Cultura Cinema
Yom Kippur, una star del cinema

Tre film (e tre scene cult) dedicate al giorno più importante del calendario ebraico

Se le solennità del calendario religioso ebraico possiedono una carica simbolica equivalente alla celebrazione stessa del rituale, senza dubbio Yom Kippur rappresenta l’apice di ogni emblematicità. Come sappiamo, espiazione, pentimento e perdono sono gli elementi che connotano principalmente di questa giornata, insieme a una generale sensazione che qualcosa di cruciale e risolutivo stia per avvenire nella vita di ciascuno. Yom Kippur allude alla necessità di una periodica evoluzione spirituale, attraverso la quale ognuno deve fare i conti con se stesso, in primo luogo con le proprie mancanze e con le proprie intenzioni nei confronti dell’altro. Non è difficile comprendere per quale motivo questo giorno svolga un ruolo fondamentale anche nel cinema, non necessariamente ebraico o israeliano. Ogni narrazione ‒ sia essa cinematografica o letteraria ‒ è, infatti, destinata a raggiungere un climax drammatico, l’istante fatale in cui il protagonista deve risolvere se stesso e la trama, spesso attraverso un difficile confronto interiore. Da questo punto di vista, Yom Kippur è la ricorrenza ebraica più “cinematografica” che esista.
In attesa dell’ormai prossimo Yom Kippur 5780, proponiamo allora tre film che hanno immortalato questa festività nei suoi diversi aspetti. Da vedere o rivedere. 

The Jazz Singer (1927). È uno dei pilastri del cinema mondiale, il film che ha segnato l’avvento del sonoro nell’industria cinematografica, pur non essendo interamente parlato. La sua trama ha tutte le caratteristiche del grande classico: un giovane protagonista talentuoso e i suoi sogni di gloria, lo scontro con la tradizione e la famiglia. Jakie Rabinowitz, ultimo discendente di una dinastia di hazzanim di New York, rinnega, infatti, le proprie origini e fugge per diventare “Jack Robin”, un cantante jazz di colore. Le sue speranze si avvereranno, ma durante un giorno del Kippur, mentre il padre giace a letto malato e la sua congregazione si ritrova per la prima volta a non avere nessuno che canti durante le celebrazioni festive, Jakie/Jack dovrà affrontare il passato e, al tempo stesso, decidere del proprio futuro. Un paio di curiosità: la première del film si tenne a New York il 6 ottobre 1927. La data fu scelta dai produttori perché coincideva proprio con Yom Kippur. Nel 1980 è stato realizzato un remake della pellicola con un cast d’eccezione: il cantante Neil Diamond nel ruolo del protagonista e il raffinato attore britannico Laurence Olivier nei panni del padre.

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Keeping the Faith (2000). Brutto affare quando due amici d’infanzia si innamorano della stessa donna. E la situazione è ancora più complicata se i due sono, rispettivamente, un giovane e promettente rabbino (Ben Stiller) e un angelico ‒ ma non troppo ‒ sacerdote cattolico (Edward Norton, mentre la donzella oggetto della tenzone è interpretata da Jenna Elfam, protagonista della serie cult Dharma & Greg). Purtroppo, come spesso succede, la distribuzione italiana ha voluto concentrarsi soprattutto sull’aspetto romantico della commedia, la quale, non a caso, nel nostro Paese è conosciuta col titolo Tentazioni d’amore. Il problema religioso è, invece, dominante nella pellicola e riguarda tanto la questione del celibato cattolico quanto le difficoltà poste in ambito ebraico dalle unioni miste. Il fatto che questi temi così spinosi e sempre attuali siano considerati attraverso il più lieve genere della commedia non significa che essi ne siano sviliti o, peggio ancora, banalizzati. Anche in questo caso, il clou del film è rappresentato dalle celebrazioni di Yom Kippur, in particolare dalla derashah del rabbino Jacob “Jake” Schram/Ben Stiller. Da vedere, non foss’altro per le ardite affermazioni di quest’ultimo (“Yom Kippur è il Super Bowl del calendario ebraico”. In Italia sarebbe forse meglio dire “la finale di Champions League”).

Kippur (2010). Da non confondersi con la pellicola omonima di Amos Gitai, dedicata alla guerra del 1973, questo cortometraggio di Sivan Mor è una piccola perla. E lo è ancor più se pensiamo che si tratta del lavoro presentato dalla giovane regista in conclusione del suo percorso di studi presso il Beit Berl College. Per questo motivo non potrete vederlo al cinema né in televisione e nemmeno trovarne il DVD su Amazon e siti affini. Ciò nonostante, siete fortunati, perché potrete guardarlo interamente su Youtube . E vi consiglio caldamente di farlo. Proiettato in diversi festival cinematografici nazionali ed esteri, il cortometraggio gode della presenza dell’incantevole Gloria Bess, la quale è affiancata da un gigante del cinema israeliano, Shlomo Bar-Abba (se non ve lo ricordate, potete cercarlo anche nell’acclamato Hearat Shulayim/Footnote, che ha rappresentato Israele agli Oscar nel 2011). La trama è molto semplice: Neta, una studentessa di medicina, e Meir, un vedovo osservante, s’incontrano ‒ o, meglio, si scontrano ‒ nell’imminenza del Giorno del Kippur, in una Tel Aviv pressoché deserta. Neta porta dentro di sé una ferita profonda che risale a giorni lontani. È ansiosa di riparare alla disattenzione che l’ha portata a investire Meir con la sua bicicletta, ma non è pronta ad affrontare i fantasmi del passato. Dal canto suo, Meir è un uomo caparbio e orgoglioso, che ha fatto della solitudine uno stile di vita. Nello spazio di poche ore, tra Neta e Meir si crea un rapporto di confidenza, fondato sì sulla richiesta di perdono e di espiazione, ma anche sull’affettuosa vicinanza che può crearsi tra due anime perse nella grande città.

Sara Ferrari
Collaboratrice

Sara Ferrari insegna Lingua e Cultura Ebraica presso l’Università degli Studi di Milano ed ebraico biblico presso il Centro Culturale Protestante della stessa città. Si occupa di letteratura ebraica moderna e contemporanea, principalmente di poesia, con alcune incursioni in ambito cinematografico. Tra le sue pubblicazioni: Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore, 2007); La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore, 2010), Poeti e poesie della Bibbia (Claudiana editrice, 2018). Ha tradotto e curato le edizioni italiane di Yehuda Amichai, Nel giardino pubblico (A Oriente!, 2008) e Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen-Belsen (Editrice La Giuntina, 2013).

 


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