Cultura
Memoria, dialogo su una parola viva

Intervista allo storico Simon Levis Sullam

La memoria è materiale vivo, incandescente. Per sua natura non può essere neutro perché può innescarsi sul vissuto e sui ricordi personali, può assumere svariate connotazioni, politiche, per esempio, civili, religiose; può addirittura suscitare distanza, paura dai fatti ricordati, può essere manipolata… La parola memoria ha continuamente bisogno di essere definita, precisata, ma c’è anche una Memoria, quella della Shoah attualmente oggetto di polemiche e aspre discussioni all’interno della comunità ebraica, ma anche all’esterno, dove l’istituzione della Giornata della Memoria rischia di boicottarsi da sola: l’effetto disinteresse (se non addirittura noia) è da tempo in discussione. Gariwo con il suo presidente Gabriele Nissim ha lanciato una Carta della Memoria di cui abbiamo già parlato su queste pagine, sollevando un dibattito importante. Così abbiamo pensato di chiedere ad alcuni storici la loro opinione. Oggi vi presentiamo quella di Simon Levis Sullam, professore associato in Storia contemporanea all’Università di Venezia.
Perché la parola memoria è qualcosa che occorre definire ogni volta che la si utilizza?
Dobbiamo sempre definire le parole che utilizziamo. Memoria è diventato un po’ un passe-partout per definire e affermare politiche identitarie nell’Europa del post-1989, fondata sulla memoria dei totalitarismi. Possiamo compiacerci se questa categoria può rafforzare il senso di appartenenza europeo, ma dobbiamo anche interrogarci sull’uso pubblico della memoria che ogni nazione fa: in Europa dell’Est equiparando nazismo e comunismo e rappresentandosi come vittime di entrambi (dimenticando le proprie responsabilità). In Europa occidentale ricordando in modo selettivo solo o prevalentemente i “Giusti” e dimenticando i carnefici; ammantandosi del ruolo di vittime del fascismo – o di meriti antifascisti – senza ricordare le responsabilità, il sostegno di massa nei confronti del fascismo e del nazismo.
Di quale memoria parliamo quando parliamo di Shoah?
Pierre Vidal-Naquet
, il grande storico francese, autore del celebre libro Gli assassini della memoria, una risposta al negazionista Faurisson, ed egli stesso figlio di deportati, diceva che abbiamo bisogno di più storia e meno memoria: di più storia per sostenere una memoria autentica. Come storico e come cittadino non posso che condividere. Abbiamo bisogno di memoria, ma dobbiamo nutrirla di storia cioè di conoscenza, sapere critico, capacità di confronto e di contestualizzazione.
I più recenti ragionamenti sulla memoria vertono sul mai più. Quel mai più è una proiezione sul futuro: non deve ripetersi mai più. Non dovrà ripetersi mai più. Quali strumenti abbiamo per rendere la memoria qualcosa di vivo, tale da incidere sui comportamenti umani ed evitare altri genocidi?
Come ha scritto Valentina Pisanty nel suo libro recente I guardiani della memoria il “mai più” nasce da una rivendicazione esclusivistica della memoria della Shoah che rischia di proiettare quel crimine fuori dalla storia, di sacralizzarlo. Prima e dopo la Shoah i genocidi si sono ripetuti e, purtroppo, possono ancora ripetersi. E’ la storia più che la memoria ad offrirci gli strumenti critici, la conoscenza e la consapevolezza necessari per affrontare il futuro e tentare di prevenire il ripetersi di eventi catastrofici ma che appartengono interamente e profondamente all’esperienza umana, alle capacità dell’uomo di odiare e di compiere violenza anche verso i propri simili.
Si può parlare di memoria anche al presente, analizzando attuali genocidi e crimini contro l’umanità per capire il passato, per ricordare la Shoah? Perché?
La categoria di genocidio, coniata dal giurista ebreo polacco Raphael Lemkin durante la seconda guerra mondiale e l’Olocausto è forse oggi la più fertile per interpretare la Shoah e per coglierne sia gli aspetti specifici (ad es. l’antisemitismo) che quelli comparabili con altri genocidi, precedenti (è il caso degli Armeni) e successivi (Cambogia, Rwanda ecc.). Si tratta del tentativo di cancellare del tutto o in parte un gruppo sulla base della sua appartenenza etnica, religiosa, nazionale. Ricordare i genocidi richiede una conoscenza dei loro aspetti singolari e dei meccanismi affini che li hanno generati e possono ancora generarli. Su questa base la comunità internazionale si è data degli strumenti come la Convenzione per la prevenzione e la repressione dei genocidi approvata dall’ONU nel 1948.
Parliamo dunque di una visione universalistica, dove il fare memoria incide sulle responsabilità dell’uomo verso l’umanità nel presente?
Sia la Shoah che altri genocidi sono dei crimini particolari e specifici ma riguardano tutti. Questo a mio avviso il significato che occorre attribuire al 27 gennaio, al Giorno della memoria. La Shoah colpì gli ebrei ma riguarda tutti, in quanto crimine contro l’umanità e non solo contro il popolo ebraico, per dirla in termini giuridici. Come disse Hannah Arendt i nazisti “volevano decidere chi dovesse o non dovesse abitare questo pianeta” : in questa decisione, che è il nucleo fondamentale del genocidio e il suo carattere di aggressione nei confronti dell’umanità intera.
Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.