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Zelensky, un presidente tra patriottismo, resistenza e sopravvivenza

Quarantaquattrenne, nato e cresciuto a Kryvyj Rih, in una famiglia ebraica e di madrelingua russa, cresciuto professionalmente come attore comico, si trova ora a rivestire i panni della guida di un paese sotto attacco

«Mi sto rivolgendo ora agli ebrei nel mondo. Non vedete quello che sta succedendo? È importante che nessuno resti in silenzio». Così il presidente della Repubblica dell’Ucraina Volodymyr Oleksandrovyč Zelens’kyj, abitualmente traslitterato in Zelensky. Il conflitto russo-ucraino è sotto gli occhi di tutti. Ha occupato il posto sul quale fino a una quindicina di giorni fa troneggiava la pandemia, altrimenti regina indiscussa degli incubi dell’intero mondo per due anni interi: apertura roboante in fluviali e ininterrotti telegiornali, edizioni speciali di trasmissioni su ogni canale di comunicazione, titoli cubitali sulla carta stampata, informazione in “real time” e così via. Così come, ça va sans dire, le battaglie da geostrateghi del web, i leoni da tastiera dei social network, trasformatisi subitaneamente da virologi in esperti di politica internazionale. Tuttavia gli effetti di una tale guerra, non solo sui popoli coinvolti, sono ancora tutti da misurare. Poiché si inseriscono dentro un mutamento di quadro, non solo regionale, che riguarda gli equilibri geopolitici internazionali.

Ma non è comunque di questo che ci interessa parlare, semmai soffermandoci sulla figura del politico ucraino. Le parole citate in esergo di queste righe rimandano a quanto Zelensky ha detto nel momento in cui le bombe russe hanno raggiunto anche il memoriale di Babyn Yar (meglio conosciuto, fino a tempi recenti, con la traslitterazione dal russo Babij Yar), di fatto la più grande fossa comune dell’Europa. Quando a corredo di esse, ha aggiunto: «che senso ha ripetere “mai più” per ottanta anni, se quando cade una bomba su Babyn Yar il mondo resta in silenzio? Almeno altre cinque vite perdute. La storia si ripete».

Ora, quattro ordini di considerazioni si impongono su tutto il resto quando si parla della tragedia militare russo-ucraina: il primo di essi è che le sue radici della crisi non sono recenti, trovando nella volontà egemonica di Mosca, profondamente turbata dalla possibilità che a Kiev si possa concretizzare un’esperienza politica alternativa alle cosiddette «democrature» orientali, il suo fondamento principale; il secondo elemento è l’incapacità, per parte di noi “occidentali” di comprendere le differenze che attraversano le società, le storie e le culture dell’Europa orientale, usando invece, con complice pigrizia, i vecchi schemi che si applicavano al tempo della guerra fredda, oramai privi di qualsiasi riscontro analitico ma senz’altro confortanti per chi non intenda impegnarsi in nessun sforzo: in tale senso, l’Ucraina viene a volte confusa, o comunque  miscelata, alla Bielorussia, alla stessa Russia di Putin (anche perché di prassi l’Unione Sovietica veniva identificata convenzionalmente con questa) e alle nazionalità e entità statali che sono parte della Federazione russa; un terzo aspetto è che entrambi i contendenti abbiano accusato il proprio avversario, a più riprese, di essere «nazista» o comunque di esprimere una visione del mondo, e delle relazioni con i propri antagonisti, basata su un’irrisolta vocazione per quel passato. Se per Putin l’invasione militare, altrimenti presentata come un’azione di polizia, consisterebbe in una «denazificazione» dei poteri ucraini, per Zelensky la risposta da dare alla guerra è quella di devitalizzare la spinta violenta delle autorità russe che si ispirerebbe a modelli molto prossimi al totalitarismo, segnatamente non solo di estrazione sovietica.

