Hebraica
5780: l’anno della “teshuva ambientale”

La proposta americana per un Rosh HaShanà green. E l’inaugurazione di una nuova vita all’insegna della cura del nostro pianeta

È stato inaugurato ieri a New York il Climate Action Summit, il vertice internazionale sul clima che si tiene presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. L’evento, alla sua decima edizione, è sotto i riflettori di tutto il mondo, quest’anno in modo ancora più accentuato dato l’aumento della sensibilizzazione verso le tematiche ambientali. Una sensibilizzazione che, per ora, sembra far breccia più incisivamente tra le persone che tra le istituzioni, testardamente ancorate – in buona o malafede, questo è argomento di dibattito – alla convinzione che la soluzione possa venire da modeste variazioni, quando i dati mostrano che ciò che serve al pianeta è un cambiamento radicale. Una delle contraddizioni messe a nudo ieri dal discorso di Greta Thunberg all’Onu che ha fatto il giro del mondo.

La risposta dell’attivismo ebraico a questa mobilitazione non è tardata ad arrivare. “La questione è al centro del dibattito nazionale”, scrive Steve Lipman su The New York Jewish Week parlando degli Stati Uniti, “e alcuni rabbini la stanno inquadrando sempre più come una questione morale e specificamente ebraica”. È noto che l’ebraismo, per i suoi rituali e le sue festività legate alle stagioni e al lavoro della terra, per i riferimenti testuali sul dovere di avere cura del creato, ha una connessione molto forte con la natura. E in questo periodo dell’anno, più che mai la tradizione ebraica offre una fonte a cui attingere. Siamo infatti vicini alla fine dell’anno, a Rosh HaShanah, agli Yamim Noraim, al tempo dei bilanci, dei pentimenti e dei buoni propositi. Il suono dello shofar che annuncia un nuovo inizio.

Così l’organizzazione Hazon – The Jewish Lab for Sustainability, insieme ad altre realtà – Marlene Meyerson JCC Manhattan, Jewish Climate Action Network NYC e Jewish Theological Seminary of America – ha costituito il network Jewish Climate Coalition e ha lanciato l’idea della environmental teshuva, la teshuva ambientale.

La teshuva (letteralmente “ritorno”, ma è anche la parola che traduce “risposta”) è il pentimento, o più precisamente l’azione di riconoscere il proprio errore e lavorare per la sua riparazione, in direzione di un miglioramento non solo di se stessi, ma anche del contesto circostante. Valori che dialogano perfettamente con l’impegno nei confronti dell’ambiente.

La “teshuva ambientale” è la creazione di un network di persone e comunità ebraiche che hanno a cuore la questione dell’ambiente e vogliono affrontarla da una prospettiva ebraica, e per farlo hanno bisogno di idee, spunti, scambio di esperienze.

Per cominciare, le organizzazioni fondatrici si sono mobilitate in vista dello sciopero generale a New York dello scorso venerdì: ad agosto, Hazon ha sponsorizzato quattro insegne video a Times Square che recitavano “5780: l’anno della teshuva ambientale”, mentre Marlene Meyerson JCC Manhattan ha organizzato l’evento “Community Wide Musical Havdalah for Planet Earth” nella serata di sabato 21.

Passata questa settimana, gli obiettivi sono crescita e diffusione. Le organizzazioni aderenti finora sono 30 e il calendario delle prossime settimane è ricchissimo di iniziative. Come l’invio di materiale ai rabbini per aiutarli ad affrontare il tema della teshuva ambientale nei loro sermoni; la diffusione di We Are the Weather, il nuovo libro di Jonathan Safran Foer; la condivisione di idee su come fare scelte più sostenibili nella vita quotidiana, nella scelta dei cibi e nella celebrazione delle feste, a partire dal seder di Rosh Hashanà; l’invito alla rilettura di alcuni testi in chiave attuale, come la parshat Noach (la storia di Noè) prevista per il 2 novembre, in cui la descrizione del diluvio richiama inevitabilmente le paure di oggi per il futuro della Terra.

Nigel Savage, Presidente e CEO di Hazon, ha spiegato l’iniziativa con queste parole: “Possa questo essere l’anno in cui tutti noi facciamo teshuva; in cui ci sforziamo di essere la miglior versione di noi stessi. In cui compriamo meno e diamo di più. In cui mangiamo più verdura e meno carne da mucche che hanno vissuto una vita da non-mucca. In cui rafforziamo la comunità, ritroviamo i vecchi amici, salutiamo i nostri vicini. In cui votiamo con saggezza e aiutiamo i nostri Paesi a onorare il diritto di voto, il governare onesto e il rispetto per la Costituzione, cose che dovremmo poter dare per scontato… ma di fatto non lo sono”.

Silvia Gambino
Responsabile Comunicazione

Laureata a Milano in Lingue e Culture per la Comunicazione e la Cooperazione Internazionale, ha studiato Peace & Conflict Studies presso l’International School dell’Università di Haifa, dove ha vissuto per un paio d’anni ed è stata attiva in diverse realtà locali di volontariato sui temi della mediazione, dell’educazione e dello sviluppo. Appassionata di natura, libri, musica, cucina.


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