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Cultura
15 secondi dai campi di sterminio. I video dei giovanissimi su TikTok

Perché i ragazzi creano (e pubblicano) video in cui si fingono vittime della Shoah? Ne parliamo con Betti Guetta e Murilo Henrique Cambruzzi dell’Osservatorio Antisemitismo del CDEC

Un fenomeno inquietante è stato descritto su diversi magazine di cultura ebraica, ripreso poi dalla BBC e da HaAretz. Riguarda giovanissimi utenti di TikTok che creano video in cui fingono di essere vittime della Shoah. Noi ne abiamo letto su JTA che riportava un articolo della rivista online “Alma” in cui è possibile visualizzare alcuni esempi di questi mini-filmati. Un fenomeno da indagare. Così ne abbiamo parlato con Betti Guetta e Murilo Henrique Cambruzzi dell’Osservatorio Antisemitismo del CDEC. E loro, dopo un’accurata ricerca, ci hanno risposto con questo articolo, incentrato sul fenomeno TikTok e il concetto di sfida. Perché sembra che il motore di queste rappresentazioni sia proprio l’hashtag #challenge che, come spiegano Guetta e Cabruzzi, istiga il lato competitivo, ma ha anche la funzione di divulgare consapevolezza sui problemi sociali attuali. Buona lettura.

Uno dei social preferiti della Generazione Z è TikTok, piattaforma di video che permette ai suoi utenti di creare filmati in stile remix, una specie di collage tra canzoni, tracce audio e filtri. Secondo Yang et al, quasi il 70% dei loro utenti hanno meno di 24 anni.
I giovani della Generazione Z sono quelli nati tra la fine degli anni 90 e i primi anni 2010, nativi digitali, cresciuti con internet e i social network. Sono la prima generazione sempre connessa a Internet, la prima a poter usufruirne dalla prima infanzia. Ragazzini e adolescenti con uno smartphone che usano molto i social media per le relazioni amicali e sociali, questa generazione sembra essere la prima per cui la distinzione tra online e offline tra vita reale e vita virtuale ha perso senso, è la prima a vivere onlife. Tuttavia essere nativi digitali non significa necessariamente essere alfabetizzati digitali; talvolta la distinzione tra il mondo reale e quello digitale appare sfumata, la mancanza di conoscenza degli impatti presenti e futuri di quello che si fa sui social e la sovraesposizione digitale non sembrano essere molto chiari.
TikTok è disponibile in più di 155 stati e in 75 lingue diverse, a novembre 2019, ha registrato 6,4 milioni di utenti in Italia. Quello che rende TikTok speciale, secondo i ricercatori universitari Hui Zuo e Tongyue Wang è che “gli utenti non sono solo produttori di cultura popolare, ma anche divulgatori e consumatori” di contenuto. Il linguaggio è quello della Remix Culture, cioè, il contenuto non è completamente originale, ma usa canzoni, tracce di audio, filtri, ecc, già conosciuti da una parte del loro “pubblico”. Ancora secondo Zuo e Wang, la maggior parte dei video disponibili su TikTok hanno un linguaggio “esagerato, spiritoso e umoristico”. Gli utenti usano questa piattaforma per divertimento, per esprimersi, ma è indubbia anche una forma di escapismo dal mondo reale.
Nicola Strizzolo, docente di Sociologia presso l’Università di Udine, afferma che TikTok “diventa stimolo alla realizzazione creativa e all’esibizione del sé – dai 15 minuti di celebrità di Warhol qui passiamo ai 15 secondi – in una vetrinizzazione continua, che grazie agli effetti speciali, proietta il creatore di video in un universo simbolico del mondo dello spettacolo, a parlare come i protagonisti dei film o a interagire virtualmente con i vari personaggi famosi, che postano i video con le stesse sonorità (musiche o dialoghi) o movimenti.”

Nel mese di agosto si è scatenata una polemica sul web in risposta a una sfida (#challenge) su TikTok in cui giovani fanno dei video #POV (point-of-view) dove fingono di essere vittime dell’Olocausto. In un articolo su Haaretz del 10 settembre, Tobias Ebbrecht-Hartmann e Tom Divon affermano che la hashtag #challenge (sfide) sia la più popolare nella piattaforma e che esercita una doppia funzione: istiga il lato competitivo di questi ragazzi, ma ha anche la funzione di divulgare consapevolezza sui problemi sociali attuali.
La tag #holocaust, al momento, ha 17.4 milioni di visualizzazioni, mentre #olocausto ne ha 118.6 mila, attualmente sembra che il fenomeno riguardi soprattutto il mondo anglosassone. Questi video hanno sconvolto molti utenti ebrei e non, in maggioranza sono girati da ragazze, che si truccano per sembrare vittime della Shoah, alcuni avrebbero l’intenzione di condividere coi coetanei la storia della Shoah, altri sembrano piuttosto avere l’intenzione di irriderla. Il Memoriale di Auschwitz si è espresso negativamente ritenendo questa tipologia di messaggi dannosa e offensiva: “Alcuni video sono pericolosamente vicini o hanno già superato la linea di trivializzazione della storia.”
Le battute e queste brevi “drammatizzazioni” della Shoah possono essere collegate al fenomeno del Trauma porn – termine che colpisce per l’associazione di due parole che divergono fortemente – che si riferisce al fascino perverso per le sfortune altrui. La studentessa di International Politics Chloé Meley, in un articolo su Incite Journal, lo definisce come “il fascino perverso per la sfortuna di altre persone; un fenomeno che è diventato pervasivo in un’era digitale in cui il dolore è mercificato e le rappresentazioni sconvolgenti di esso private del loro impatto emotivo.” Il termine viene usato da chi è contrario alla diffusione di immagini angoscianti sui social media ma chi difende la diffusione di queste immagini dichiara di voler sensibilizzare l’opinione pubblica.