In entrambi i casi, i riferimenti al passato, ovvero a quello dell’occupazione tedesca e della collaborazione con i nazisti, sia pure con accenti diversi, sembrano non difettare, dando spessore ad una guerra parallela, quella delle rappresentazioni collettive. Un ultimo passaggio riguarda il fatto che, proprio per le ragioni appena dette, interpretare lo scontro in atto con le tradizionali categorie di destra e sinistra, alle quali si è affezionati vuoi per inerzia ideologica vuoi per indolenza politica, è un eccellente modo per vanificare qualsiasi possibilità di comprensione delle diverse spinte che si stanno manifestando in quel teatro di guerra. Con gli ucraini militano, in un’unità di grosse dimensioni conosciuta come «battaglione Azov» (ma non è l’unica, trattandosi di una delle diverse organizzazioni militari costituite dai componenti del Corpo volontari ucraini), elementi della milizia neonazista; così come si staglia l’eredità irrisolta dell’ipernazionalismo fascista di Stepan Andrijovič Bandera, espressosi ferocemente durante la Seconda guerra mondiale (del quale è stato detto che «Bandera e i suoi hanno combattuto una guerra partigiana, cinica e spietata, non preoccupandosi di eliminare chiunque costituisse un ostacolo al predominio degli ucraini a ovest del Dnipro»).

Sul versante russo, i maggiori ideologi della centralità di Mosca dentro quella costruzione imperiale che è conosciuta come «Eurasia», sono il fior fiore del «nazionalbolscevismo», altrimenti conosciuto come «rossobrunismo», quella corrente ideologica di destra radicale che lega aspetti del comunismo bolscevico ad un progetto imperiale e nazionalista di chiaro stampo russocentrico.

Su quest’ultimo capitolo si potrebbero scrivere interi libri (ed in parte già è stato fatto), trattandosi di un spettro che agita l’orizzonte dell’intellettualità europea dal 1921, quando un gruppo di pensatori russi emigrati in Occidente dopo la sconfitta delle armate bianche preconizzò la crisi dell’Europa e il conseguente predominio russo e asiatico. L’eurasismo, così si chiama una tale postura ideologica, si rinnova adesso dinanzi agli scenari di un declino della primazia statunitense, di un possibile (ma non probabile) patto di comunione d’interessi tra Mosca e Pechino, di una frantumazione della globalizzazione in aree di influenza commerciale, dinanzi ad un’economia internazionale in fibrillazione oramai da molto tempo.

La dottrina eurasica, che ha un discreto seguito anche in alcune nicchie dell’intellettualità italiana, presenta, per coloro che intendono credergli, alcune rassicuranti previsioni: il ripetersi della pregiudiziale antiamericana, in chiave soprattutto di rivalsa; la certezza che comunque qualcuno potrà prendere in mano le redini dei processi mondiali, sottraendoli all’esclusività dell’ideologia mercatista; il connubio, da non pochi spasimato, tra un sovranismo ancorato spazialmente (il fuoco della decisione tornerebbe ad essere il potere politico, di contro a quello economico) e un’economia senz’altro di mercato ma con forti interconnessioni con il settore pubblico, mitigata inoltre da una maggiore propensione verso gli interessi delle comunità civili; da ultimo, il calco antropologico che la connota, facendo corrispondere i propri disegni con i vecchi assunti derivati dalla geopolitica, disciplina – a tratti accademica – che dall’Ottocento legittima anche le spinte (e le derive) espansioniste degli Stati che intendono essere protagonisti delle trasformazioni continentali. Più in generale l’eurasismo sostiene il virtuosismo di un’Europa cristiana, bianca, fondata su una morale tradizionalista e iperconservatrice, di contro alla “corruzione morale” dettata dalla modernità. La sua pervasività si misura più che mai adesso, essendo divenuta il contenitore di tutta una serie di filoni di “pensiero” della destra radicale, estremamente trasversali, presenti dentro i partiti populisti anche dell’Europa occidentale.

