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Pitigliano, nel quadricentenario del suo ghetto

Viaggio nella Piccola Gerusalemme

Ricordare un evento come l’istituzione di un ghetto potrebbe apparire un’idea poco felice, come del resto è sempre strano celebrare le pagine buie della storia. Eppure, il quadricentenario del ghetto di Pitigliano è comunque un’occasione importante. Vi si ricorda infatti non tanto la segregazione forzata di una comunità, fatto in sé inqualificabile, quanto il valore delle persone che vi si erano trovate a vivere.
Non bisogna dimenticare che Pitigliano era stata inizialmente soprattutto un luogo di accoglienza per gli ebrei che fin dal Cinquecento erano rimasti senza una casa. Per quanto le prime presenze si attestino già in epoca medievale, le migrazioni più consistenti erano infatti avvenute nella seconda metà del XVI secolo, all’indomani di quella bolla papale, Cum nimis absurdum, con cui nel 1555 Paolo IV istituiva ghetti a Roma e in tutto lo Stato pontificio.
Ai confini meridionali della Toscana, più vicina a Roma che a Firenze, Pitigliano si trovava appena fuori dai territori della Chiesa e costituiva, con i piccoli centri vicini di Sorano e Sovana, un’isola felice per tanti uomini e donne in fuga da reclusione e discriminazioni. La fortuna di questi luoghi della Maremma grossetana era di essere ai tempi sotto la giurisdizione dei conti Orsini, distanti dalle politiche papali nei confronti degli ebrei. Arroccati su colli di tufo e circondanti dal verde, questi paesi fin dalla loro posizione costituivano delle oasi di pace, apparentemente lontane dalle ingiustizie che imperversavano a una manciata di chilometri di distanza.

Negli anni successivi al ’55 agli ebrei in fuga dallo Stato Pontificio si sarebbero uniti quelli cacciati da altre città del Granducato di Toscana, prima tra tutte Firenze, tutte soggette alle espulsioni operate dai Medici nel 1559. La comunità che si stava così formando era perlopiù impegnata in attività di commercio e di prestito, con la presenza tra gli altri di banchieri come i parenti del medico David De Pomis, al servizio degli Orsini di Pitigliano e degli Sforza a Santa Fiora. L’importanza raggiunta dagli ebrei aveva permesso loro anche l’acquisto di un cimitero appena fuori dal paese, inizialmente destinato alla sepoltura della giovane moglie dello stesso De Pomis, e la costruzione di una sinagoga, realizzata nel 1598 su commissione del tessitore Leone di Sabato. Arroccata ai confini del centro, in bilico su uno strapiombo su una fascinosa quanto poco affidabile base di tufo, questa splendida costruzione non avrebbe retto a lungo alle ingiurie del tempo, della natura e degli uomini, ma sarebbe rimasta comunque un punto di riferimento per la comunità anche nei suoi momenti meno felici. Che non avrebbero tardato ad arrivare.

Dieci anni dopo la sua consacrazione, nel 1608, Pitigliano sarebbe passata sotto il dominio del Granducato di Toscana, che nel 1622 impose anche qui la segregazione del ghetto. Giungendo così a quell’evento ricordato quest’anno e che localmente viene ironicamente rappresentato da un dolce, lo Sfratto dei Goym, la cui forma richiama il bastone con cui i gentili battevano alle case degli ebrei per cacciarli.
Nonostante l’evidente tradimento delle speranze di molti, pare comunque che il ghetto di Pitigliano, così come quelli istituiti nello steso periodo in altre piccole contee ai confini meridionali, abbia rappresentato un’eccezione rispetto ai tanti altri nati nello stesso periodo. Importanti per i governati per ragioni commerciali ed economiche, gli ebrei di Pitigliano potevano godere di vantaggi impensabili altrove, primo fra tutti la possibilità di possedere beni stabili, sia per le attività lavorative sia come abitazioni, persino al di fuori dei confini del ghetto, a patto però che il loro accesso avvenisse dall’interno delle mura. La zona interessata, ancora oggi punta di diamante di questa splendida cittadina, comprendeva il quartiere fatto di vicoli, archi e ripide scalinate conosciuto come Palazzetto e collocato tra l’arteria principale di via Zuccarelli e i vicoli Marghera, dove già si trovava la Sinagoga, e Goito.
Nel frattempo, erano proseguiti gli arrivi dai paesi più vicini. Tra i più importanti si ricordano quelli dalla città di Castro, distrutta nel 1619, da Scansano, Castell’Ottieri, Piancastagnaio e Proceno. Altre migrazioni sarebbero avvenute nel corso del XVI secolo da Santa Fiora e da Sorano, dove la comunità ebraica era in declino, facendo così di Pitigliano l’unica comunità ebraica della Maremma. Nel secolo successivo, con la salita al potere in Toscana degli Asburgo-Lorena, le condizioni di vita per gli ebrei sarebbero sensibilmente migliorate e per quanto il ghetto non fu comunque eliminato, le restrizioni si allentarono mentre la popolazione ebraica aumentava, raggiungendo, con i 222 membri della comunità del 1784, il sette per cento della cittadinanza complessiva. Nello stesso periodo sarebbe cresciuta anche la rilevanza sociale dei suoi membri, con uno di essi, Angelo Febo, che nel 1786 entrò a far parte del consiglio comunale. In generale, i rapporti con la popolazione cristiana, già piuttosto buoni e impostati sulla tolleranza e la pacifica convivenza, si rinforzarono, tanto da giustificare l’appellativo di Piccola Gerusalemme con la quale ancora oggi la città viene chiamata.

