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Cultura
Yael Bartana: l’universo (artistico) del possibile e della redenzione

Al Museo ebraico di Berlino è in scena “Redemption Now”, la grande mostra monografica dedicata all’artista israeliana

Tutto è capovolto e insieme realistico nell’universo dell’artista israeliana Yael Bartana. E forse è proprio questo che rende le sue opere così inquietanti. Nell’installazione video Malka Germania (in ebraico Regina Germania), ad esempio, Berlino assiste basita all’arrivo di un personaggio messianico. Vestita di bianco e dalle sembianze androgine, in groppa a un asino come la tradizione ebraica immagina l’arrivo del Messia, questa figura di bianco vestita si aggira per la città, testimone e implicita artefice di una serie di eventi che ne stravolgono gli equilibri. Commissionata dal Museo Ebraico di Berlino, l’opera è il fulcro di Redemption Now, la grande mostra monografica che l’istituzione dedica a Bartana fino al 10 ottobre.

 

Come si legge nel sito del museo, portando in superficie ambizioni e timori inconsci Malka Germania «indaga il desiderio di riscatto collettivo come risposta a un’epoca di ansia». A dispetto del titolo della mostra, però, Berlino non vive qui una redenzione, ma è invece «ossessionata dal subconscio collettivo dei suoi abitanti: i loro sogni, paure e ricordi. L’opera ritrae elementi inconsci, aree grigie e ambiguità dell’esperienza ebraica tedesca contemporanea attraverso il mezzo artistico. Allo stesso tempo, tenta di sconvolgere un’iconografia fissa e di decostruire le identità».
Girato in uno stile che attinge alla propaganda nazista di Leni Riefenstahl degli anni Trenta, il film intreccia la vita contemporanea della città con atti di prevaricazione e immaginario di destra. In una delle sue scene chiave, la quiete della spiaggia urbana di Wannasee viene sconvolta dal lento emergere dalle acque del lago di uno dei giganteschi progetti mai realizzati di Albert Spee, l’architetto di Hitler. In un’altra scena, i cartelli stradali di Berlino vengono sostituiti con i loro nomi ebraici, invertendo così l’eliminazione dell’identità ebraica dalla capitale tedesca attuata dai nazisti 75 anni prima. Quello che il filmato non mostra è il perché si arrivi a tutto ciò. Si tratta di una vendetta per i crimini nazisti? Una forma di espiazione? O un avvertimento per non dimenticare le atrocità del passato?

L’ambiguità è la forza dell’opera, secondo Shelley Harten, co-curatrice della mostra, secondo la quale il film costringe a mettere in discussione tutte le certezze che credevamo acquisite. Così, se da una parte Malka Germania parla dei timori per le nuove ondate di antisemitismo in Germania, dall’altra, attraverso più livelli di complessità, il lavoro esplora anche i pregiudizi della mentalità tradizionale di destra, con tutte le sue paure e insicurezze. A corredo dell’installazione video, l’artista propone una vetrina in cui sono esposte immagini e statue di Malka Germania affiancate a quelle di un’aquila. La figura del salvatore viene quindi accostata a quella del simbolo nazionale, immettendo le aspettative religiose in quelle politiche e insieme storicizzando e politicizzando il Messia come icona culturale.

La tensione verso una guida e il rischio sempre in agguato della prevaricazione politica costituiscono la cifra distintiva di gran parte dei lavori di Bartana, i più importanti dei quali sono proposti in questa monografica. È il caso del video The Undertaker (2019), che documenta la processione al seguito di un enigmatico leader lungo le strade di Philadelphia, e dei tre filmati del ciclo And Europe Will Be Stunned, presentato tra il 2007 e il 2011. In questi ultimi si assiste all’ascesa e caduta del fantomatico Jewish Renaissance Movement in Poland (JRMiP). Anche in questo caso il realismo documentaristico della messa in scena, la creazione successiva di un merchandising legato al movimento e addirittura l’organizzazione di un congresso del JRMiP alla Biennale di Berlino del 2012 inducono a sospettare che si tratti di fatti realmente accaduti. E che veramente milioni di ebrei fossero sul punto di tornare a vivere in Polonia, com’era nelle intenzioni del movimento fittizio.

Non tutto era inventato, però. Come racconta la stessa Yael Bartana a Shelley Harten e Gregor H. Lersch nell’intervista Who is Malka Germania? contenuta nel volume The Book of Malka Germania, parlando della trilogia video, «ciò che i partecipanti hanno vissuto nell’opera d’arte potrebbe non essere stata un’utopia, ma un momento di cambiamento» così come per lei, «entrando in contatto con il popolo polacco è iniziato un vero discorso, un vero scambio. Per me questo è in realtà più importante del risultato finale del lavoro stesso».
Anche l’intreccio tra politica è religione è un nodo importante per l’artista israeliana, che nella stessa conversazione si dichiara convinta che «la speranza della redenzione può essere attaccata sia ai leader religiosi sia a quelli politici», pur ammettendo di avere «un problema con il messianismo in tutte le sue forme, specialmente quando il messianismo politico e religioso è istituzionalizzato e si allinea al fanatismo».

La diffidenza per la leadership non le impedisce comunque di giocare con le figure carismatiche. E di vestire ad esempio i panni di Theodor Herzl nei sei autoritratti del 2015, sempre in mostra a Berlino nella Study Room, così come di chiedersi cosa succederebbe se le donne governassero il mondo (What if Women Ruled the World, sua performance del 2017 nonché opera al neon sempre qui in mostra), o di dichiararsi attratta dalle persone che sanno guidare gli altri in modo positivo: «Penso che abbiamo bisogno di visionari, di leader che proteggano la società. Penso persino che mi piacerebbe iniziare un programma di leadership per artisti».
Ricollegandosi al tema della redenzione, Bartana affida quindi al pubblico la definizione del salvatore, del leader o del Messia, che in gran parte delle sue opere lei indaga ma non definisce, limitandosi a suggerirne i tratti, forte nel ritienere che «l’opera d’arte rappresenti la redenzione più di ogni altra cosa. Le immagini sono la redenzione. Più che costituire la cosa in sé, l’accumulo di immagini crea associazioni con certe storie, così come il presente o le possibilità future».

Museo ebraico di Berlino, fino al 10 ottobre 2021

 

Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


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