Descrivere la sofferenza di qualcuno è un modo efficace per diffondere la consapevolezza?
Il desiderio di ricordare e commemorare qualcosa o qualcuno divulgando immagini sui social può essere una scelta discutibile. Il progetto Yolocaust, creato dall’artista tedesco Shahak Shapira, va in questo senso: attraverso dei collage fatti con i selfies scattati nel Memoriale dell’Olocausto di Berlino e le immagine dei campi di sterminio nazisti, l’artista vuole fare riflettere e discutere sui messaggi che si vogliono trasmettere.
Un’altra vicenda che ha fatto discutere è stata Eva Stories (@eva.stories), progetto realizzato dal magnate israeliano Mati Kochavi, che “narra” la Shoah attraverso Instagram.

Leggi anche: Eva Stories, la Shoah ai tempi di Instagram

L’intenzione che era quella divulgativa per creare empatia nelle giovane generazioni, è stata duramente criticata in Israele, come afferma Isabel Kershner in un articolo del New York Times: “In Israele è emersa una tempesta di critiche sull’uso della cosiddetta cultura del selfie e del suo linguaggio visuale – pieno di hashtag, stickers ed emoji – per cercare di trasmettere gli orrori dell’Olocausto, in cui furono assassinati sei milioni di ebrei. Online, alcuni israeliani hanno accusato i Kochavis di banalizzare e sminuire l’Olocausto, definendo la versione di Instagram un insulto all’intelligenza dei giovani di oggi.
Progetti come Eva Stories o l’Holocaust Challenge (#holocaustchallenge) possono avere l’intenzione di diffondere la consapevoleza sugli orrori della Shoah, però la linea che divide l’omaggio dalla banalizzazione e l’offesa è molto tenue. L’antisemitismo e la negazione della Shoah aumentano ogni giorno sui social, contrastarli è diventato un problema urgente.
In Italia il problema è anche un altro: cercando la parola ebrei su TikTok, le quattro hashtags con più visualizzazioni sono #ebrei (590 mila visualizzazioni), #poveriebrei (20 mila visualizzazioni), #ibambiniebrei (18 mila visualizzazioni) e #ebreialforno (7 mila visualizzazioni).
L’Osservatorio Antisemitismo su questa piattaforma ha individuato una 30ina di video in cui ragazzi recitano la parte di vittime dell’Olocausto, o ancor peggio ironizzano su “ebrei al forno”, “gas”, ecc., deridono la Shoah. Colpisce e preoccupa l’età di questi protagonisti che in alcuni casi sembrano minorenni e talvolta molto giovani (under 12).
L’alfabetizzazione digitale alle nuove generazioni, così come la crescita dell’educazione alla diversità e l’inclusione sono questioni urgenti, ma altrettanto importante è l’impegno da parte delle piattaforme che deve essere più proattivo e rapido a bloccare e cancellare utenti e post che diffondono l’odio dell’Altro (Hate Speech).
Su quest’ultimo argomento, l’08/09/2020, TikTok ha firmato il Codice di Condotta per Lottare Contro le Forme Illegali di Incitamento all’Odio Online della Commissione Europea, unendosi così a Facebook, Twitter, Youtube, Microsoft, Instagram e altri. Il responsabile per la Fiducia e Sicurezza di TikTok per l’Europa, Medio Oriente e Africa, Cormac Keenan, ha ribadito che “Noi (TikTok) non abbiamo mai permesso l’odio su TikTok, e crediamo che sia importante che le piattaforme digitali siano ritenute responsabili dei problemi importanti come questi”, e poi continua, “Abbiamo una posizione di tolleranza zero nei confronti dei gruppi di odio organizzati e di quelli ad essi associati, come gli account che diffondono o sono collegati alla supremazia bianca o al nazionalismo, alla supremazia maschile, all’antisemitismo e ad altre ideologie basate sull’odio. Rimuoviamo anche le molestie basate sulla razza e la negazione di tragedie violente, come l’Olocausto e la schiavitù.” TikTok ha assunto una posizione chiara contro l’odio online, però al momento di scrittura di questo articolo, sono ancora disponibili le hashtags e i video sopracitati.


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