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Cultura
E se dico 16 ottobre 1943?

Uno strano Paese, l’Italia: non conosce la propria storia e sembra non curarsene.

Sono 77 anni oggi da quella terribile data dal 1943, ricordata per il rastrellamento del ghetto di Roma. Riproponiamo questa breve riflessione, pubblicata sulle nostre pagine già due anni fa, per pensare alla storia del nostro Paese. Per pensare a un calendario della memoria che guarda al futuro. Un calendario civile, pensato per chi verrà.

 

Il 27 gennaio è uno di quei giorni in cui tutti, ma proprio tutti, si sentono in dovere di dire qualcosa e avere un’opinione. Non importa che sia banale, svogliata, inappropriata, illogica o al contrario sensibile e informata.

L’importante è dire qualcosa, prendere una posizione, rassicurare l’ambiente circostante sul fatto che si sa che quella è la Giornata della Memoria. Che si è sul pezzo. Le interviste per strada a campione casuale su temi di cultura generale comportano sempre rischi imbarazzanti. Eppure, la probabilità di trovare una o più persone in grado di rispondere, almeno a rozze linee, a “Che giornata è oggi?” non sarebbe così remota.

Il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa liberò il campo di sterminio di Auschwitz, perciò le Nazioni Unite hanno fissato a questa data l’appuntamento internazionale per la commemorazione delle vittime.

E se dico 16 ottobre 1943? Oggi sono 75 anni dal rastrellamento e dalla deportazione degli ebrei romani. Di 1023 che partirono, solo 16 fecero ritorno. Fa riflettere che una data così peculiarmente nostra sia pressoché misconosciuta. O forse non c’è da stupirsi così tanto. Del resto siamo il Paese che ancora non riesce a mettersi d’accordo sul valore del 25 aprile come festa nazionale.

Non è semplice, ma è una contraddizione e un errore storico che dobbiamo superare, quella di considerare la Shoah come tragedia lontana, altra da noi, che ci ha sfiorato, se l’ha fatto, solo accidentalmente. Dobbiamo capire che le storie dei salvati e dei giusti rappresentano esempi d’eccezione in quello che fu un abisso di regolare orrore, non crogiolarci nel trasformarle in prove di quanto in fondo, malgrado tutto, gli italiani siano sempre buoni.

Ogni anno decine di “viaggi della memoria” verso la Polonia sono organizzati (con le migliori intenzioni) da scuole e altre realtà, ma a che cosa serve se prima non si è andati a camminare lungo i percorsi segnati dalle pietre d’inciampo, a visitare il Memoriale della Shoah di Milano, il Campo di Fossoli, la Risiera di San Sabba?

Silvia Gambino
Responsabile Comunicazione

Laureata a Milano in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha studiato Peace & Conflict Studies presso l’International School dell’Università di Haifa, dove ha vissuto per un paio d’anni ed è stata attiva in diverse realtà locali di volontariato sui temi della mediazione, dell’educazione e dello sviluppo. Appassionata di natura, libri, musica, cucina.


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