Sta di fatto che in questo bailamme, nel quale l’intera comunità internazionale è violentemente e repentinamente precipitata (malgrado i molti allarmi espressi, nel corso del tempo, dagli analisti e dagli studiosi dell’area, che avevano prefigurato un’ipotesi bellica), la figura altrimenti ai più sconosciuta dell’attuale leader dell’Ucraina, repubblica dall’ordinamento istituzionale semipresidenziale, ha fatto letterale irruzione sulla scena pubblica. Strano ma non incongruo destino per un uomo che, nato e cresciuto professionalmente come attore, soprattutto di genere comico e satirico, si trova ora a rivestire i panni della guida di un paese sotto attacco. Nell’uno come nell’altro caso, si tratta di un proscenio. Tuttavia il cambio di genere è netto, passando dalla farsa alla tragedia. D’altro canto, nella complessa vicenda della contrapposizione tra Ucraina e Russia, un po’ tutto pare mischiarsi.

La stessa figura di Volodymyr Zelensky parrebbe costituire un ibrido nel quale, vuoi per la sua storia personale, vuoi per le circostanze storiche in cui deve guidare una nazione martellata dal suo prepotente vicino, è difficile districarsi. Poiché se dici “russo” ti trovi poi elementi dell’identità ucraina sparsi un po’ ovunque, così come quando affermi “ucraino” fatichi a dividerlo dalla sedimentazione russa. Un riscontro, questo, che ha permesso a Vladimir Putin di negare l’esistenza (ovvero il diritto ad essa) di un’Ucraina indipendente, di fatto rileggendo la storia dei popoli dell’Europa orientale in maniera capovolta. Cosa che piace comunque agli imperialisti di quel luogo, che siano depositari del vecchio zarismo, dell’imperialismo sovietico o dell’espansione monocratico russo di questi ultimi anni.

  Zelensky, per l’appunto, assomma nella sua persona le molteplici contraddittorietà di questa miscellanea di caratteri. Sia da un punto di vista professionale che, in senso più stretto, personale. Quarantaquattrenne, nato e cresciuto a Kryvyj Rih, nell’Ucraina meridionale, in una famiglia ebraica e di madrelingua russa, già durante gli studi in giurisprudenza a Kiev aveva intrapreso la carriera di attore e quindi di produttore, impegnandosi nel campo della comunicazione e della produzione di immagini. In tutta plausibilità il suo punto di non ritorno è la produzione della serie televisiva «Servitore del popolo» (Sluha narodu), dove interpreta il ruolo di un professore di liceo che diventa presidente dell’Ucraina sulla base di un programma politico che richiama molti dei temi populisti, dalla lotta alla corruzione (dilagante nel paese) allo spontaneismo della sua leadership, espressione verace e autentica dei sentimenti collettivi, altrimenti offesi dalle élite oligarchiche. Anche in virtù del successo della serie, nel marzo del 2018, lo stesso Zelensky, insieme a Ivan Bakanov e ad alcuni dipendenti della società di produzione Kvartal 95, ha deciso di fondare un partito politico dallo stesso nome, cercando di trasfondere sul piano del consenso elettorale quella che era stata la popolarità di audience consolidata nel tempo.

Sluha narodu raccoglie più temi del populismo contemporaneo: il rimando alla democrazia diretta come fonte di legittimazione profonda e autentica; il richiamo alla lotta contro la corruzione, intesa non solo come rifiuto dell’arbitrio dei pubblici poteri ma anche come regime morale da ripristinare a livello collettivo; il libertarismo individualista, che enfatizza il ruolo degli individui in un contesto mercatista; l’enfatizzazione della lotta all’establishment tradizionale ma anche l’europeismo, che in Ucraina è da tempo vissuto come l’ancoraggio di prospettiva rispetto all’ingombrante presenza del vicino russo. Peraltro, il riferimento politico-ideologico continentale è quello dell’Alde, Alliance of Liberals and Democrats for Europe, vagamente assimilabile al centro nella geografia delle culture politiche europee.

