Cultura
Che significa fare memoria? Intervista a Gabriele Nissim

Inversioni temporali e attualizzazioni di uno sguardo sul mondo. Per costruire il futuro

Parlare di memoria implica prendere posizione. Sempre, da sempre. Perché la memoria è legata a fatti che si vogliono ricordare, al modo in cui li si vuole trasmettere o a come insabbiarli. Ha a che fare con la politica, con le democrazie e le dittature, con il diritto allo studio e con la visione che ogni paese-governo-individuo ha del futuro. Si può educare alla memoria, in tanti modi diversi. Dunque per rispondere alla domanda su cosa significhi memoria e ancora più precisamente fare memoria, occorre riflettere su ognuno di questi elementi. Occorre riflettere sul presente. E proprio sul presente riflette Gabriele Nissim, che con la sua Gariwo ha messo a punto una Carta della memoria, che ha già raccolto diverse adesioni dal mondo della cultura. Ne abbiamo parlato con lui.

“Subito dopo la guerra” spiega Gabriele Nissim “C’era bisogno del riconoscimento della Shoah sulla scena pubblica. Sono state fatte battaglie fondamentali, a comiciare dalla differenza tra ebrei e prigionieri politici, fino a coniare la parola genocidio. Queste battaglie hanno portato almeno due risultati, il primo riguarda la Convenzione sul Genocidio delle Nazioni Unite (1948) con l’istituzione di tribunali internazionali per prevenire ed evitare il ripetersi di simili crimini contro l’umanità, ma il secondo mette in luce una separatezza degli ebrei dal resto del mondo. In questa chiave, il discorso sulla memoria è sì un modo per affrontare il male, ma il male che è stato fatto agli ebrei“.

Quali sono i rischi di questa separazione?
“Ha a che fare con il mai più. La Shoah non deve ripetersi mai più. Ma se non deve ripetersi esclusaivamente per gli ebrei, la memoria diventa una questione identitaria. E qui si aprono almeno due problemi. Si separano gli ebrei dal mondo, che è già una contraddizione in questo discorso e la Shoah diventa un fatto extrastorico. Diventa l’inspiegabile, assume quasi connotati religiosi (e le letture religiose non sono mancate)”.

L’inspiegabile apre le porte alla metafisica, forse è più pertinente dire inaccettabile?
“Sì. Quel male purtroppo è spiegabile storicamente, certamente non accettabile. Ma la Shoah non è avulsa dalla storia. Il mai più promesso dal fare memoria deve riguardare tutta l’umanità. La Shoah allora deve servire come precedente da non ripetere, nella comparazione con altri genocidi. Dal confronto naturalmente emergeranno similitudini e differenze, ma la sua memoria deve servire a porsi questa domanda: cosa abbiamo fatto fino ad ora per impedire altri genocidi? Allora l’attenzione si sposta sul presente, nell’analisi dello stato del mondo di oggi. Perché credo che la prevenzione passi dall’analisi dei germi del male, che sono insiti in una cultura. Dunque educare gli individui a riconoscere i meccanismi del male, che oggi prendono forma nell’hate speech, nella cultura del nemico e nella negazione del dialogo, per esempio. La memoria allora diventa uno strumento per guardare alle possibili degenerazioni della democrazia e ai crimini in corso“.

Questa visione apre un nuovo scenario, quello di una memoria al futuro
“Penso che tutti i memoriali dovrebbero avere spazi dedicati anche agli altri genocidi, passati e presenti. La mia è una visione universalista e considera la memoria nella sua dimensione educativa, attuale e viva. Parlare al presente e del presente significa indirizzare la memoria, contro il rischio di trasformarla in un rituale. Il pericolo è che la Giornata della memoria diventi simile al ricordo dell’esodo degli ebrei dall’Egitto”.

Dunque possiamo superare anche il problema, sempre più concreto, della mancanza di testimoni
“Non ci sono quasi più testimoni che possano raccontare quello che hanno vissuto durante la seconda guerra mondiale. Ma ci sono nuovi testimoni. Ci sono cioè soggetti attivi, nell’ambito delle stesse categorie dei carnefici, delle vittime, dei giusti e degli indifferenti, che possono raccontare i genocidi di oggi. Il racconto conteporaneo serve a capire quello che è successo ieri. Mi piace dire che i testimoni di ieri hanno passato il testimone, appunto, a quelli di oggi, come in una staffetta. Il discorso dei testimoni serve a trasferire una conoscenza storica, ma ha un effetto pedagogico proprio nell’identificazione con la vita di chi ci è vicino e racconta“.

Si dice sempre che il passato serve per capire il futuro e il presente. In questo caso potremmo dire che il presente serve a capire il passato, in un rovesciamento metodologico interessante: svuota il passato della sua dimensione monumentale
“Il lavoro che facciamo con i giusti del mondo va in questa direzione. I giusti ci dicono che il male avviene per scelta umana ma anche che è proprio la scelta a caratterizzare i giusti. Ognuno può essere un giusto, dipende dalla responsabilità che si assume davanti a un genocidio. La memoria, dunque, è un discorso sulla possibilità e la possibilità è scelta e azione“.

Così si arriva alla vostra proposta: un nuovo modo di fare memoria
“Abbiamo scritto una Carta della memoria, firmata già da diversi intellettuali, che va proprio in questa direzione. La domanda è: in che modo, oggi, si può essere responsabili delle vittime? Dipende dal modo di occuparsi della vita presente. Ecco, quella frase che dice scegliete sempre la vita va applicata anche qui: la memoria deve scegliere la vita. O, in altre parole, quella che proponiamo non è una memoria nostalgica, ma attiva e responsabile verso il presente”.

Sul sito di Gariwo si può leggere La Carta della Memoria ed eventualmente sottoscriverla

Micol De Pas

È nata a Milano nel 1973. Giornalista, autrice, spesso ghostwriter, lavora per il web e diverse testate cartacee.


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