La fine del secolo avrebbe visto una momentanea apertura delle porte del ghetto con l’arrivo delle truppe napoleoniche nel 1799, che occuparono con Pitigliano anche il resto del Granducato. L’avvento dei francesi fu anche l’occasione per i cristiani locali per manifestare il loro legame con gli ebrei, difendendo la comunità dagli attacchi dei militari antifrancesi provenienti da Orvieto che volevano saccheggiare il ghetto.
Nonostante le concessioni degli occupanti e il favore della cittadinanza, gli ebrei non avrebbero raggiunto pieni diritti civili e politici che con l’Unità d’Italia e con l’abolizione ufficiale del ghetto nel 1859. Si sarebbe aperta a quel punto l’epoca d’oro della comunità di Pitigliano, che oltre a rafforzare la propria presenza numerica si affermò anche in ambito economico e culturale con la fondazione, tra gli altri, di biblioteche e di istituti di beneficienza. Contemporaneamente, da Pitigliano partirono tanti ebrei che potevano finalmente installarsi in altri centri della Maremma toscana e laziale, pur continuando a fare riferimento al tempio del paese di origine per le festività principali.
Esaltata dallo stesso duca Pietro Leopoldo, che come riporta un cartello posto al suo ingresso la visitò nel 1773 descrivendola come “tutta in stucco dorato e di bel disegno”, la sinagoga è tornata agli antichi splendori solo nel 2003, dopo un restauro quasi decennale iniziato nel 1995. La sua chiusura era avvenuta nel 1956 a seguito della progressiva estinzione della comunità. Tale processo era iniziato già dopo l’emancipazione, quando in tanti erano andati a vivere in centri più grandi portando poi a contare, alla vigilia della seconda guerra mondiale, appena 70 ebrei (dai ben 424 del 1858) e solo 30 al suo termine. La gran parte era scampata ai nazisti grazie all’aiuto degli agricoltori locali che li aveva nascosti, ma quasi tutti avevano poi comunque deciso di emigrare altrove. All’epoca della sua chiusura l’edificio era già notevolmente compromesso a causa della posizione su uno sperone tufaceo, costantemente soggetto a crolli. Tra questi, la frana che pochi anni dopo l’avrebbe ridotto a un cumulo di macerie, con solo un muro e parte dell’ingresso rimasti in piedi.
Per quanto gli architetti che l’hanno fatta rinascere si siano basati su vecchie fotografie per restare il più fedeli possibile al suo antico aspetto, oggi chi visita la Sinagoga non potrà comunque trovarci né l’Arca settecentesca, rimossa prima del crollo e trasferita in Israele, né gli arredi originali, oggi riprodotti in legno in uno stile semplificato. Tra i pochi elementi rimasti intatti vi è il balcone delle donne, posto sopra l’ingresso e schermato da una grata in legno dorato scolpito con motivi vegetali. La sala presenta un’alta volta a botte appiattita, 12 lampadari sospesi e decorazioni murali decorative in stile barocco blu e oro, mentre sulle pareti sono state installate le targhe restaurate che ricordano le visite di tre Granduchi di Toscana, nel XVIII e all’inizio del XIX secolo.

Oggi, per quanto non si contino quasi più ebrei in paese, l’eredità ebraica di quella che era nota come la Piccola Gerusalemme viene mantenuta viva dall’omonima associazione che gestisce il piccolo e fascinoso sito dell’antico quartiere dell’ex ghetto, organizzando eventi e visite guidate. Tra queste, non può mancare quella alle camere scavate nel tufo nei sotterranei della sinagoga, adibite un tempo alle attività della comunità. Si accede così a un mikvah, a un forno per la preparazione del pane matzo pasquale (rimasto operativo fino al 1939), a una stanza per tingere i tessuti, a una macelleria e a una cantina kosher. Un piccolo museo espone inoltre reperti e documenti.

L’altro luogo ebraico di Pitigliano si trova come già anticipato fuori dal centro abitato ed è il cimitero. Ai piedi della rocca, si adagia lungo un pendio frastagliato affacciato su un mare di vegetazione morbidamente ondulato. Piccolo e perfettamente conservato, presenta circa 280 tombe che rispecchiano nello stile le diverse epoche di deposizione. Ai particolari antichi loculi scavati nel fianco della roccia tufacea si accostano così le strutture monumentali tipiche della fine dell’Ottocento, caratterizzate dai classici motivi con colonne spezzate o urne velate. Tra le sculture indimenticabili, un angelo dalle grandi ali e lo sguardo sognante e una bimba semisdraiata su due cuscini con le mani giunte.

Camilla Marini
collaboratrice

Camilla Marini è nata a Gemona del Friuli (UD) nel 1973, vive a Milano dove lavora da vent’anni come giornalista freelance, scrivendo prevalentemente di cucina, alimentazione e viaggi. Nel 2016 ha pubblicato la guida Parigi (Oltre Edizioni), dove racconta la città attraverso la vita di otto donne che ne hanno segnato la storia.


1 Commento:

  1. C’è un sapore antico in questa storia, un sapore di tristezza per una Comunità vivace e prospera dal passato memorabile. Una storia che mi ha fatto pensare ad una bella barca dalle vele bianche, nata per il mare e per navigare, ma che pian piano, spinta dai venti e dagli eventi, spiaggia rimanendo incagliata per sempre.
    Grazie


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