A seguito della costituzione del partito, nel dicembre dello stesso anno Zelensky ha annunciato la sua candidatura alle elezioni presidenziali del marzo successivo. Quello che poteva essere un grave limite, la sua pressoché totale mancanza di esperienza politica, è stato invece un ingrediente fondamentale del suo successo, quando il 21 aprile 2019, al ballottaggio, è riuscito a sconfiggere, con un largo margine, il presidente uscente Porošenko. Le successive elezioni legislative, con l’ampia vittoria del suo partito, che si è assicurato la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, ne ha consolidato la posizione. Peraltro, il riscontro elettorale di Sluha narodu è arrivato dopo più di quindici anni di traversie che hanno attraversato il Paese, a partire dalla «rivoluzione arancione» del 2004, seguita dalle manifestazioni di Euromaidan del 2013 fino alla «rivoluzione ucraina» del 2014, con la cacciata dell’allora presidente Viktor Fedorovyč Janukovyč, oggi invece di nuovo in auge come potenziale candidato per parte della Russia nel governo del Paese, una volta assicurato agli interessi moscovitI.

Volodymyr Zelensky ha compreso il potenziale della comunicazione nello spazio pubblico, seguendo in ciò l’indirizzo che il populismo aveva già indicato, ossia la possibilità di affrontare l’azione politica come parte di una più generale rappresentazione immaginifica. Non per questo, una volta eletto, non ha tentato di governare, trovandosi tuttavia dinanzi ad un prevedibile sommarsi di crisi. Aveva promesso una possibile negoziazione della crisi russo-ucraina avviatasi nel 2014, cercando anche di ridefinire le relazioni politiche-diplomatiche con Putin. Questo almeno fino al più recente tracollo, da alcuni attribuito alla manifestazione d’interesse verso la Nato, da altri al timore russo per il filo-occidentalismo di Kiev. Il presidente ucraino non ha peraltro mai nascosto la sua disposizione d’animo a favore dell’Unione europea, caldeggiandovi l’entrata del suo Paese nel nome dell’«euro-integrazione». Anche per questa ragione, Zelensky, osservato con crescente sospetto e poi aperta avversione da Putin, a più riprese ha dichiarato di intendere dare corpo ad un’Ucraina che non sia «la sorella minore della Russia», aggiungendo inoltre che la sovranità nazionale sulla Crimea potrà essere ripristinata solo dopo un cambio di regime a Mosca, posto che «il confine è l’unica cosa che Russia e Ucraina condividono».

Adesso che l’invasione russa è in corso l’ex attore è riuscito a guadagnarsi sul campo crediti, consensi e simpatie. Vladimir Putin continua a battere il tasto del «regime banderista» di Kiev, una «banda di nazisti e tossicodipendenti», che interebbe commettere un «genocidio» ai danni dei russofoni che vivono nella parte orientale del Paese. A queste affermazioni, che si sono accompagnate in contemporanea al pieno dispiegamento dell’azione militare russa, il presidente ucraino ha risposto evocando la solidarietà dell’Europa intera, ben sapendo che il suo esercito non può pensare di contrastare efficacemente l’avversario. Fino ad oggi è riuscito, con uno sforzo di notevoli dimensioni, a recitare la parte più impegnativa della sua esistenza, coniugando patriottismo a resistenza e sopravvivenza. Le tre parole, infatti, sono strettamente interconnesse nella sua strategia comunicativa, chiamando in causa l’Occidente dinanzi al fantasma di una Russia (e di una Bielorussia completamente  prona a china a Putin) non solo illiberale ma di nuovo imperiale. Quanto tutto ciò potrà durare e, soprattutto, a quali risultati porterà, lo potranno dire solo le settimane a venire, di fronte ad un disastro bellico che, giorno dopo giorno, assume proporzioni sempre più eclatanti.

 

Claudio Vercelli
collaboratore

Torinese del 1964, è uno storico contemporaneista di relazioni internazionali, saggista e giornalista. Specializzato nello studio della Shoah e del negazionismo (suo il libro Il negazionismo. Storia di una menzogna), è esperto di storia dello stato di Israele e del conflitto arabo-israeliano.


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