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Una comunità in cambiamento: evoluzione di un’istituzione

«Desideri la sicurezza? Cedi la tua libertà, o quanto meno buona parte di essa. Desideri tranquillità? Non fidarti di nessuno al di fuori della comunità». Cosa Zygmunt Bauman avrebbe da insegnarci sull’essere comunità.

Ha scritto anni fa Zygmunt Bauman, che la comunità ha un prezzo alto. «Una collettività che in nome di tutto il bene che si presume possa dispensare esige una lealtà incondizionata e considera qualsiasi altro atteggiamento un imperdonabile atto di tradimento» e che tale comunità, «qualora ce ne trovassimo partecipi, reclamerebbe ubbidienza assoluta in cambio dei servizi erogati o che promette di erogare». Per cui si chiede: «Desideri la sicurezza? Cedi la tua libertà, o quanto meno buona parte di essa. Desideri tranquillità? Non fidarti di nessuno al di fuori della comunità. Desideri la reciproca comprensione? Non parlare con gli estranei e non usare lingue straniere. Desideri provare questa spiacevole sensazione di intimo  ambiente familiare? Installa un allarme alla porta e un sistema di telecamere nel giardino. Desideri l’incolumità? Non far entrare gli estranei ed evita a tua volta comportamenti strani e pensieri bizzarri. Desideri calore? Non avvicinarti alle finestre e non osare mai aprirne una».
E conclude «Il problema è che se si segue questo consiglio e si tengono le finestre chiuse, l’aria all’interno diventa ben presto stantia e alla fine irrespirabile.»  (Zygmunt Bauman, Voglia di comunità, Laterza, p. 6).

La sequenza ha un suo fascino, e anche un suo aspetto terrifico. È utile riflettervi.

La comunità non è mai quella che c’è, è sempre quella che si vorrebbe. Per certi aspetti la comunità è un obiettivo, oppure è il rimpianto di qualcosa che non c’è più che si è perso. Progetto o rimpianto sono quelle condizioni emozionali, in cui si alterna lo sguardo sulla comunità. In ogni caso l’idea di sentirsi o di fare parte di una comunità è percepita come una garanzia.  L’idea di società presuppone la necessità di dover venire a patti con qualcosa, e dunque di dover mediare. La società, nel pratico, si distacca un po’ da questa idea.

È un sentimento, prima ancora che un principio che oggi è dominante. È un bene? Diversamente, con una visione più utilitaristica: è un vantaggio? Forse sì, ma forse anche no. Personalmente non ho una certezza. Ho  alcune domande che credo rendano più mosso o incerto il quadro delle nostre certezze.

Dunque. Prima di tutto di che cosa parliamo quando usiamo questi due termini – comunità e società – con un approccio alternativo?
In Comunità e società (Edizioni di Comunità, Milano 1963), Ferdinand Tönnies stabilisce che comunità e società si oppongono. Si parla di “comunità di luogo, di costume, di fede – ma società di profitto, di viaggio, delle scienze”. “Ogni convivenza confidenziale, intima, esclusiva […] viene intesa come vita in comunità; la società è invece il pubblico, è il mondo. In comunità con i suoi una persona si trova dalla nascita, legata a essi nel bene e nel male, mentre si va in società come in terra straniera” (pp. 45-46).

Dunque comunità indicherebbe quella soglia di terreno amico, oltre il quale diventerebbe rischioso avventurarsi, per non dire complicato. Dall’altra parte starebbe la società, ovvero il superamento di una soglia oltre la quale si entra in un terreno e in territorio incerto, comunque dove vigono regole cui occorre prestare attenzione, forse, muoversi con prudenza, se non con diffidenza.
La comunità e l’idea di un’appartenenza stretta a una comunità garantisce della sicurezza, dà l’idea di una coesione che difende i membri del gruppo rispetto a insidie esterne.

Ma una comunità è una sola convinzione o invece vive anche di conflitti al proprio interno? Una comunità che vive di conflitti, e di opinioni diverse, è ancora una comunità? Oppure una comunità è solo la prevalenza di un’opinione, di una visione? E la possibilità di domani nasce e si origina dal chiudersi o dalla sfida di misurarsi col proprio tempo, ascoltandolo? Misurandosi anche con altre risposte che derivano dal proprio bagaglio culturale  e identitario. Una minoranza non è mai una sopravvissuta al proprio tempo, o nonostante il tempo, ma dentro il tempo. Magari innalzando il tasso del conflitto e del confronto interno sapendo che le versioni diverse della propria identità culturale non sono una sconfitta o una perdita, ma un’occasione, un modo per testimoniare che la propria identità non è un catechismo.

David Bidussa
Redazione JOI Mag

Classe 1955, nato e cresciuto a Livorno, studia a Pisa dove inizia la facoltà di Filosofia, ma si innamora di quella di Storia. Ha insegnato al liceo e all’università, da anni lavora alla Fondazione Feltrinelli in quanto Direttore dei contenuti editoriali. Si definisce uno storico sociale delle idee (ci ha assicurato essere una vera specialità, benché nessuno finora abbia capito cosa sia). Scrittore e giornalista, dicono che il suo branzino al sale sia leggendario.


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