno, tanto meno con una canzone. Ma questo nostro progetto rappresenta sicuramente l’inizio di un percorso – aggiunge Sameh, che spera che un giorno i suoi figli, come quelli di Uriya possano vivere una vita diversa. – È un processo che stiamo ancora digerendo, e che scopriamo giorno per giorno, ma che ha conseguenze immediate proprio nella vita quotidiana, a partire dalla famiglia e dagli amici che abbiamo intorno. Tutto comincia da noi stessi. Solo realizzandosi a livello individuale si può avere anche un impatto sul piano collettivo”.
“La nostra generazione ne ha avuto abbastanza. – conclude Uriya – Crediamo nel cambiamento e vogliamo (ri)comiciare a vivere attraverso il rispetto reciproco, promuovendo l’autenticità, la specificità di ogni individuo, cercando di comprendere la complessità e proponendo un punto di vista moderato e basato sul dialogo. Solo in questo modo possiamo superare i traumi passati e costruire insieme un futuro migliore”.

Fiammetta Martegani
collaboratrice

Curatrice presso il Museo Eretz Israel, nasce a Milano nel 1981 e dal 2009 si trasferisce a Tel Aviv per un Dottorato in Antropologia a cui segue un Postdottorato e nel 2016 la nascita di Enrico: 50% italiano, 50% israeliano, come il suo compagno Udi. Collaboratrice dal 2019 per l’Avvenire, ha pubblicato nel 2015 il suo primo romanzo “Life on Mars” (Tiqqun) e nel 2017 “The Israeli Defence Forces’ Representation in Israeli Cinema” (Cambridge Scholars Publishing).


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